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Relazione per la discussione sulla Cina del 7 luglio presso la sede di Red Link a Napoli

(18 Luglio 2007)

Una premessa di metodo

Ci corre l’obbligo di una premessa di metodo per chiarire il perché e le modalità di questi nostri incontri di confronto.

Ancora c’è qualcuno che trova strano questa commistione nella discussione tra attivisti politici e studiosi sia pure schierati essi stessi politicamente.

Normalmente questi due ambiti difficilmente si incontrano e si confrontano direttamente, al massimo si pratica uno scambio a distanza dove ognuno procede secondo le proprie priorità e le proprie sensibilità orecchiando, con relativa diffidenza, spunti e suggestioni che gli sembra possano essere assunti nel proprio contesto.

Noi che guardiamo come il fumo negli occhi la parola contaminazione quando con essa si sottende l’incontro ed il reciproco influenzarsi tra istanze di movimento ed apparati istituzionali, riteniamo che in questo caso essa possa produrre benefici risultati per fare insieme dei passi in avanti nella comprensione della realtà e nell’azione attiva per contribuire alla sua trasformazione.

Infatti, almeno negli ultimi anni, questi due settori presentano una divaricazione crescente con limiti speculari che noi riteniamo utile provare a superare.

È tipica del mondo accademico la ricerca astratta non finalizzata, spesso confinata in ambiti e circuiti specialistici senza riuscire ad interagire nemmeno con altri campi di ricerca fuori dal proprio specialismo e meno ancora a trasformarsi in utile strumento per l’azione; mentre tra gli attivisti troppo spesso assistiamo ad una sorta di analfabetismo culturale che pensa di superare i propri vuoti attraverso chiavi di letture tutte ideologiche ripetendo pappagallescamente alcuni luoghi comuni senza confrontarsi con lo stato dell’arte in materia di ricerca nei vari campi della conoscenza.

Su questo versante siamo consapevoli della scarsa autorevolezza e quindi efficacia delle correnti politiche che si richiamano al marxismo e riteniamo che ciò dipende anche da questo pressappochismo e da un ideologismo che può dimostrare tutto ed il suo contrario secondo le convenienze politiche del momento.

Per quanto ci riguarda non abbiamo difficoltà a riconoscere che partiamo da una ipotesi più o meno abbozzata sulla base delle letture fatte ma anche interpretando le conseguenze di alcune interpretazioni che vanno per la maggiore e utilizzate spesso per creare orientamento e schieramento anche quando si travestono di ricerca scientifica.

Vogliamo però verificare e rafforzare tale nostra convinzione alla luce appunto di un confronto non preconfezionato con chi a vario titolo si confronta, per esempio nel caso specifico, con la questione della Cina ed il suo peso negli scenari mondiali.

Può sembrare che facciamo i bastian contrari per sport, ma crediamo che l’esperienza maturata nella battagli politica nei movimenti ci abbia fornito di antenne sensibili che ci consentono di percepire quando determinate letture sono sospette e ci spingono ad approfondire le questioni che non ci convincono.

Ci è capitato così di dover fare i conti con una storiografia eurocentrica tesa a dimostrare la superiorità innata dell’Occidente e l’immobilismo, l’arretratezza di altre culture e di altre società. In realtà si trattava di una storiografia sorta a metà del XIX secolo tesa a giustificare e legittimare la politica imperialista delle potenze occidentali e che solo con il ciclo delle lotte anticoloniali è cominciata ad incrinarsi anche nelle metropoli. Ciò si è dimostrato clamorosamente vero in particolare per la Cina, assurta persino in certo marxismo a sinonimo di dispotismo asiatico, di staticità sociale. Quando la ricerca storiografica ha dimostrato in modo inconfutabile l’infondatezza di tale presupposto rivelando una società incredibilmente dinamica ed avanzata nei secoli scorsi, si è utilizzato tale argomento come prova a sua volta della innata superiorità europea, visto che l’occidente era stato in grado comunque di svilupparsi in maniera gigantesca e di dominare il resto del mondo.

Ora assistiamo ad un fenomeno apparentemente inverso ma non meno legato ad una lettura ideologica della realtà con finalità altrettanto prosaiche in termini politici.

Parliamo appunto del “miracolo cinese” propagandato da campagne mediatiche tese ad orientare fino all’uomo della strada ma sostenuto anche da una saggistica ed una ricerca presuntamene scientifica tesa a dimostrare l’inevitabile marcia trionfale verso il predominio mondiale da parte della Cina nei prossimi decenni.

Improvvisamente la Cina si sarebbe trasformata nella società più dinamica e agguerrita sulla faccia del pianeta e persino Confucio, una volta indicato come teorico e simbolo dell’immobilismo asiatico, vede riconosciuta la sua ideologia come l’ambiente più idoneo a dare spazio agli spiriti selvaggi del capitalismo.

