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Damasco non diventi come Aleppo

(5 Marzo 2013)

dal Sito internazionale del Campo Antimperialista
Traduzione di Maria Grazia Ardizzone

Lunedì 04 Marzo 2013 12:31

L’offerta di negoziati diretti con il governo di Assad da parte del leader della “Coalizione Nazionale Siriana” indica un cambiamento significativo. Importanti settori della popolazione, comprese le elites sunnite, vogliono evitare un’ulteriore escalation (confessionale) che è un prezzo troppo alto da pagare. Vogliono salvare la loro capitale Damasco dal destino subito da Homs e Aleppo.

I democratici di Tahrir e la sinistra del “Coordinamento per il Cambiamento Democratico” (NCB) avevano sistematicamente messo in guardia sulla pericolosa dialettica fra militarizzazione e confessionalismo. Fin dall’inizio hanno invitato ad una soluzione politica attraverso negoziati e hanno invocato una strategia difensiva di raffreddamento per fronteggiare la repressione del regime (opzione n.1). Vista la rigidità della reazione dell’apparato dominante l’opposizione ufficiale – “ufficiale” perché è stata riconosciuta dai dominatori occidentali del mondo – ha potuto facilmente emarginare e isolare l’NCB come agente del regime. Ciò è stato possibile nonostante il fatto che i suoi componenti per decenni si sono opposti al regime, anche a prezzo di lunghi periodi di carcerazione.

L’opposizione ufficiale si è rapidamente avviata sulla “linea libica”, rispondendo con un’escalation militare. A dispetto della impopolarità di un intervento straniero nei primi mesi della rivolta, essi hanno sperato e poi sollecitato un intervento militare a guida occidentale (opzione n.2). Politicamente sono stati aiutati dalla sproporzionata repressione militare del movimento di protesta pacifico e civile, che ha prodotto una spinta verso l’autodifesa armata. (Ciò non esclude che ci fossero gruppi Jihadisti all’opera fin dall’inizio, ma a differenza della versione del regime essi costituivano un fenomeno marginale prontamente gonfiato dal governo per giustificare la repressione armata.)

Ma alla fine il risultato delle lotte fra fazioni interne all’elite statunitense è stato che l’intervento militare diretto non è avvenuto. La ragione sostanziale sta nella generale debolezza degli Stati Uniti, riconosciuta dall’amministrazione Obama dopo le esperienze in Iraq ed Afghanistan e sfociata in una linea prudente.

In Siria la militarizzazione ha condotto, passo dopo passo, ad uno spostamento del movimento degli insorti verso le forze Jihadiste, le quali hanno dimostrato di essere i combattenti più efficaci che non temono la morte, grazie ad una forte ed ermetica ideologia. Le loro capacità operative e la loro superiorità su tutte le altre forze dipendono anche dal sostegno finanziario proveniente dai paesi del Golfo. Allo stesso tempo la loro crescita è dovuta al fatto che essi non scommettono su un intervento militare straniero, ma prendono la questione nelle loro mani (sunnite). Sicuramente il collaudato combattimento di matrice jihadista globale gioca un ruolo, ma sarebbe fuorviante spiegare la rivolta con fattori principalmente esterni.

In primo luogo il movimento civile democratico con matrice di sinistra (opzione n.1) è stato emarginato; poi la linea libica (opzione n.2) si è rivelata sempre più improbabile; quindi si è presentata l’opzione radicalmente confessionale Jihadista (n.3), che cerca di trasformare la lotta per i diritti democratici in una guerra civile contro miscredenti ed eretici.

