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PER UN PROGETTO COMUNISTA, PER UN POLO AUTONOMO DI CLASSE

documento della minoranza al I° congresso regionale veneto del prc (seconda parte)

(30 Novembre 2002)

INDICE

Premessa [ leggi... ]
1. Introduzione [ leggi... ]
2. I capitali nel veneto: tanti interessi in una regione sola [ leggi... ]
3. Il vento dell'ovest: gli interessi imperialistici della borghesia veneta [ leggi... ]
4. I lavoratori in veneto: una regione a forte concentrazione operaia, una regione con una classe fortemente disgregata [ leggi... ]
5. La piccola borghesia tra paura e ribellione: padroncini, contadini e commercianti nell'integrazione europea [ leggi... ]
6. Centrosinistra e centrodestra: i due poli della borghesia veneta [ leggi... ]
7. Tra concertazione e lotta di classe: movimenti e sindacati di fronte alla fase [ leggi... ]
8. Tra accordi e movimentismo, un partito collassato: il prc nel veneto [ leggi... ]
9. Per una politica marxista rivoluzionaria dei comunisti veneti: la nostra proposta [ leggi... ]


3. IL VENTO DELL'OVEST: GLI INTERESSI IMPERIALISTICI DELLA BORGHESIA VENETA

3.1 Gli ultimi 20 anni hanno visto la ripresa di politiche liberoscambiste finalizzate all'integrazione del mercato mondiale, politiche che hanno segnato la ripresa di un espansionismo politico-economico delle forze imperialiste. Il ridimensionamento di alcune importanti imprese italiane (a partire dalle due principali, Fiat e Montedison), hanno determinato una contrazione della presenza internazionale del grande capitale. Nel corso degli anni '90 è però emersa una proiezione estera del piccolo e medio capitale, facendo raggiungere all'insieme di queste piccole multinazionali dimensioni rilevanti sia per fatturato che per numero di addetti coinvolti.

3.2 Non è possibile separare meccanicamente gli interessi della borghesia veneta da quelli della borghesia italiana. All'interno di questo quadro, però, il capitale veneto ha dei particolari interessi imperialistici, segnati sia dalla sua composizione che dalla collocazione geografica della regione. Come visto precedentemente, il tessuto industriale è caratterizzato da un capitale medio-piccolo, ad alta intensità di lavoro, con produzioni a bassa tecnologia. Un capitale che si è espanso oltre l'area europea, cercando sia nuovi mercati meno esigenti sui parametri qualitativi, sia aree a basso costo del lavoro in cui trasferire le produzioni. In questo processo ha dovuto tener conto delle sue caratteristiche: la scarsa disponibilità di investimenti, la flessibilità delle strutture produttive, le lunghe catene di subfornitura. La prossimità geografica dei paesi ex-socialisti ha giocato un ruolo strategico nei processi di delocalizzazione, offrendo un terreno favorevole nei Balcani e nell'Europa centrale (Romania, Bulgaria, Ungheria).

3.3 Questa area è caratterizzata da dieci anni di guerre e conflitti etnici, da governi nazionalisti, da profonde crisi sociali ed economiche. Un'area segnata soprattutto dall'espansione della Germania unificata e dai tentativi americani di interferire in questo processo, dall'iniziale sostegno ai governi federali di Ante Markovic e Milosevic sino ai bombardamenti della Serbia nel ‘95, la guerra nel '99 e l'occupazione militare del Kossovo (Camp Blondsteel). Un'area in cui il governo italiano, di centrodestra come di centrosinistra, ha sempre voluto esercitare una propria influenza economica, politica e militare: dall'opposizione all'indipendenza delle repubbliche yugoslave all'intervento militare in Albania nel 1997, dal protettorato in Bosnia sino alla guerra del ‘99, dal sostegno al governo montenegrino sino all'intervento in Macedonia. Roma è così diventata una nuova corte, insieme a Washington e Berlino, per politici, affaristi e boss dell'europa sud-orientale.