Basterebbe già questo a far drizzare le antenne e a guardare con un minimo di prevenzione la maggior parte della pubblicistica sull’argomento che agita la questione Cina ora come una minaccia apocalittica per la supremazia occidentale ora come una fantastica opportunità rigeneratrice per il capitalismo mondiale in affanno da ormai troppo tempo. In sottordine vi è una corrente di pensiero che trasferendo il transfert degli anni precedenti dall’Urss alla Cina continua ad usare gli stessi parametri, se possibile in peggio, per vedere nei risultati dell’economia cinese la superiorità del socialismo rispetto al capitalismo, ovviamente da misurare col metro dei tassi di crescita e con la competizione economica con il capitalismo stesso. Che rispetto all’Urss siamo al superamento anche formale della proprietà statale, che vi sia uno sfruttamento tanto per conto delle classi dominati cinesi quanto per il capitale mondiale questo resta un dettaglio secondario per chi continua ad identificare il socialismo con la crescita degli indici produttivi.

In ogni caso si da per scontata una traiettoria più o meno lineare che porterà la Cina a diventare la potenza dominate economicamente e quindi anche politicamente e militarmente prima della metà di questo secolo. Dismesse le presunte peculiarità occidentali che avrebbero reso unico ed inimitabile il suo modello di sviluppo economico ora si torna a prospettare che ogni paese, soprattutto quelli di dimensioni enormi come la Cina e l’India, ripercorreranno più o meno lo stesso iter, con gli stessi risultati, che ha portato prima all’affermazione del capitalismo in Inghilterra e negli altri paesi europei e successivamente negli Stati Uniti.

Sulle differenze tra la nascita del primo capitalismo e la Cina attuale

Sulle differenze tra la nascita e l’affermazione del capitalismo in Inghilterra rispetto alla condizione attuale dello scenario mondiale in cui si trova ad agire la Cina vi sarà una comunicazione a parte che alcuni di voi hanno potuto avere già via mail. Per brevità qui riassumo dicendo che agli albori della rivoluzione industriale vi erano molti paesi ed in particolare la Cina ad avere le premesse per dare avvio allo sviluppo tipicamente capitalistico, ma se questo avviene in Inghilterra ciò è dovuto ad una serie di condizioni “particolari” (sarei portato a dire fortuite se non fosse equivocabile con una visione idealistica), in ogni caso storicamente determinate, che crearono quel climax tale da consentire allo sviluppo iniziale di non andare incontro a quei limiti tipici dell’economia mercantile che ne bloccavano la ulteriore esplosione e che già in precedenza si erano rivelati insuperabili tanto per le società occidentali quanto per quelle ben più evolute orientali.

Tali condizioni consistono essenzialmente in alcuni fattori decisivi che resero possibile passare dalla rivoluzione cosiddetta “industriosa” alla rivoluzione industriale vera e propria, caratterizzata dalla possibilità di passare da una economia organica o di superficie ad una di tipo minerale o del sottosuolo, tramite accesso a nuove fonti di energia e materie prime che, almeno all’immediato non provocavano il rapido esaurimento delle risorse e consentono uno sviluppo delle forze produttive di proporzione inaudite se paragonate al passato. L’Inghilterra in particolare si trova su un mare di carbone di relativa facile estrazione e relativa vicinanza ai luoghi di produzione. Ma questa è solo una delle condizioni di cui stiamo parlando, poiché ad esse vanno aggiunte quelle fondamentali di poter forzare i ricordati limiti ecologici attraverso l’accesso alle risorse umane e materiali di un intero continente: quello americano. Inoltre tale riserva di risorse si rivela utile anche come sbocco significativo della popolazione eccedente che la stessa rivoluzione industriale ed il relativo spopolamento delle campagne determinavano. Sicuramente hanno contribuito anche altri fattori alla nascita del capitalismo ma ci sembra che senza questi due elementi decisivi difficilmente avremmo assistito allo scenario che ha caratterizzato l’Inghilterra degli inizi del XIX secolo e successivamente gli altri paesi occidentali. A riprova di tale affermazione si può fare il confronto con lo sviluppo del mercantilismo e persino della manifattura avvenuto nei secoli precedenti tanto in Italia e successivamente in Olanda, quindi di società intrise di quella cultura occidentale che secondo alcuni sarebbe il “quid pluris” caratteristico che avrebbe determinato l’affermazione del capitalismo in occidente; eppure entrambe queste società subirono dei forti rinculi dopo aver raggiunto il massimo di sviluppo e splendore possibile nelle condizioni date.