Il regime in realtà ha fatto lo stesso tentativo sul versante opposto, dipingendo ogni opposizione come un brutto mostro salafita fondamentalista. La militarizzazione e la conseguente attuale islamizzazione, o più propriamente jihadizzazione dell’opposizione armata, ha favorito il blocco governativo nella stabilizzazione politica. La posta in gioco sembra essersi trasformata nel predominio confessionale in luogo della democrazia. Il regime così ha potuto mantenere dalla sua parte le minoranze confessionali o le ha quantomeno neutralizzate, con il plausibile timore dell’islamismo sunnita. Ma è riuscito anche a mantenere buoni rapporti con le elites sociali e le classi medie liberali. Sebbene la maggioranza di tali strati sociali sia sunnita, essi finora non hanno aderito al confessionalismo e soprattutto non vogliono esser coinvolti in una Jihad destabilizzante. Assad non avrebbe potuto sopravvivere per un così lungo tempo appoggiandosi solo alle minoranze confessionali, anche con l’aiuto di Russia e Iran.

Un nuovo elemento è la crescente paura degli Stati Uniti di una diffusione non controllata del jihadismo. Con la scelta del fronte di Nusra per la loro famigerata lista delle organizzazioni terroriste essi hanno chiaramente dato un avvertimento a tutti i giocatori. Nessuna potenza regionale è contenta dei jihadisti; neppure gli stati del Golfo, da cui i fondi continuano a fluire, vogliono una loro vittoria a tutto campo.

A livello nazionale come pure sul piano internazionale si è solidificata una situazione di stallo che non può essere militarmente risolta in tempi brevi. Pertanto paesi decisivi come la Turchia stanno cercando una via d’uscita rivedendo la loro linea e, con cautela e segretamente, stanno studiando anche una soluzione negoziata.

Il corso degli eventi ad Homs e ad Aleppo mostra che anche il jihadismo è destinato a fallire. Nella prima capitale della rivolta, Homs, il regime è riuscito ad isolare i jihadisti dalla popolazione e a chiudere con loro. Lì la guerra civile confessionale si è compiuta con la concomitante separazione confessionale. Le parti più importanti della città, abitate dalla maggioranza, sono state a quanto pare riconquistate dalle forze governative. Sembra ci sia una certa stabilizzazione, che potrebbe interpretarsi come un parziale successo. Ad Aleppo la guerra ha imperversato per quasi un anno. Il regime bombarda i quartieri popolari con l’artiglieria, causando uccisioni indiscriminate che spingono la popolazione alla fuga, mentre i Jihadisti cercano di rispondere con attacchi di stampo confessionale. Degli originari 4 milioni di abitanti ne sono restano meno di 3, la cui maggioranza si dice che sia sfollata. La vita pubblica è cessata. La città è rasa al suolo. Grazie alla vicinanza della Turchia, le forniture militari ai ribelli proseguono. La guerra di logoramento può esser sostenuta, ma ad un costo molto elevato. Il regime difende soltanto i luoghi strategici e lentamente ne sta perdendo alcuni. Ma i ribelli non sono assolutamente in grado di fornire alla popolazione civile i generi di prima necessità, e questa potrebbe anche essere una deliberata cinica tattica del regime con un impatto umanitario catastrofico.Così anche la “battaglia finale” su Aleppo si trascina senza che la fine sia in vista. Pertanto crescenti settori della popolazione si chiedono se vogliono condannare Damasco allo stesso destino.


La speranza di un compromesso che raffreddi la situazione

L’opposizione ufficiale ha usualmente puntato sulla volontà della piazza – espressa da Al Jazeera e compagnia – quando si trattava di giustificare la sua richiesta di intervento o armamento straniero. La stessa linea è stata seguita nell’opporsi alle trattative. Chi ha invocato una soluzione politica è stato accusato di tradimento.

Ci sono stati dignitari islamici che hanno messo in guardia sulla mobilitazione confessionale e sulla sua esplosione in una guerra civile. Hanno raccomandato il dialogo, non necessariamente con il regime ma almeno con i suoi sostenitori, ma essi non hanno avuto accesso alla sfera politica. Moaz al Khatib è stato considerato come uno di quegli Imam moderati. Quando è stato scelto come leader della “Coalizione” ha sottoscritto la posizione più in voga, ma le sue più recenti dichiarazioni a favore delle trattative suggeriscono che sia rimasto fedele alla sua fama.