3.4 Nei Balcani sono arrivati in questi anni capitali tedeschi, francesi, greci, austriaci ed italiani. Imprese italiane, e del nordest in particolare, sono presenti soprattutto in Romania, Albania, Bulgaria (paesi in cui siamo anche primo partner commerciale), come in Ungheria, Slovenia, Bosnia e Croazia. Ad installarsi nell'area sono le industrie che contraddistinguono il tessuto economico veneto: meccanica, tessile, legname ed edilizia. Una presenza supportata da diversi enti, come la Simest, l'Ice, la finanziaria nordestina Finest, il centro servizi Informest, la finanziaria della fiera del Mediterraneo (Fdl servizi) ed Unioncamere. I piani di investimento di Finest e Informest nei Balcani, circa una ventina, sono proposti soprattutto da aziende e gruppi industriali veneti; undici interessano la Romania, due sono in Bulgaria, quattro in Serbia. La Finest, insieme alla Sace, alla Simest, e all'Ice aprono in questi giorni un ufficio a Belgrado, per controllare da vicino le privatizzazioni, circa 500, che entro quattro o cinque anni sono in arrivo in Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia. Confindustria, Confartigianato ed altre associazioni territoriali (industriali di Treviso, Padova, Pordenone, Mantova e Reggio Emilia) hanno costituito la Fondazione Sistema Italia Romania a Bucarest, per individuare aree industriali, partecipare alle privatizzazioni, valutare le agevolazioni, porsi come interlocutore per le istituzioni locali. A Timisoara si è recentemente costituita un'associazione degli industriali italiani (più di dodicimila) che operano nella provincia, associazione che si è legata alla Confindustria veneta. In totale, più di 30.000 imprese italiane, in grande maggioranza venete, operano in questi paesi.

3.5 La penetrazione industriale europea non può essere disgiunta dalla penetrazione di banche ed istituti di credito nel sistema finanziario di questi paesi. I gruppi tedeschi hanno sviluppato un rapporto molto stretto con le imprese nazionali e con le banche locali, un livello di integrazione che manca ai gruppi bancari italiani. Ma una progressiva crescita si è registrata negli ultimi anni, avendo come modello di intervento quello della Germania. Unicredito e Banca Intesa controllano già oggi i principali gruppi bancari della Slovenia e della Croazia (Zagrebacka Banka, SKB slovena, Splitska Banca, Privredna Banka), e hanno sviluppato significative presenze in Bulgaria, Romania, Slovacchia, e Polonia.

3.6. L'esportazione di capitali italiani in questi paesi ha sfruttato la destrutturazione politica e sociale seguita agl'interventi strutturali del FMI, al crollo dell'89 e alla guerra. Una presenza segnata dalla depredazione delle ricchezze locali, dallo sfruttamento incontrollato della forza lavoro, dall'inquinamento e dalla distruzione delle risorse naturali. Un capitalismo selvaggio che non è stato reso più buono né dal fatto di essere italiano, né dalle sue dimensioni minori rispetto alle grandi multinazionali mondiali. L'imperialismo italiano ha prodotto i suoi regimi (come quello mafioso di Dukanovic o quello poliziesco, in un'altra zona, della Tunisina), le sue miserie, i suoi morti. Dalla Zastava alla Telekom serba, dai laboratori di scarpe ai maglifici, dalle officine meccaniche agli sportelli bancari siamo in prima fila non solo nei bombardamenti e nella presenza militare sul terreno, ma anche nelle privatizzazioni, nei licenziamenti, nella produzione dei disastri economici e sociali di quelle popolazioni.

3.7 La competizione con altri paesi, la necessità di sviluppare economie di scala, la trasformazione in corso nel capitale veneto rendono sempre più necessaria una razionalizzazione dell'intervento imperialista italiano. Le Banche, l'Università, i trasporti, i servizi legali e commerciali acquistano un valore strategico, e con essi le stesse politiche di "modernizzazione" delle amministrazioni locali. Per portare avanti una politica imperialista, c'è bisogno di una struttura statale locale, nazionale e continentale in grado di sostenerla. Questa necessità porta ad una forte pressione verso tutte le istituzioni e le forze politiche italiane da parte del capitale, affinché queste strutture di sostegno all'espansione nei paesi dell'est siano rapidamente realizzate.