La Cina stessa, dove pure esisteva un mercantilismo ancora più spinto che nelle società occidentali, dovette fare i conti con la mancanza di tali fattori con l’aggiunta di un vivacissimo scontro di classe interno che vedeva i contadini pauperizzati protagonisti di enormi rivolte tali da mettere in discussione il potere imperiale e i rapporti sociali esistenti. Il potere centrale fu quindi costretto a svolgere un ruolo prima di calmieratore dello scontro sociale e della ulteriore polarizzazione sociale e successivamente a delegare ai rappresentati del potere politico ed economico locale il compito di domare le rivolte con il contraltare di trovarsi nel giro di alcuni decenni alla fine del XXIII secolo con una frantumazione dei centri di potere che agivano per conto proprio. Forti di tale potere le classe dominanti locali si diedero alla selvaggia oppressione e rapina della popolazione cosa che consentiva di mantenere alti i propri redditi senza il bisogno di ricorrere ad un uso di tipo più propriamente capitalistico delle classi sottomesse. Ma tutto ciò avveniva già in un contesto in cui l’ingerenza occidentale attraverso la guerra dell’oppio ed i trattati imposti militarmente provocavano ulteriore disintegrazione e impoverimento della società cinese.

Il tentativo post rivoluzionario di sviluppare un capitalismo equilibrato ed in un solo paese

C’è voluta una rivoluzione antimperialista tra le più radicali e gigantesche che la storia ricordi per sottrarsi almeno al destino di colonia dominata anche politicamente ed invertire la rotta di una disgregazione e di una subordinazione alle potenze occidentali e giapponese. Ma la storia ha confermato in Cina che nel mondo attuale non è possibile realizzare non solo il socialismo in un solo paese ma nemmeno il capitalismo.

Il tentativo attuato dalla dirigenza maoista di sviluppare il capitalismo con una logica abbastanza simile a quella che Samir Amin definisce il Delinking (cioè lo sganciamento) pur producendo brillanti risultati in termini di tassi di crescita, non molto diversi da quelli attualmente sbandierati, ad un certo punto è andata ad impattare ancora una volta contro quei limiti di uno sviluppo capitalistico autocentrato, quando non addirittura semiautarchico, che soprattutto in paese che partiva da una situazione disastrata come quella cinese si facevano sentire con maggiore forza.

Soprattutto sarebbe stato impossibile sviluppare capitalismo senza produrre quella caratteristica polarizzazione sociale che da sempre lo accompagna. In tal senso, pur non essendo mai esistito un pieno egualitarismo come teorizzato nella propaganda dei gruppi filocinesi dell’epoca, non vi è dubbio che il maoismo dei tempi migliori ha rappresentato un tentativo di tenere sotto controllo tale polarizzazione, di realizzare uno sviluppo alquanto equilibrato anche sul piano territoriale e di non dipendere eccessivamente dai capitali occidentali.

Ma dove si produce sotto la legge del valore (sia pure con notevoli “trasgressioni”) e si contabilizza la ricchezza in forma monetaria e mercantile, per quanto prevalentemente sotto la proprietà statale, inevitabilmente si addensano progressivamente interessi di classe contrapposti che prima o poi trovano anche la propria espressione sociologica ed inevitabilmente politica.

Inoltre tutto l’impegno di risorse umane profuso a piene mani (ricordate come Yu Kung rimosse le montagne?) non poteva sopperire alla mancanza di tecnologia adeguata controllata dalle potenze occidentali, soprattutto dopo che negli anni ’60, a seguito della rottura con l’Urss, vennero a mancare anche le forniture dalla Russia esse stesse alquanto obsolete.

Ma accedere a tali risorse tecnologiche di cui mancavano sia le conoscenze ma ancora di più il capitale per produrle voleva dire aprirsi maggiormente al mercato internazionale e offrire contropartite adeguate. Contropartite che non potevano essere rappresentate dalle materie prime di cui la Cina, in relazione alla popolazione ed al territorio esistente non è particolarmente fornita. Tanto meno lo scambio poteva avvenire attraverso la produzione agricola, il settore meno sviluppato e più polverizzato con tassi di rendimenti che a stento garantivano l’autosufficenza alimentare.

La vera risorsa che la Cina poteva offrire al mercato mondiale era una parte significativa della sua sterminata popolazione come forza lavoro a bassissimo costo.

È dal coacervo di tutte queste spinte che nasce la determinazione ad aprirsi maggiormente all’occidente e di dare avvio alle “riforme” che in sintesi hanno significato un notevole passo avanti sul piano della liberalizzazione ed un’azione più diretta delle leggi di mercato anche all’interno della stessa Cina.

Quindi, prima attraverso le aree speciali pilota e poi progressivamente in tutto il paese, via libera agli investimenti stranieri, via libera alle privatizzazioni di diversi settori industriali senza sostanzialmente nessun limite alle possibilità di sfruttamento della vecchia e della nuova classe operaia cinese.

