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La "Sindaco" che libererà le donne bengalesi

Monfalcone: nuova crociata islamofoba della leghista Anna Cisint

(24 Luglio 2023)

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Periodicamente, nel circuito mediatico nazionale, più o meno a bassa intensità, le “crociate civili” della sindaca di Monfalcone ispirate all’isterismo islamofobo (come quello dei bambini che rischiano di morire di fame in periodo di Ramadan) tornano alla ribalta per dare “lustro” ai suoi tentativi ideali di scorreggiare (nel senso di darci di correggia, lo diciamo perché consapevoli che dopo aver letto i post dei fans della Cisint non ci si sente mai sicuri dell’italiano) le fonti di “nocività” della città. La principale delle quali, nella visione della giunta di destra, è da sempre la presenza della popolazione bengalese, “importata” dall’indotto Fincantieri, per via della sua consistenza. Megalomanie da sindaci provincialotti, dirà qualcuno. Eppure, il 64% dell’elettorato monfalconese l’ha respinta come capo dell’amministrazione comunale: sia votando per gli altri candidati, ma soprattutto, rifiutando di riconoscere, mediante l’astensione, il processo elettorale. Cosa che ha interessato specialmente gli elettori della sinistra operaia e popolare, tradizionale peso elettorale cittadino, ben poco convinti dell’alternativa di centrosinistra. Esattamente come cinque anni prima. Un’astensione che, al pari di quella per le politiche che hanno visto la vittoria della Meloni, chiama direttamente in causa la legittimità sociale dell’esito del voto e del sistema elettorale maggioritario che l’ha confezionato e, nel caso di specie, anche l’elezione diretta del sindaco presidenzialistico con le sue maggioranze blindate. Ma l’islamofobia resta lo zoccolo duro del cavallo vincente della Cisint, tanto più a fronte di un’azione amministrativa sostanzialmente anodina rispetto le emergenze occupazionali, di reddito, di forte crisi del piccolo commercio di prossimità, della medicina territoriale, per citarne alcune.

La “sindaco”

La “sindaco” e non la sindaca. Perché la signora Cisint ci tiene a ribadire che il suo ruolo istituzionale debba essere declinato al maschile. Lei che vuole assumere (tra le altre cose) la qualità di liberatrice e di emancipatrice delle donne musulmane. Per lei, quindi, la lotta di emancipazione femminile passa attraverso il dare maggiore serietà semantica alle declinazioni maschili, rendendo così più credibile un’attribuzione. Si tratta di chiara ideologia patriarcale. Che poi la Cisint faccia parte della Lega, uno dei partiti più maschilisti e sessisti della partitocrazia di governo capitalistico, aumenta l’aspetto triviale del tutto. Ma seguendo diacronicamente le parole della stessa sindaca da essa generate pubblicamente in questi giorni, si possono notare dei leggeri spostamenti “tattici” in questa sua campagna contro il “bagno vestito e insozzante”.
Dapprincipio c’è il solito attacco secondo la matrice psico-linguistica xenofoba ed in particolare islamofoba, ovviamente su “segnalazione dei cittadini” autoctoni:

“diventa inaccettabile il comportamento degli stranieri musulmani che entrano abitualmente in acqua con i loro vestiti”; “crea insopportabili conseguenze dal punto di vista della salvaguardia del decoro”; “Non possono essere accettate forme di “islamizzazione” del nostro territorio, che estendono pratiche di dubbia valenza dal punto di vista del decoro e dell’igiene”; “Comportamenti lesivi della rispettabilità e della dignità necessaria nella frequentazione di questi luoghi pubblici”.

Poi, via via che le sue esternazioni provocavano reazioni avverse, anche su testate giornalistiche nazionali (e sui tweet di qualche personaggio televisivo), la sindaca spostava il tiro verso la questione, ben più comoda alla narrazione mediatica, delle condizioni della donna musulmana:

“Mi riferisco, fra l’altro, alla sempre maggior presenza in città di donne con il burqa”; “A Monfalcone sono residenti 4800 bengalesi e di questi lavorano poco più di 1700 di cui sette donne (ce ne sono molte con un impiego in realtà, nda)”; “veder aumentare a dismisura il numero delle donne con il velo integrale non mi appartiene”, “una visione dei comportamenti umani e della vessazione verso le donne che la nostra società non può accettare”.

La teocrazia politica di Cisint

Religione e donne, dunque? E certo, è il fulcro di gran parte del problema dell’oppressione di genere, di ogni genere e orientamento sessuale. Abbiamo a che fare con la copertura sovrastrutturale degli archetipi di quella zoologia sessuale prescritta secondo la teoria della creazione teistica, costantemente smentita dai riscontri materialistici, a partire dalla biologia ma pure dalla storia delle formazioni economico-sociali e i loro sistemi di riproduzione sia sul piano materiale che ideologico. Ma la Cisint nel mentre parla dell’islam persegue il cattolicesimo di Stato: imposizione del presepe nelle scuole di competenza comunale perché “è anche la festa della nascita di Gesù” (in realtà del Sol Invictus, nda), dichiara la sua obiezione a celebrare le unioni civili in quanto antepone la concezione confessionale del matrimonio alla legislazione statale secondo una tipica condotta teocratica.
E parlando dell’Italia, e non del Bangladesh, la chiesa cattolica è stata, ed è, la principale nemica ideologica, essa sì dal grosso peso legislativo (che l’islam qui non ha), dell’emancipazione della donna, subalterna al maschio perché “creata dopo Adamo e da una sua costola”, della sua piena autodeterminazione e di quella di qualsiasi identità che non rientri nel dogma metafisico eterocispatriarcale. Ed infatti un “padre” spirituale della Cisint, l’arcivescovo di Udine, recentemente ci ha ricordato la sempre attuale campagna curiale contro l’aborto e il matrimonio egualitario. La repressione della donna e della libera espressione della sessualità in Italia è istituzionale per via del cattolicesimo di Stato e non dell’islam. Anche negli ambienti cristiani strettamente osservanti vi sono fenomeni di tipo vessatorio della personalità ma accettati dal luogo comune perché “tradizione religiosa” (come accade nell’islam): c’è chi può fare sesso solo con il certificato matrimoniale pena la scomunica (o rottura nei rapporti familiari), la demonizzazione della masturbazione, il peso della Sacra Rota per contrarre nuovo matrimonio con rito cattolico o il “valore” della verginità, per non parlare dell’obbligo di celibato per i ministri di culto cattolici. Neanche le suore possono indossare il bikini tanto che in Francia, anni fa, si pensava di proibirne l’accesso alla spiaggia. La Francia decantata, in questi giorni, dalla Cisint per la lotta legale ai costumi islamici. In questa sede tralasciamo, per ovvie ragioni, la questione della pedofilia.

