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Il punto (critica da sinistra a Gheddafi).

Commento a: «riflessioni su un dibattito»

(2 Settembre 2010)

Il punto, però, non sono le obiezioni che possono venire dai radicalsocialisti, generalmente legati ad un discorso filo-occidentale, a dispetto di tradizioni positive con cui pure dovrebbero avere dei legami (vedi il netto schieramento, in senso antimperialista, di Carlo Rosselli rispetto all'aggressione italiana dell'Etiopia).
Il punto è proprio in relazione all'Africa. Il discorso di Gheddafi attuale sul continente più martoriato, che lo vede tra i fautori della unità africana, non ha molto a che vedere con le elaborazioni degli anni '60 (racchiuse nella definizione "panafricanismo"), che muovevano da una istanza di indipendenza di quelle terre. A Gheddafi, marginalizzato nel contesto arabo, interessa avere un ruolo forte in Africa ma in virtù di un disegno assai discutibile.
In sostanza: più che porsi alla guida di nazioni che reclamano autonomia dalle potenze imperialiste, Gheddafi si propone come intermediario tra Africa e Occidente. Dicendo, nella sostanza, alle potenze delle nostre parti (europee in particolare, quindi): se volete continuare a sfruttare queste terre così ricche di risorse, dovete passare anche per la mediazione libica. Così come con la Libia vi dovete accordare se volete contenere i flussi migratori, accogliendo solo la manodopera immigrata di cui avete veramente bisogno.
A questa ottica si collegano le affermazioni odiose, tipo: ci servono 5 miliardi per evitarvi invasione dell'Europa da parte "dei neri". Affermazioni che hanno destato scandalo - per quanto riguarda le classi dirigenti di qui - non in virtù della loro sostanza (che può ripugnare a noi), bensì per il prezzo, ritenuto troppo alto.
La stessa questione dei CIE vede la Libia porsi come Stato che svolge il "lavoro sporco" per conto dell'Italia e dell'UE in generale (è dagli "illuminati" lidi d'occidente che vengono i soldi per creare questi campi di concentramento).
Rispetto all'insieme degli scambi legati ai nuovi rapporti con la Libia, c'è chi (mi pare Pagine Marxiste) ha parlato di un italico "pentitismo affaristico" sulla pelle degli africani.
Probabilmente, da noi non c'è nemmeno il "pentitismo", nel senso che ancor oggi gli aberranti crimini italiani in Libia (ricostruiti da Eric Salerno ed altri studiosi), non sono riconosciuti se non a mezza bocca. Di fronte a Gheddafi, in Libia, li si cita velocemente, ma quando si è qui, in Italia, si evita il discorso.
Se Gheddafi lo ritira fuori, se fa presente (anche strumentalmente, per obiettivi reali non bellissimi) cosa ha fatto l'Italia alla Libia, il suo discorso va ripreso da parte nostra. Ma senza mai dimenticare che Gheddafi non è né l'erede di Omar el Mukhtar, che guidò l'eroica resistenza contro il feroce occupante italiano, né un leader che si pone in continuità con Nkrumah, il presidente del Ghana liberato che - pur con errori notevoli - si pose alla testa del movimento panafricanista non tanto per consolidare il ruolo del proprio paese nel continente, bensì per fare finalmente dell'Africa una terra di uomini liberi.

Stefano Macera

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