È utile ricordare per i nostalgici che le prime aperture all’occidente simbolizzate dalla visita prima di Kissinger e poi di Nixon furono volute dallo stesso Mao. Così come l’investitura di Teng Hsiao Ping alla propria successione.

L’economia cinese nel contesto mondiale attuale

Nonostante tutto è bene evidenziare che ancora oggi la direzione statale cinese cerca di “pilotare” l’apertura al mercato mondiale tenendosi ben stretto il controllo di alcuni settori strategici, dosando l’ingresso di capitale straniero in particolare in quello finanziario. La drammatica riduzione del numero di imprese statali (SOE) e soprattutto del numero dei dipendenti (25 milioni su poco più di 100 in tre anni dal ’98 al 2001), non hanno infatti intaccato il controllo di alcune produzioni strategiche, ma soprattutto hanno spinto tali aziende ad agire prevalentemente come imprese pienamente inserite nel mercato mondiale sottostando alla logica del profitto. Le tante Joint Venture hanno consentito di non subire passivamente l’introduzione di nuova tecnologia e Know How ma di appropriarsi di conoscenze scientifiche legate ai processi produttivi, tecniche organizzative e gestionali più efficienti ecc.

Ciò spiega l’atteggiamento ambivalente da parte del capitale occidentale e soprattutto dei suoi rappresentanti politici nei confronti della Cina. Da una parte la si guarda come una immensa prateria per i propri investimenti e delocalizzazione di ampi settori produttivi usufruendo di una mano d’opera da utilizzare con orari ottocenteschi (10-12 ore al giorno sono la norma) e a salari che quando va bene a stento superano i 100 euro mensili, senza contare l’assenza di oneri aggiuntivi a cui sottostare quando si investe nei paesi d’origine. Dall’altra si guarda con preoccupazione alla capacità della Cina di appropriarsi delle conoscenze e di occupare in proprio nuovi segmenti produttivi della fascia tecnologicamente più avanzata sottraendolo al controllo diretto delle multinazionali straniere. Insomma il rapporto tra la Cina e le grandi potenze occidentali non è esattamente riconducibile a quello di tipo neocoloniale realizzati ad esempio con alcuni paesi dell’America Latina o dell’Africa e della stessa Asia di tipo completamente neocoloniale.

A tale proposito vale la pena però di fare alcune considerazioni circa il funzionamento dell’attuale capitalismo a scala mondiale.

L’investimento diretto di capitali esteri in Cina consente sicuramente la realizzazione di enormi profitti attraverso l’utilizzo di forza lavoro a bassissimo costo e ad orari di lavoro eccezionali che vanno ad incedere sulla composizione del capitale investito e quindi sui saggi di profitto, ma oltre ai profitti derivanti dall’investimento diretto va considerato il trasferimento di valore derivante dalla vendita di tali prodotti sui mercati occidentali. Qui infatti essi vengono venduti generalmente ad un prezzo inferiore a quelli correnti per prodotti simili ma comunque notevolmente superiori al loro costo di produzione operando un ulteriore trasferimento di valore e di ricchezza che va a beneficio dei capitali occidentali.

Ora, anche quando si tratta di produzione interamente a capitale cinese vi è da considerare la spesa per acquistare tecnologie e macchinari, ancora prevalentemente in mano al capitale occidentale in condizioni monopolistiche, ed in ogni caso si tratta di settori ad alta composizione organica in cui, come sappiamo da Marx, vi è in già “condizioni normali” una vendita superiore al loro valore per la perequazione dei saggi di profitto. Inoltre vi è da considerare il trasferimento di valore realizzato attraverso la vendita dei prodotti cinesi sul mercato mondiale attraverso circuiti raramente controllati dal capitale cinese. Infatti nella maggior parte dei casi si tratta addirittura di produzione su commissione (come per esempio nel caso della Wall Mart) quando non di produzione di pezzi specifici che poi vengono assemblati in occidente entrando nel prodotto finito. In pratica allo stato attuale la Cina anche quando produce con propri capitali può essere paragonata ad un gigantesco subappaltatore o contoterzista a cui vengono commissionate sezioni di produzione di un ciclo il cui controllo ed i cui risultati sfuggono sostanzialmente dalle proprie mani. Come da noi il subappaltatore svolge il lavoro sporco e spesso si arricchisce anche forzando sempre più verso il basso le condizioni di sfruttamento dei propri lavoratori, ma i beneficiari reali della ricchezza prodotta e dell’utilizzo di forza lavoro a basso costo e senza tutele, sono coloro che commissionano la produzione e che ne controllano l’intera filiera. Tutto ciò senza contare che l’abbassamento dei costi complessivi della forza lavoro è stato ottenuto anche attraverso una selvaggia privatizzazione dei servizi sociali e del welfare in generale, ma ciò oltre a comportare un degrado delle condizioni della stessa popolazione, lavoratrice e non, comporta anche dei costi aggiuntivi che non vanno a carico degli investitori o dei committenti stranieri ma del paese nel suo complesso, così come a carico del paese restano gli spaventosi costi del degrado ambientale e dell’inquinamento determinato dalla produzione di settori e tecnologie fortemente inquinanti che per ammissione dello stesso governo stanno raggiungendo dei limiti difficilmente tollerabili alla distanza.