4. I LAVORATORI IN VENETO: UNA REGIONE A FORTE CONCENTRAZIONE OPERAIA, UNA REGIONE CON UNA CLASSE FORTEMENTE DISGREGATA

4.1 La Regione ha un peso rilevante nell'economia nazionale, sia per numero di insediamenti che per numero di operai industriali. In Veneto su circa 1.500.000 di lavoratori, gli operai industriali sono 650.000, cioè il 44% del totale; i lavoratori dipendenti agricoli sono 23.000, mentre il cosiddetto terziario occupa 680.000 dipendenti. Oltre al manifatturiero i settori più importanti sono il commercio, con 280.000 lavoratori, i servizi alle imprese con 135.000 , le costruzioni con 133.000 ; seguono credito, trasporti e pubblici esercizi.

4.2 Il 93% delle imprese venete contano meno di 10 lavoratori per azienda. Le imprese medio piccole (10-49 dipendenti) occupano il 29% dei lavoratori; quelle di media dimensione (50-249 dipendenti) il 20%; le grandi imprese (250 e più dipendenti) il 5%. Di queste imprese solo 73, con 67.000 lavoratori, hanno tra 500 e 1000 dipendenti, mentre 19 imprese sono più grandi e occupano circa 31.000 persone. Ad un capitale diffuso corrisponde una classe disgregata, divisa in migliaia di unità produttive, spesso sotto quella soglia minima che permette l'organizzazione collettiva della lotta e l'applicazione dello Statuto dei lavoratori.

4.3 La scomposizione della classe è determinata non solo dalla divisione delle unità produttive, ma anche dalla differenziazione di contratti e diritti. Il Veneto occupa il terzo posto dopo Lombardia e Piemonte nell'assunzione di lavoratori interinali; nel 2001 i contratti sottoscritti sono stati 43.700, cioè l'11,63% delle assunzioni, di cui in notevole maggioranza donne. L'interinale svolge una funzione di collocamento sussidiaria rispetto al sistema pubblico, garantendo maggiore controllo sulla classe ed una disponibilità della forza lavoro a seconda delle necessità produttive. Allo stesso modo osserviamo la diffusione delle cooperative di produzione, che in Fincantieri, in OMS e in molte altre aziende garantiscono i lavori più usuranti e pericolosi. La presenza di lunghe catene di subfornitura, di piccoli e medi laboratori artigianali, di produzioni a basso valore aggiunto, favorisce la diffusione di assunzioni spurie sotto forma di collaborazioni coordinate e partite iva non solo nei lavori legati alle "vecchie e nuove" tecnologie, ma anche in settori di manodopera tradizionale.

4.4 Nella classe operaia veneta è in forte crescita la presenza di manodopera migrante. Gli immigrati "regolari" sono oltre 110.000, provenienti dell'Europa dell'Est, dall'Africa, dall'Asia e dal Sudamerica. Di questi 32.000 sono lavoratori regolarmente assunti; nelle piccole imprese infatti i migranti costituiscono il 10% della forza lavoro. Le province con maggior numero di lavoratori migranti sono nell'ordine Vicenza, Treviso, Padova, Verona, Venezia. Lavoratori che vivono con meno diritti rispetto al resto della classe, spesso ghettizzati nelle mansioni più rischiose, usuranti e peggio pagate. Una differenziazione giocata dal capitale per segmentare la classe, per romperla non solo dentro la fabbrica ma anche fuori da essa, nella vita quotidiana. Una componente espulsa dai propri paesi dalla mancanza di lavoro, dalla disgregazione del mondo contadino causata dall'unificazione del mercato mondiale, dalla penetrazione delle multinazionali, dai conflitti e dalle guerre sostenute da logiche imperialiste. Persone divise da lingue e provenienze culturali diverse, famiglie ed individui spesso isolati dalla propria rete sociale, assoggettati al ricatto dei contratti e dei permessi di lavoro. Una logica portata all'estremo nella Legge Bossi-Fini, ma sostanzialmente già presente nella Turco-Napolitano con le quote, i Cpt, le espulsioni. Un settore della classe che vive più pesantemente il problema del lavoro (precarizzazione, flessibilità, ritmi, salari), come quello della casa, di un salario sociale decurtato (ad esempio nella pensione), della segregazione dentro i nuovi ghetti che costellano le nostre città.