L’emancipazione della donna è legata alle lotte del movimento operaio

La campagne islamofobiche non fanno che riempire le vuote teste reazionarie da una parte ed innalzare trincee isolazioniste e identitarie dall’altra, ma soprattutto portano ad isolare e ad occultare quanto già si muove (ed è davvero molto) all’interno dell’universo femminile del mondo musulmano italiano. Non sarà certo imponendo ordinamenti amministrativi ridicoli e comunque inapplicabili, o qualsiasi altro provvedimento razzistico, a veicolare o innescare processi di soggettivazione della donna che vive in ambienti che possono essere limitanti. Processi di soggettivazione che, in larga misura, sono ancora imprevedibili nelle loro forme di sviluppo, anche perchè sono imprescindibili con la realtà socio-politica afferente ai paesi d’origine che sono dominati dall’imperialismo e dalle conseguenze di questo.
Le donne musulmane a cui Cisint vorrebbe imporre il bikini, vanno al mare, e ci vanno in compagnia anche di sole amiche. Non è una situazione di segregazione. Ben più segregante, anche per le donne, è rendere difficilmente accessibile l’iscrizione dei bambini bengalesi alle scuole cittadine. Oggi in Italia moltissime giovani musulmane lavorano. Moltissime sono laureate. Ci sono chirurghe, direttrici ospedaliere, ingegnere, psichiatre, sociologhe. E più dei maschi esse si candidano in politica, proprio perché cercano una traiettoria da protagoniste per cambiare la realtà.
Per la stessa donna “occidentale” e italiana l’emancipazione è passata per l’accesso allo studio e al lavoro. L’ascesa straordinaria delle lotte operaie alla fine degli anni ’60 e il permanere dell’alta combattività e coscienza politica del movimento operaio nel decennio dei ’70, attraverso anche la creazione di strumenti di protagonismo diretto come i consigli di fabbrica, ha veicolato lo sviluppo senza pari delle lotte di emancipazione della donna, a partire dal protagonismo delle lavoratrici nelle grandi lotte dove spesso hanno svolto un ruolo propulsivo. Le leggi sul divorzio, sui consultori e sull’aborto non a caso sono maturate in quegli anni. E questo in un paese a forte peso clericale. Non è neanche un caso che l’arretramento e la destrutturazione attuali del movimento operaio sono coeve con il ritorno massivo dei casi di violenza sulle donne e del rafforzarsi di aspetti patriarcali anche nella popolazione italiana, la permanenza e l’acutizzazione dei differenziali nei livelli occupazionali e retributivi, lo stalking e le violenze sul lavoro.
Coinvolgere in un rilancio del movimento operaio, anche come fattore necessario dello stesso, la classe operaia immigrata dei gruppi nazionali dove la tradizione patriarcale è più radicata, significa innanzitutto coinvolgere le donne musulmane che già lavorano, specie nel lavoro produttivo, innalzare la loro posizione sul piano della progettualità della propria soggettività e, al tempo stesso, farne un punto di riferimento per le altre.
La più grande verifica storica del legame tra emancipazione della donna e movimento operaio la si è avuta con la più grande lotta proletaria della storia: la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre e i suoi primi anni di slancio rivoluzionario che produssero esiti come il codice sul matrimonio del 1918, che introdusse livelli di laicità relazionale, di libertà e parità di fatto per la donna ancora oggi disattesi dalle più avanzate democrazie borghesi, la separazione tra relazione matrimoniale e genitoriale, coabitazione facoltativa, divorzio senza obbligo di motivazione e a sola richiesta di una delle parti, niente alimenti, salvo casi di disabilità o povertà, poiché lo Stato assicurava l’occupazione (lo stalinismo poi affosserà questo codice), e l’esperienza dello Ženotdel, l’organizzazione delle lavoratrici bolsceviche per l’emancipazione della donna, che svolse un ruolo fondamentale per neutralizzare gli istituti patriarcali delle popolazioni tribali dell’oriente dell’ex impero zarista.

Un’osservazione, infine. Ma la sindaca Cisint ce l’ha solo con i musulmani bengalesi (ed eventualmente africani) o anche con quelli bosniachi, macedoni “del Nord”, turchi, azeri, kosovari, albanesi, bulgari, filippini e altri ancora, pure presenti in quel 28.7% di popolazione “straniera” residente a Monfalcone?

Partito Comunista dei Lavoratori – Nucleo isontino

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