Intanto la Cina avrebbe bisogno di ingenti capitali anche per modernizzare le proprie infrastrutture, di investire nella ricerca scientifica, nella istruzione qualificata ecc, al fine di migliorare ulteriormente la produttività complessiva del paese. Ma come abbiamo visto questa immane capacità produttiva lascia alla Cina ben pochi capitali disponibili da poter gestire in tale direzione; né questi settori sono quelli in cui il capitale internazionale è disposto ad investire per vari ordini di motivi. In essi infatti sono necessari grandi immobilizzi di capitale con rendimenti che possono arrivare solo in tempi lunghissimi, a condizione tra l’altro che si tratti di strutture e servizi privatizzati per il cui utilizzo sia previsto un pagamento. Ma ciò è possibile realizzarlo solo per alcune infrastrutture. Ora, se i salari sono bassissimi, e per gli investitori stranieri vi sono condizioni favorevoli in termini di tassazione dei profitti, tra l’altro facilmente aggirabili attraverso la contabilizzazione artefatta dei valori prodotti all’atto del trasferimento all’estero, è evidente che per la fiscalità generale e quindi per le spese da parte dello stato resta un percentuale estremamente bassa.

Le difficoltà con cui deve fare i conti la Cina…

Sono queste alcune delle ragioni per cui nonostante ritmi di crescita favolosi da parte dell’economia cinese che durano sostanzialmente da circa mezzo secolo, sia pure con qualche andamento discontinuo nei primi decenni post rivoluzionari, l’economia cinese nelle graduatorie generali compare tra i paesi con il reddito pro capite più basso al mondo nel mentre aumentano al suo interno la polarizzazione sociale determinato dalla distribuzione di tale reddito come testimoniato dal coefficiente Gini che si attesta intorno al 0,47.

Lascio alle comunicazioni di altri relatori una disamina più dettagliata dei dati e degli indici che testimoniano il posto reale occupato dalla Cina nella gerarchia piramidale dell’economia mondiale e nella divisione internazionale del lavoro.

Da essi si evince comunque che la Cina è ben lungi dall’essere diventata una grande potenza economica soprattutto se si confrontano i dati assoluti con la popolazione esistente.

Troppo spesso ci si lascia abbagliare dai dati assoluti che per un paese periferico sono effettivamente strabilianti, fino a potersi confrontare con quelli delle maggiori potenze occidentali, dimenticando di rapportare tali dati alla popolazione che spesso è da 10 a 20 volte superiore a quella dei paesi occidentali presi a confronto.

Con tali premesse la Cina ne ha di strada da percorrere per potersi confrontare come potenza economica con i paesi occidentali e con il Giappone ammesso che nel frattempo mantenga gli attuali tassi di crescita e soprattutto che riesca a trovare il modo di trattenere per sé quote crescenti dell’immane ricchezza prodotta.

I due più gravi handicap in questa direzione rimangono la creazione di un mercato interno di proporzioni simili a quelli occidentali (ancora una volta non in termini assoluti ma percentuali, altrimenti troveremo il pierino di turno che ci vorrà spiegare come in alcuni settori di consumo la Cina sia già al primo posto) e la questione agraria e contadina per dirla sia sul versante economico che sociale.

Fino a quando i salari medi resteranno dell’ordine di grandezza di quelli attuali (circa 100 euro al mese) l’incremento dei consumi interni non potrà certo avvenire per la crescita di quella classe imprenditoriale e media che rappresenta una quota bassissima della popolazione (tra l’altro sarebbe interessante vedere cosa comporta in termini di spesa l’appartenenza alla classe media in Cina dove al massimo si può consentire dei consumi tipici dei lavoratori salariati occidentali)

Ma per una economia fortemente sbilanciata sul terreno della produzione per l’esportazione diventa difficile alzare in maniera significativa i redditi dei proletari pena un drammatico calo di competitività delle merci cinesi ed un pesante rinculo di tutti gli investimenti stranieri che oggi contribuiscono in maniera a determinate il giganteggiare della produzione industriale. Sono di questi mesi gli strepitii delle multinazionali riportati dalla stampa internazionale rispetto alla paventata legge del parlamento cinese che si prefigge di alzare il livello minimo del salario legale ed alcune garanzie minime di tutela del lavoro, con ciò tra l’altro dimostrando tutta la strumentalità delle campagne circa la mancanza di diritti e sulle ingiustizie in Cina.