4.5 Se i settori maturi contraddistinguono larga parte del capitale veneto, con le sue officine meccaniche ed i laboratori tessili, esiste anche un'altra realtà, strettamente connessa alle produzioni ad alto valore aggiunto, come quelle dei materiali plastici, delle tlc, dei servizi informatici. E' presente, anche se non così diffuso come molti apologeti del "nuovo" hanno rivendicato, un nuovo proletariato legato all'introduzione della microelettronica, alla scomposizione del ciclo e all'informatizzazione del sistema produttivo. Tecnici specializzati, lavoratori ad alta professionalità, spesso laureati o con lunghi percorsi di formazione, che sono inseriti in particolari mansioni all'interno di molte imprese, ma che sono soprattutto concentrati intorno ad alcune aziende: telecomunicazioni (Telecom, Wind, Omnitel), industrie chimiche, informatiche, biotecnologiche. Un proletariato spesso incentivato e remunerato con premi particolari, che si stacca soggettivamente dalla classe, percependosi più vicino a settori della piccola borghesia che alla realtà operaia. Ma proprio lo scoppio della bolla nelle nuove tecnologie e la gravissima crisi di sovrapproduzione del settore, ha costretto per la prima volta molte aziende a tagli di personale, ristrutturazioni e contrazioni di salario. Una realtà materiale che ha portato in evidenza la sottomissione al capitale e ai suoi processi di valorizzazione anche di questi lavoratori.

4.6 Il processo di privatizzazione delle aziende pubbliche ha coinvolto in Italia una quota rilevante di capitale, interessando quasi la metà del PIL. Nella sostanza è un processo che si può dire concluso, avendo garantito la trasformazione in Spa delle maggiori industrie e la loro progressiva acquisizione da parte del capitale privato. Centinaia di migliaia di lavoratori delle Poste, delle Ferrovie, dei trasporti, delle aziende municipalizzate sono diventati lavoratori produttivi, sottomessi all'estrazione di plusvalore. Questo processo ha rotto le logiche clientelari di queste realtà, obbligando a ridurre i costi di gestione, ad aumentare la produttività, a garantire i profitti all'azionariato dell'azienda: per i lavoratori ne è conseguito un forte aumento dei ritmi e del tempo di lavoro, esternalizzazione e precarizzazione di interi comparti della produzione, compressione dei salari. Una divisione di classe perfino maggiore che nel privato, con aziende con più di 500 addetti in cui si hanno 3/4 contratti nazionali diversi, con orari, retribuzioni e normative differenziate. Un trasferimento sotto il controllo del capitale che non ha risparmiato il settore dei servizi sociali: in particolare nella sanità e nel comparto socio-educativo abbiamo assistito alla prolificazione di Onlus e cooperative che, ammantandosi di una funzione sociale, sono stati protagonisti di una dequalificazione, svalorizzazione e precarizzazione della forza lavoro. Una realtà che ha coinvolto non solo il mondo cattolico, ma anche la sinistra moderata e purtroppo, in alcuni casi, anche quella alternativa ed antagonista.

4.7 La quota di dipendenti pubblici è comunque ancora rilevante nella forza lavoro del nostro paese, interessando più di 3 milioni di lavoratori, coinvolgendo Enti locali, Ministeri, Scuola e Sanità. In un territorio con una forte disgregazione delle unità produttive, i principali enti per numero di addetti sono spesso l'Università, il Comune o l'Aussl: una realtà, quindi, che per la sua concentrazione ha un ruolo rilevante all'interno del proletariato veneto. Il pubblico impiego sta subendo pesanti processi di aziendalizzazione, determinati dal taglio dei conti pubblici, dallo smantellamento dello stato sociale. Nello Stato e nel parastato questo ha determinato spesso forme di flessibilità anche più alte che in molti settori privati, basti pensare al precariato dei docenti, ai Lavoratori socialmente utili, ai trimestrali, alla pratica del subappalto.

