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Scoasse: visioni del diverso....

Visioni dello straniero, del diverso, dello sbandato, del disperato, della prostituta, del povero, dell’omosessuale e del transessuale, nel pronto soccorso di una grande città del Nord-Est.

(17 Settembre 2004)

Relazione letta al convegno “Pronto Soccorso e Società civile.
Visioni culturali, sociali, etiche, gestionali e politico-amministrative a confronto”
Padova, 25 marzo 2004, Sala degli Anziani di Palazzo Moroni



La semantica è quel ramo della linguistica che si occupa dei significati delle parole e dei loro mutamenti.
Qui oggi ragionerò attorno al concetto e alla sostanza del termine immondizia, spazzatura, “scoassa”, come si dice qui in Veneto; e come questo termine, negli ambiti che conosco e vivo sia slittato sì bene verso altro dalla sua origine da andare a definire, con costanza, un’intera visione della diversità.
E se a qualche anima bella parrà un relitto linguistico del passato, parrà traditio desueta, “scoassa”, avrà nella mia breve relazione di che ricredersi.

Inizierò con due brevi e tenui esempi, pur avendone decine, di piccoli e grandi.
Più di un anno fa, di notte, una ragazza viene ricoverata lamentando i postumi di una violenza carnale di poche ore prima. Trattenuta qualche ora in Area Rossa viene inviata al reparto infettivi per gli accertamenti del caso. Ignoro il suo destino ulteriore.
Com’è d’uso in quell’ambiente il poliziotto che si occupa del caso viene, ridente, a raccontare agli astanti notturni le sue interpretazioni. Trattavasi infatti a suo dire di una “puttanella”, una “puttana” che accoppiatasi con quattro “marocchi”, che poi non l’avevano pagata, denunciava una violenza inesistente.
Nessun rispetto della privatezza né del caso in questione, né della “puttanella”: la sua storia, e il contorno delle illazioni, raccontate in un’atmosfera ridanciana e ghignante dal poliziotto di turno agli operatori notturni del Pronto Soccorso, un club.
Facente parte del club mio malgrado, esprimevo il mio disgusto e il disprezzo per il comportamento del poliziotto in questione standomene, minoritario, in disparte, attonito e con espressione inorridita.

La mattina del 5 agosto 2003 ero al lavoro nel posto di primo accoglimento del Pronto Soccorso; un ragazzo di colore, con i soli pantaloni addosso, ci viene portato per accertamenti dalla Croce Verde. Dopo una ventina di minuti, con probabili crisi di allucinazioni, esce correndo, silente, scalzo, dal Pronto Soccorso.
Un collega anziano, senza alcun tipo di motivazione, compie i 50/70 metri dell’Area Verde in pubblico urlando a pieni polmoni che “gente così” andrebbe frustata sulla schiena, picchiata a sangue; “immondizia”.
Grande soddisfazione a queste grida e a questa terminologia da parte degli astanti, dai due vigilantes privati in piantone, pronti a dar man forte sia a questi insulti gratuiti che a, come dire, eventuali “azioni di sostegno”, alle quali sono particolarmente versati.
Dopo una ventina di minuti il giovane di colore torna spontaneamente in Pronto Soccorso ove viene sedato. Ignoro il suo ulteriore destino.

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Il termine usato da tutti in codeste vicende è dunque il nostro “scoassa”.
Nell’ambiente che conosco, con quell’”aria serena” del Nord-Est, “scoassa” è non una visione tra le possibili, ma la visione predominante, il termine che la identifica, della diversità possibile.
“Scoassa” è il “marrochin” che puzza. Il non-integrato, senza benessere, famiglia, vestiario pulito e ordinato. Lo sbandato, l’eroinomane notturno, lo zingaro, la prostituta, il punkabbestia (che nessuno conosce nella sua peculiare realtà, e che è identificato, ancora oggi, nel 2004, per gli abiti che indossa, i capelli, i cani, un linguaggio poco comprensibile, un atteggiamento insolito e svagato).
Solo poche individualità marginali, e spesso silenti, di questa realtà di questa grande città del Nord-Est che lavora colà non si riconoscono, e non si ritrovano, in tale slittamento semantico, in questa novella identificazione.
La “scoassa” è una visione del mondo della diversità e dei suoi atteggiamenti. Spesso a noi incomprensibili.
L’arroganza, nelle parole e spesso anche nei fatti, è la chiave risolutiva.
“Batere, batere, batere!” ovvero: picchiare, picchiare, picchiare, era la lezione d’ordine del vigilantes anziano ad un collega più mite in una notte dell’agosto scorso.
Il povero è un elemento disturbante. Puzza, magari ha bevuto, fa freddo, è disperato, e cerca, comprensibilmente, una sedia e un termosifone in aree notturne spesso completamente vuote.