In ogni caso si parla di un aumento del 20% del salario minimo che a tutto voler considerare potrebbe portare il salario medio a 140 euro mensili!!! . Si tratta di un aumento ben significativo ma come si vede ben lontano dagli standard occidentali anche a voler considerare il costo della vita per i beni di consumo cinesi.

Considerando che già oggi i dati ufficiosi sulla disoccupazione indicano tassi del 14% possiamo immaginare cosa comporterebbe in termini di costi sociali un brusco rallentamento della produzione solo in piccolissima parte compensata dall’eventuale aumento dei consumi interni.

L’altro tallone d’Achille per la Cina è rappresentato dalla questione agraria. In tale settore il processo di liberalizzazione che pure ha fatto notevoli passi avanti è stato meno travolgente che in quello industriale e dei servizi ma soprattutto per ragioni politiche. È bene ricordare che nelle campagne vi è una popolazione rurale di circa 800 milioni di cui circa la metà occupata in agricoltura, mentre gli altri sono divisi tra occupazioni industriali soprattutto in quelle aziende in transizione rappresentate dalle TVEs (Township Village Enterprise) ed economia di pura sussistenza con redditi assolutamente imparagonabili a quelli medi delle aree costiere ed urbanizzate.

Stiamo parlando di una popolazione enorme che già oggi è attratta in maniera significativa dallo scintillio delle metropoli cinesi andando ad ingrossare le sue baraccopoli. Si parla di circa 120- 130 milioni di lavoratori che si spostano dalle campagne alle città per effettuare lavori temporanei in condizioni semischiavistiche e cercare in tal modo di integrare il proprio magro reddito, senza contare quei diseredati che vivono di espedienti ai margini di tali metropoli.

È stato calcolato che se si introducessero tecnologie avanzate in agricoltura determinando un aumento di produttività simile a quello italiano, che non è certamente dei più alti al mondo, basterebbero 8 milioni di contadini per eguagliare l’attuale produzione agricola. Persino se si volesse procedere con i piedi di piombo riducendo la popolazione agricola attiva a soli 100 milioni ci si troverebbe con un esubero di circa 300 milioni di persone espulse dalla campagna che si andrebbero ad aggiungere a quelli già in esubero, e non si vede come possano essere riassorbite dall’incremento di altri settori.

Infatti abbiamo dimenticato di dire che nella stessa produzione industriale, per quanto concentrata nei settori ad alto contenuto di lavoro vivo (labour intensive), si costruiscono stabilimenti in cui viene introdotto la tecnologia più recente, per cui l’ulteriore eventuale aumento di produzione industriale non potrebbe comunque determinare un paritario aumento di occupazione.

È questo il settore dove rischiano a breve di farsi sentire le principali conseguenze dell’ingresso della Cina nel WTO, poiché la liberalizzazione dei prezzi dei prodotti agricoli, in particolare dei cereali rischia di dare un colpo decisivo alla possibilità di sopravvivenza di tante piccole aziende a conduzione familiare esposte alla concorrenza dei prodotti cerealicoli americani che possono contare su di una produttività stratosferica oltre che sulla protezione statale.

Naturalmente per la Cina nel suo complesso si tratterebbe di un risparmio notevole in termini di costi per affrontare l’approvvigionamento alimentare ma rimane il problema di dove collocare tutta la popolazione in esubero causata da tale scambio vantaggioso e dall’introduzione di metodi e macchinari per la coltivazione agricola maggiormente produttivi.

….ed il contesto in cui è costretta ad affrontarle

Si manifestano su tale terreno le principali difficoltà per la Cina per un suo effettivo decollo da una economia di secondo piano verso i vertici rappresentati dalle nazioni occidentali.

E tali difficoltà non possono essere pienamente apprezzate se si astrae dal contesto mondiale in vanno ad inserirsi.

Per quanto la Cina stia mostrando un notevole dinamismo sui mercati mondiali nel rifornirsi di materie prime di cui ha sempre più bisogno rimane il fatto che tale approvvigionamento non può avvenire con i metodi praticati dagli Usa o dagli europei. A tale riguarda conta il fatto che l’accesso alle fonti di materie prime in maniera diretta o indiretta è già prevalentemente sotto il controllo dei governi e delle multinazionali occidentali, né la Cina dimostra di potere e voler praticare lo stesso tipo di strategia degli occidentali con le loro aggressioni, i loro ricatti attraverso i prestiti usurai, le manomissioni dei regimi locali etc,. Per il momento essa è costretta a ricorrere più agli strumenti diplomatici, ad accordi di tipo non certamente strangolatorio con le economie locali che non configurano una politica di saccheggio, oltre che a pagare prezzi notevolmente alti che sfuggono praticamente al suo controllo. Non è un caso se la maggior parte dei partner commerciali di materie prime della Cina siano nel mirino statunitense ed occidentale in quanto “stati canaglia”. Ricordiamo per brevità il Sudan, il Venezuela, l’Iran, senza parlare dell’Iraq….

