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Per un polo di sinistra e di classe

Il nostro documento al Comitato politico nazionale del Prc (22-23 dicembre 2012)

(24 Dicembre 2012)

Domenica 23 Dicembre 2012 21:21

La fine anticipata della legislatura con la crisi del governo Monti indotta dall’iniziativa di Berlusconi ci chiama a scelte rapide. La campagna elettorale già aperta assume grande rilevanza per il nostro partito e per la costruzione di un chiaro riferimento politico a sinistra, capace di raccogliere la crescente protesta che attraversa il paese e connettersi al movimento in campo in altri paesi europei e non solo.


Dopo l’implosione della Federazione della sinistra, crollata sul punto dirimente del rapporto col centrosinistra, anche i tentativi di costruzione di un “quarto polo” stanno mostrando rapidamente tutte le loro contraddizioni.

Il percorso è già annegato nei tatticismi elettorali. L’area “cambiare si può” è lacerata da un dibattito arretrato nel quale alcuni elementi di radicalità riguardo la piattaforma economica e sociale vengono associati a una ostilità verso il nostro partito che spesso sconfina in un autentico livore. Questa contraddizione si esaspera con l’entrata in campo del movimento arancione e dell’appello di Ingroia, che di fatto hanno già assunto l’egemonia nel campo del “quarto polo”.

I dieci punti dell’appello promosso da Ingroia, che confluiscono nella parola d’ordine di un “governo democratico e riformatore” non sono semplicemente insufficienti o vaghi: l’assenza di qualsiasi riferimento alla rottura dei patti capestro (a partire dal Fiscal compact), l’appello alla meritocrazia nella scuola e alla liberazione dell’iniziativa d’impresa configurano una piattaforma che definire riformista sarebbe un complimento. Si configura una lista civica nel campo della pura democrazia borghese, al di là di un obbligato (e comunque generico al limite dell’ambiguità) riferimento all’articolo 18.

Non è una piattaforma riconducibile al movimento operaio, né per ispirazione, né per simboli, né per nomi. L’affidamento al leaderismo di Ingroia costituisce un ulteriore punto di arretramento, non solo per la sua dichiarata intenzione di tentare una interlocuzione col Pd, ma per l’azzardo che mette nelle mani di una sola persona la decisione finale sulla stessa costituzione della lista, posto che essa è possibile solo con la candidatura dello stesso Ingroia a primo ministro.


Al di là dei tatticismi elettorali emerge il dato di fondo: nessuna reale alternativa può essere costruita se non in un rapporto forte con il movimento operaio, con la crescente radicalizzazione giovanile, senza una chiara prospettiva politica e programmatica capace di uscire dalle secche di generiche richieste di equità, giustizia, di utopiche politiche economiche “espansive”, che ancora oggi segnano l’orizzonte del dibattito.

Una proposta politica incerta, priva di un chiaro segno di classe, con una cultura politica che non va più in là di quella del movimento girotondino, che ad oggi per definirsi non è neppure in grado di usare la parola sinistra: su questa strada non è possibile un reale rilancio del nostro partito, né di una prospettiva di alternativa. La stessa composizione delle assemblee, al di là dei numeri, con la completa assenza di realtà giovanili e del movimento operaio, con un sostegno meno che tiepido della Fiom, con una assoluta predominanza dei nostri militanti e di settori della “diaspora di Rifondazione”, conferma i limiti del progetto.

La stessa questione del quorum non è affatto risolta dalla presenza di personalità visibili e “note”, capaci certo di far conoscere la lista al di là di un ambito militante, ma che nel loro insieme non configurano necessariamente un profilo politico e una credibilità necessari ad affrontare una campagna elettorale che sarà estremamente complessa.


La rottura fra Monti e il Pd, al di là di come si configurerà concretamente l’iniziativa politica del primo ministro, sarà uno dei segni della campagna elettorale. A Melfi, Monti ha ricevuto una aperta investitura da Marchionne in una iniziativa che è stato uno schiaffo in faccia al Pd, alla Cgil, alla Fiom e soprattutto ai lavoratori Fiat, presentati dai media come una massa di sudditi pronti ad applaudire il padrone, il suo rappresentante politico e i dirigenti sindacali suoi servi.

Se questo sarà lo scenario, la promessa che “domani cambierà” sventolata da un Bersani già rafforzato dalle primarie che conduce una battaglia contemporaneamente contro Monti e Berlusconi non può che generare un richiamo al voto utile di sinistra.

Posta la assoluta necessità di non farsi trascinare da questa possibile spinta, e di svelarne l’inganno, dobbiamo essere consapevoli che solo una campagna elettorale di grande nettezza, ancorata con forza a tutti i punti di conflitto reale a partire dai punti alti del conflitto operaio, che sappia parlare alla testa e al cuore di una classe operaia e di un popolo dissanguati dalle politiche di austerità, dalla disoccupazione, dal crollo dei redditi e dagli attacchi allo stato sociale, può creare la rottura necessaria e aprirci la strada per il ritorno del nostro partito in parlamento e in ogni caso di seminare per le battaglie successive.

È necessario un investimento che a partire dalla campagna elettorale sappia guardare a una prospettiva strategica più ampia. La presentazione della lista del Prc o, in presenza di disponibilità significative, di una lista di sinistra con una chiarissima connotazione di classe, è ad oggi l’unica scelta in grado di condurre una campagna elettorale chiara e soprattutto che costituisca un investimento per il futuro.

Il Prc ad oggi non rappresenta una forza sufficiente a raccogliere e ad esprimere in forma compiuta una prospettiva di rottura anticapitalista all’altezza della crisi e dello scontro imposto dalla classe dominante. Tuttavia questo limite può essere superato in forma positiva solo con un forte investimento che renda chiara la nostra prospettiva di forza antagonista al sistema. Dobbiamo superare la scissione di fatto creata in questi anni con scelte sbagliate che hanno separato fisicamente il nostro impegno militante nelle vertenze di lotta, nei luoghi di lavoro, nell’opposizione ai provvedimenti del governo Monti (e prima Berlusconi) da una prospettiva politica che è stata completamente subordinata alle geometrie elettorali prima della Fds, oggi del “quarto polo”; un processo che ci ha resi un partito politicamente muto, nonostante il continuo e generoso impegno della nostra militanza.

In questa chiave la campagna elettorale può e deve essere un primo passaggio di costruzione, il cui obiettivo non sarà solo il superamento degli sbarramenti, comunque possibile in un contesto di forte mobilità del voto, di rabbia crescente nella società, di ricerca di alternativa. La campagna elettorale può e deve essere costruita come una semina per un futuro non lontano, nel quale di fronte al nuovo quadro politico viene meno la paralisi temporanea creata dall’unità nazionale sotto Monti e la lotta di classe compressa all’estremo in questi mesi sarà destinata inevitabilmente ad esplodere su scala anche più vasta di quanto visto in Grecia e in altri paesi.

Claudio Bellotti, Franco Bavila, Margherita Colella, Antonio Erpice, Lucia Erpice,
Alessandro Giardiello, Jacopo Renda, Ilic Vezzosi (FalceMartello)

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