4.8 Le divisioni che abbiamo sottolineato nei paragrafi precedenti (dimensione delle unità produttive, tipologia di contratti, nazionalità e diritti civili, qualificazione dei lavoratori) incidono nella soggettività della classe, nella sua capacità di costruire e far circolare le lotte. Questa situazione favorisce la rincorsa a straordinari, superminimi e fuori busta: attraverso la mobilità e la contrattazione individuale una parte della classe valorizza la sua forza lavoro, difende il proprio salario: pensiamo agli operatori delle macchine a controllo numerico, agli operai specializzati, ad alcune mansioni dove si concentra scarsità di manodopera. Una condizione materiale che, soprattutto nelle piccole e medie imprese ma non solo, rompe la solidarietà di classe e favorisce l'attacco ai contratti collettivi. Una condizione che porta a mettere a valore alcune caratteristiche o disponibilità, facilitando la flessibilizzazione del processo produttivo e la saturazione del tempo di utilizzazione degli impianti: il lavoro concentrato nei weekend, gli orari prolungati, la concentrazione delle ferie in unico periodo, ecc ecc. In una fase di continua ristrutturazione dei processi produttivi, si tende a discriminare altri settori di classe: salari d'ingresso, salari indiretti e sociali fortemente differenziati, orari e mansionari diversi, diversi diritti di accesso e di sicurezza (pulizia, mensa, spacci aziendali, tute, ecc). Anche nel pubblico impiego hanno inciso queste divisioni, a partire dalla privatizzazione del rapporto di lavoro (art.29) e dalla ristrutturazione dei livelli che ne è conseguita: i contratti di secondo livello acquisiscono sempre maggior importanza, distribuendo quote di salario più significative; la distribuzione di salari accessori ad alcuni ruoli o funzioni ha privilegiato alcuni settori a scapito di altri. Al di là della retorica aziendalista, si è dato vita a nuove politiche clientelari che si affiancano al controllo dei subappalti e delle esternalizzazioni. Una situazione complessiva che spesso produce l'isolamento delle avanguardie dentro i posti di lavoro, l'isolamento di alcune fabbriche particolarmente sindacalizzate nel proprio territorio e nella propria categoria. Una situazione che favorisce la penetrazione tra i lavoratori di logiche neocorporative, l'indebolimento della solidarietà di classe, lo scollegamento fra le lotte.

4.9. Se il quadro attuale è significativamente segnato dalle divisioni della classe, non bisogna negare o sottovalutare i processi di ricomposizione, sul piano oggettivo e soggettivo, che sono in corso.

- La scomposizione delle fabbriche sembra essersi arrestata: stiamo assistendo al contrario ad una lenta e progressiva crescita di dimensione delle imprese. Questa crescita è determinata sia dalla centralizzazione dei capitali, che portano un singolo capitale a controllare più aziende, sia ad un ampliamento delle singole unità produttive.

- Se il polo di Marghera è stato eroso dalla crisi del Petrolchimico, in questi anni sono sorte diverse aree industriali, che nella molteplicità delle aziende coinvolte, concentrano quote significative di classe operaia in un territorio ristretto: basti pensare alla Zona Industriale di Padova, che comprende più di 25mila lavoratori, o a quella intorno a Santa Maria di Sala, con più di 10mila addetti.

- Emergono alcune rigidità della classe che in anni passate erano meno evidenti, dando fiato a molti tromboni della "nuova e vecchia sinistra" che cantavano le loro musiche sulla fine del lavoro e del plusvalore. Il tempo indeterminato rimane la forma di contratto dominante nella forza lavoro, nelle stesse nuove assunzioni sta recuperando un ruolo rilevante, mentre il lavoro autonomo appare decisamente in calo. Le quota di lavoratori sul totale della popolazione, lungi dallo scomparire, è in progressivo aumento, come mostrano i dati sulla crescita della popolazione attiva, cioè della forza lavoro occupata e disoccupata, delle persone che per vivere devono lavorare: dei proletari. Soprattutto è in aumento la quota di lavoratori produttivi, cioè sottoposti direttamente al capitale nel processo di lavoro, quindi oggettivamente antagonisti nei suoi confronti: insomma la 'classe operaia' in senso stretto.

- La forza lavoro migrante, particolarmente nelle aree in cui è più presente, ha avviato importanti processi di autorganizzazione, facendosi soggetto attivo nelle lotte e ponendosi in prima persona il problema del rapporto con il resto della classe (vedi la discussione sullo sciopero vicentino contro la legge Bossi Fini). Un processo di autorganizzazione cresciuto anche grazie alle mobilitazioni contro le politiche del centrosinistra (manifestazione del 3 febbraio, ma non solo), che hanno favorito lo svincolamento dalla tutela e dal controllo delle associazioni cattoliche e della sinistra riformista.