Dei bassi consumi procapite interni e delle sue conseguenze nel caso di un eventuale sensibile innalzamento abbiamo già parlato. L’unico modo per aggirare tale difficoltà sarebbe quello di poter accedere a risorse economiche e finanziarie provenienti dall’esterno attraverso cui sostenere un significativo rafforzamento del proprio mercato interno ed una produzione in settori di tecnologia più matura, ma non pare, anche in questo caso, che la Cina sia oggi in condizioni di poter imporre un tale drenaggio di risorse attraverso una politica imperialista di cui non ha le risorse né militari né economiche.

In ultimo ma non per importanza vi è il problema degli esuberi strutturali, non transitori, provocati dallo stesso sviluppo capitalistico tanto nel settore industriale quanto soprattutto in quello agricolo.

È strano infatti che i tanti estimatori o terrorizzati dallo sviluppo cinese sempre pronti a mettere avanti i numeri assoluti che per un paese di circa 1 miliardo e mezzo di persone sono necessariamente enormi, evitino di applicare lo stesso criterio quando ci si riferisce ai dati sulla disoccupazione dove invece preferiscono tornare alle percentuali.

Qui siamo invece noi a voler sottolineare gli enormi numeri assoluti che stanno dietro tali percentuali. Immaginiamo cosa possa voler dire dover fare i conti con 400 – 500 milioni di persone che perdono l’accesso al reddito sia pur miserabile su cui possono attualmente contare.

Per quanto la diaspora cinese nel corso dei secoli ha dato vita a comunità immigrate all’estero che, contando anche le generazioni nate in loco, sommano complessivamente circa 200 milioni di persone, è dubbio che tale cifra possa raddoppiare o triplicare nel giro di pochi anni.

Come si vede alla Cina, oltre che un facile accesso alle materie prime, e la possibilità di far ricorso all’accumulazione originaria, manca anche lo sfogatoio esterno di cui poterono usufruire le prime nazioni capitalistiche rappresentato dalle forte emigrazione verso le colonie di popolamento.

Possibili scenari futuri

Insomma allo stato attuale da una lettura un poco più attenta delle dinamiche cui è sottoposta la Cina e la loro valutazione nell’ambito dello scenario internazionale, pare che le difficoltà verso una crescita ininterrotta che replichi all’infinito i trend degli ultimi decenni e la possibilità che i risultati di tale crescita vadano a beneficio della maggioranza dei cinesi siano prevalenti.

In astratto non si può escludere, tenendo conto delle dimensioni in gioco, che la Cina continui a crescere aumentando la propria porzione di produzione e di prodotto mondiale.

Ma una tale eventualità, altamente improbabile per le ragioni che abbiamo cercato di evidenziare, avrebbe comunque conseguenze drammatiche per l’economia mondiale e per l’attuale gerarchizzazione che la caratterizza.

A meno che non si pensi che possa darsi una sostituzione della leadership mondiale in maniera soft, del tipo di quella che ebbe luogo con il passaggio del primato dall’Inghilterra agli Stati Uniti.

A tale proposito vale forse la pena ricordare che tale passaggio ritenuto soft avvenne nel giro di alcuni decenni durante i quali abbiamo assistito a due micidiali conflitti mondiali, ad una crisi economica di proporzioni mai viste in precedenza e all’affermazione in alcuni paesi d’ Europa di regimi iperautoritari.

Ma è bene ricordare che il sorpasso economico degli Usa rispetto all’Inghilterra (questa volta sia in termini assoluti che percentuali) era già avvenuto negli anni precedenti ed i due conflitti mondiali non hanno fatto altro che sanzionarlo.

Proprio perché non stiamo parlando di bruscolini ma di una nazione che conta un quinto dell’umanità non è pensabile che tale eventuale passaggio possa avvenire garantendo a tutti gli attuali standard di vita.

Anche quelli che denunziano gli effetti perversi della globalizzazione ricordando spesso il famoso 20 % che consuma l’80 % della ricchezza e viceversa spesso dimenticano che chi sta ai vertici della piramide può consentirsi quei livelli di consumo esattamente perché il mondo è così polarizzato; perché c’è un trasferimento di ricchezze e di risorse dalle periferie verso il centro. Come sarebbe possibile che il vertice della piramide si allarghi se non proprio a capovolgersi ma facendo spazio al un altro 20% ?

Non ci vuole molto a capire che assisteremmo a conflitti di portata tale da far impallidire quelli a cui abbiamo assistito nel XX secolo con gli eventuali rischi di sopravvivenza della stessa specie umana.