“Scoassa” è la prostituta, conosciuta, esercitante o presunta. Ma guardata con desiderio, specie se bella.
Se eccessivamente atteggiato “scoassa” è anche l’omosessuale, ma qui interverrà l’amico Alessandro Zan.
E poi c’è il problema del “butto”.
Che cos’è questo “butto”, dirà qualcuno di voi, di quelli che vivono nei sacri dorati recinti della civiltà delle persone perbene del Nord-Est?
Il “butto” è ciò che identifica, non solo in Pronto Soccorso, ma in tutti gli spostamenti ospedalieri la magica (perdonate l’amara ironia) presenza, oddio!, di un transessuale.
Qualora compaia all’orizzonte la possibilità che ci sia qualcuno con il “butto” in circolazione, salta anche quel labile rimasuglio di privacy di un Ospedale, tutti compresi. Avanza il ghigno sguaiato, la risata indecente, la chiacchiera feroce, l’identificazione a dito. Qui, nel Nord-Est civilissimo, nel 2004.
La presenza del “butto” è colore in un ambiente che è triste, umanamente piccolo, e stanco della quotidiana e spesso notturna “scoassa”.
E se la “scoassa” appare eminentemente un fenomeno interpretativo di tipo popolare, il “butto” è trasversale, tocca tutte le figure, medici ben compresi.

A nessuno di voi sfuggirà la mia indignazione sottesa a questa descrizione, assai mite, di tre anni di Pronto Soccorso in una grande e civile città del Nord.
Ma avreste dovuto vedere, come ho visto io, certe sere o certe notti, ragazze transessuali scappare via impaurite dai commenti e dagli sguardi dei presenti e degli operatori. O terrorizzate da esperienze consimili precedenti, vissute lì o chissà dove.
Che con il loro bel “butto”, pur stavan male e del soccorso di un medico (non dei suoi commenti) avevan bisogno.

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Il diverso è ancora problema dunque. E facciamo corsi di laurea e master in diritti umani nelle nostre dorate e inutili Università, a meno di un chilometro da questi ambienti e da queste, chiamiamole così, “interpretazioni”.
E corsi (la sola parola ormai mi nausea) di “front office” innanzi a ciò che alterna ignoranza delle cittadinanze a vuotezza interiore.
Mi rivolgo a chi, come me, da sempre si occupa di diritti umani e civili: a quando “corsi” di civiltà e correttezza dei comportamenti, di rispetto della privacy, a quando “corsi” di rispetto della dignità e diversità umana a poliziotti, vigilantes (mio dio!), infermieri, operatori e, dio mi perdoni l’ardire!, medici?

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Io sono un allievo silente di Emanuele Severino e so quanto importante e problematica sia la tecnica, nel suo predominio che dovrebbe farci riflettere. Ed assieme ad essa della tecnologia, in un nesso che ora qui non voglio scindere né approfondire.
Ma come recitava un vecchio slogan del femminismo di tanti anni fa, oltre al pane imposto della tecnica, della tecnologia, della capacità professionale (spesso impeccabile) dateci anche le rose del rispetto della dignità della diversità di tutti.
La “scoassa” l’abbiamo in noi. E alberga probabilmente nel conformismo normotico, nell’incapacità di nemmeno desiderare di aver rispetto, laico o meno, della diversità, che abbia il “butto” o senza, punkabbestia o meno.
E’ eminentemente uno sforzo culturale. Solo essere più colti e meno ingiuriosi, insultanti, noncuranti distruttori della privacy altrui, ci può aiutare ad aver rispetto, anche nella fatica del duro lavoro quotidiano, della diversità dello sbandato, dell’irrequieto, dello sperduto.
Senza prenderli a schiaffi, pedate e spintoni, senza provocarli inutilmente solo perché non li capiamo, siamo stanchi e fondamentalmente stolti.
Gianni, mi dicono da anni , la tua indignazione per tutto questo è una battaglia persa.
Io dico di no. Per “butti” e “scoasse” c’è speranza. Se la cultura riesce a far qualche passo avanti in questi ambienti, se delle riflessioni sul rigoroso rispetto dei diritti umani delle persone trova ovunque – nelle realtà ospedaliere come nella società civile – ascolto e, mi si perdoni, lo impone questo ascolto!
La chiusura delle Istituzioni Ospedaliere è somma. Eppure vi sono uffici, soldi, burocrati ben pagati, tutti al servizio del Principe, con miliardi, strutture, lauree e uffici; eppure richiami di tal tipo trovano il deserto. Che si tratti semplicemente di riuscire a convincere ai fatti il Principe?
Chi lo attornia è da sempre ben esperto alla sovrana arte di adeguarsi.

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Mi si perdoni. Questo è il mio j’accuse.
Accuso una visione delle cose che mi disgusta nel profondo – e non ritengo sia moralistica.
Accuso l’indifferenza delle istituzioni. E il probabile della loro connivenza. Del loro non vedere.
Accuso il silenzio della cultura e i professionisti della intellettualità.
Accuso quel giornalismo cinico che ha dimenticato l’inchiesta e che è connivente con il potere e col peggio.
Accuso la paura e il silenzio di troppi.

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Bisogna pur arrivare al 27, mi dicono in tanti.
E’ vero.
Ma ce la si può fare anche in modo diverso. Esperienze tante ce ne sono già, come Sokos a Bologna ed altre. Che puntano sull’integrazione culturale e una cultura fatta di comprensioni, anche ruvide alle volte, ma non di spintoni, botte, urli, ghigni, insinuazioni sul privato, eccetera.
Se si vuole si può. Senza perder tempo e far tante chiacchiere. E’ più duro e complesso come percorso rispetto all’ingiuria, alla noncurante distruzione della privacy dei pazienti e degli individui non normotici, ma io credo che si possa e si debba iniziare!
Altro che “scoasse” e “butti”.

(febbraio 2004)

gianni buganza 380 7139014
Portavoce dell’associazione
Tavolo dei Laici

Fonte

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