- Gli attacchi che il capitale ha condotto in questi anni, dalle pensioni alla scala mobile, dalla smantellamento dello stato sociale all'articolo 18, hanno coinvolti tutti i lavoratori, contribuendo a ridurre le divisioni della classe. La borghesia è stata ed è ben conscia di questo effetto ricompositivo delle sue offensive, infatti ha sempre cercato di smorzarlo attraverso la concertazione o introducendo nuove differenziazioni. Queste lotte sono state e sono momenti importanti di crescita della coscienza di classe, proprio per questo è fondamentale che non siano occasioni per introdurre ulteriori fratture, come nella conclusione del grande movimento del ‘94 (accesso all'anzianità e, a monte, al sistema a contribuzione).

4.10 La lotta di classe non è quindi scomparsa in questi anni, anche nel mitico nordest della piccola impresa e della concertazione sindacale diffusa. Una lotta condotta nei posti di lavoro, contro la saturazione dei tempi, l'aumento dei ritmi, il peggioramento delle condizioni di igiene e di sicurezza. Una microconflittualità scandita da battaglie per il diritto ad avere scarpe e protezioni, per il mantenimento degli spacci aziendali, per conquistare il diritto all'ingresso alle docce, per far partire i pulman all'orario previsto senza straordinari obbligati, come all'Oms di Cittadella. Una conflittualità che è esplosa in lotte molto dure, superando e spiazzando le centrali sindacali, come dopo l'ennesimo incidente in Fincantieri o il licenziamento di un operaio all'Arneg di Padova. Un antagonismo agli interessi del capitale che si esprime nel coraggio di bocciare contratti capestro, come nei diversi stabilimenti Zanussi.

4.11 Una lotta di classe che sta conoscendo in questi anni un passaggio di fase importante. Una giovane generazione operaia, cresciuta attraverso i Cfl e la precarizzazione, si è ormai stabilizzata dentro molti posti di lavoro. Un settore di classe che si sta attivando, partecipa agli scioperi, si iscrive al sindacato, entra nelle R.S.U. Una generazione che sta sostituendo le avanguardie di fabbrica degli anni '70 e '80, determinando la perdita di un importante sapere di classe. Quell'avanguardia aveva infatti maturato attraverso lo straordinario percorso del "lungo '69" una forte coscienza della classe, importanti esperienze di lotta, una significativa conoscenza del territorio, dei padroni, delle fabbriche e degl'altri delegati. Ma nel contempo questo passaggio chiude anche la sconfitta storica di quelle vicende, il senso di ineluttabilità e la rassegnazione che hanno segnato una classe piegata da continui arretramenti. Il rinnovo del contratto metalmeccanico, le lotte per i contratti nazionali e di secondo livello del pubblico impiego, la battaglia nelle aziende privatizzate, gli scioperi sull'articolo 18 e il patto per l'Italia, la difesa del salario sociale e del contratto nazionale sono il terreno di crescita di una nuova classe operaia.

4.12 Queste lotte operaie hanno la necessità di collegarsi, di diventare il terreno su cui l'insieme dei lavoratori può riconoscere la propria soggettività, compattandosi contro il capitale. Queste lotte sono ancora troppo spesso frammentate, osservate con interesse e curiosità da larghi settori, ma nel contempo lasciate alla propria dinamica, senza cercare percorsi e fronti comuni. In questi anni abbiamo però anche assistito a momenti importanti di raccordo, ad esperienze utili verso la direzione di una ricomposizione della classe e delle sue avanguardie. Esperienze come quelle maturate nel sindacalismo di base, dalla Telecom alla scuola ai trasporti: esperienze che hanno portato a superare un settarismo organizzativo che nel ciclo di lotte fra il '92 e il '95 ha impedito di estendere e consolidare battaglie importanti. Esperienze come il coordinamento Rsu, che ha permesso di connettere fabbriche e delegati in momenti cruciali, segnati dall'attacco del capitale e dalle politiche concertative dei sindacati confederali. Il manifesto degli inflessibili ha colto subito, nel '97, la rilevanza dell'offensiva che il capitale veneto andava elaborando, costruendo il corteo di Treviso per la difesa dei diritti e del salario globale dei lavoratori. Una realtà quindi complessivamente segnata da una forte disponibilità alla lotta, ma anche da una limitata maturazione della sua coscienza complessiva e da un'avanguardia con una scarsa capacità di contrattazione e progettazione autonoma.

[ continua... ]

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