Ma in Cina vi una grande risorsa per la lotta del proletariato internazionale

Il versante che a noi interessa di più in tutta questa vicenda sono proprio le centinaia di milioni di nuovi lavoratori che in questi anni si sono andati formando in Cina e non di meno la sterminata massa di popolazione rurale. Quest’ultima in particolare ha svolto nella storia cinese un ruolo decisivo con continue rivolte ed un protagonismo mai visto in occidente caratterizzato da un egualitarismo di fondo per quanto dietro bandiere più o meno religiose o esoteriche.

Un protagonismo che non sembra essersi estinto se è vero come dicono le statistiche che in questi anni di boom economico per la Cina i tassi di crescita delle rivolte (o degli incidenti come li chiama il governo di Pechino) tanto urbane che rurali sono stati superiori a quelli registrati dall’economia. Nel solo 2005 vi sono state 87000 rivolte per le più disparate ragioni, dalle lotte contro le condizioni di lavoro alla difesa dei propri territori contro le espropriazioni forzate, contro gli effetti inquinanti degli insediamenti industriali contro i soprusi dei rappresentanti del potere locale. Se si considera la l’autoritarismo delle istituzioni cinesi, l’impossibilità di organizzarsi in sindacati indipendenti, le difficoltà di creare collegamenti stabili tra queste stesse lotte, possiamo avere una percezione più chiara della dimensione di questa insorgenza endemica.

In Cina oggi vive un proletariato industriale (solo quello contabilizzato ufficialmente assomma a circa 160 milioni) che è numericamente superiore alla somma di tutti i lavoratori dei paesi OCSE.

Stiamo parlando della sezione più numerosa del proletariato mondiale destinata a far sentire sempre più la propria voce.

Parlando in termini di globalizzazione e di piena realizzazione del mercato mondiale ci pare che tali soggetti abbiano a che vedere con la lotta contro il capitalismo a scala mondiale. Gli stessi contadini e la popolazione rurale si ribellano alle conseguenze della ulteriore diffusione del capitalismo e non rappresentano certo un retaggio del passato. Una insorgenza generalizzata di questi settori sociali cinesi difficilmente resterebbe senza conseguenze tanto sul capitalismo quanto sul proletariato internazionale.

La nostra classe dirigente che usa a piene mani la forza lavoro a basso costo dei cinesi sia nel loro paese d’origine che qui in Italia lavora poi ad attizzare il fuoco della divisione tra i lavoratori, presentando questi proletari come i veri responsabili del peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro anche in Italia.

La vicenda di via Sarpi a Milano è indicativa a tale proposito delle campagne organizzate per instillare il razzismo nelle file dei lavoratori italiani. Ed abbiamo dovuto assistere anche a tanti presunti comunisti ortodossi spiegare che si trattava di semplici commercianti che a loro volta sfruttavano i propri connazionali. Ma non ci pare che tali ortodossi abbiano mosso un solo sopracciglio per la esemplare vertenza condotta dai circa 1000 lavoratori in maggioranza migranti cinesi presso una cooperativa operante all’Alfa Romeo di Arese dove dopo un mese di dura lotta hanno ottenuto un accordo significativo in termini di trattamento salariale e normativo.

Inoltre ci pare che su questo terreno la Cina stia facendo da battistrada per la generalizzazione di un peggioramento generalizzato delle condizioni di vita e di lavoro di tutto il proletariato mondiale.

Certo nelle metropoli italiane, soprattutto gli autoctoni, sono ben lungi dall’essere sottoposti ai trattamenti subiti dalla stragrande maggioranza dei lavoratori cinesi e possono usufruire nonostante tutto ancora di discreti ammortizzatori tanto familiari quanto statali, ma la crescente diffusione della precarietà, dell’insicurezza relativa al proprio futuro, il tentativo di smantellare qualsiasi tutela contrattuale collettiva e nazionale, la privatizzazione progressiva dell’assistenza e della previdenza, oltre che quella dei beni comuni, la criminalizzazione delle proteste ci dicono che la globalizzazione realizzata solo sul versante della mobilità dei capitali, delle merci e dei servizi ma non su quello della forza lavoro è un’arma che si ritorce contro l’intero proletariato mondiale.

In tale contesto non solo la solidarietà e la unità di lotta con i migranti diventa una condizione essenziale per cercare di difendersi meglio, ma diventa sempre più di attualità la necessità di guardare alla tutela dei propri interessi come classe internazionale che superi le artificiali barriere imposte dal capitalismo e dai suoi rappresentanti politici. Come singole sezioni di proletariato nazionale si può solo subire ulteriormente in maniera impotente l’offensiva internazionale del capitale, rischiando di trovarsi tra l’altro al carro dei propri sfruttatori in una lotta fratricida con i propri fratricida contro i propri fratelli di classe.

Come si vede la Cina è molto più vicina di quando si creda e ci riguarda direttamente anche per le vicende dello scontro di classe in Italia.

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