Khatib ha avanzato la sua offerta all’improvviso, senza alcuna previa consultazione con i suoi partner nell’opposizione, ai quali ciò deve essere apparso come una mossa unilaterale. Diversamente egli non avrebbe potuto lanciare la sua proposta per rompere lo stallo. Il che comunque non significa che egli sia stato isolato o che la sua idea sia solo un fuoco di paglia. Noi l’abbiamo interpretato come la voce di importanti forze, dentro e fuori la Siria, che fino ad ora sono restate in silenzio.

C’è l’interpretazione secondo cui la borghesia di Damasco voglia salvarsi con un compromesso pacifico, poiché non crede più in una rapida vittoria di una delle parti. In tal modo essa spera di evitare una totale distruzione che includerebbe anche il suo ruolo sociale.

Inoltre può osservarsi un graduale cambiamento a Washington. Finora gli Stati Uniti hanno spalleggiato l’opposizione sulla sua posizione intransigente in merito ad una soluzione negoziata. Ma il prolungamento del conflitto e la rapida crescita del jihadismo, il loro amato nemico, li ha resi sempre più preoccupati, a livello sia di apparato di potere che di opinione pubblica. Fino ad ora hanno ripetutamente escluso un coinvolgimento militare diretto, ma hanno tollerato i giochi dei loro alleati regionali che hanno sostenuto le diverse tendenze islamiste. Una frazione dell’amministrazione ha premuto per armare parti dell’opposizione, emarginando al tempo stesso i jihadisti, secondo una linea che è già fallita in Libia e altrove. L’ex segretario di stato Clinton stava promuovendo questa linea, come esponenti del calibro di Petraeus. Ma questa componente sembra essersi placata. Non bisogna dimenticare che sul tavolo c’è stata l’altra – fino ad ora subordinata – opzione rappresentata dalla dichiarazione di Ginevra fra Washington e Mosca del 30 giugno 2012. Obama, il monarca elettivo, alla fine sembra propendere più verso le colombe.


Tradimento della rivoluzione?

Partigiani dell’opposizione ufficiale, ma anche molti di quella di sinistra, considerano i tentativi di compromesso come un tradimento della rivoluzione. Per esempio la “Corrente Rivoluzionaria di Sinistra” spiega che una soluzione negoziata sia una “correzione dall’alto” per “salvare gli interessi della borghesia” e raccogliere i frutti della rivoluzione.

“Il giudizio su tali iniziative è soggetto, dal nostro punto di vista, ai criteri che soddisfino le seguenti condizioni: fornire alle masse la capacità di ripristinare la loro battaglia e di rovesciare il regime dittatoriale, escludendo per quest’ultimo il prolungamento del suo tempo o la sua sopravvivenza, e in particolare che ci sia spazio per un cambiamento radicale dal basso a favore delle classi popolari, che soddisfi i loro interessi diretti e generali.”

Possiamo anche convenire su questi criteri generali. Ma obiettiamo sull’assunto che le trattative che propongono un compromesso stiano danneggiando l’interesse del movimento democratico popolare.

Ci sono non solo le esperienze delle rivoluzioni in Sud America, in Sud Africa e in alcuni paesi asiatici. I negoziati possono servire come strumento per allargare il consenso del movimento rivoluzionario fra le masse popolari. A volte le tendenze più militariste del movimento sono state quelle più inclini alla capitolazione, mentre quelle che concepivano la rivoluzione non come un mero colpo di stato o un’avventura ma come una lotta strategica avrebbero proseguito anche nelle condizioni peggiori.

In Siria ci sono ulteriori indicazioni sul perchè la rivoluzione non possa seguire un modello classico di successiva radicalizzazione di un movimento popolare che culmini in una lotta armata. Ci sono due ostacoli enormi a questo modello: il confessionalismo e la geopolitica.

A) In determinate circostanze il movimento armato aggrava il confessionalismo, una tigre che il movimento armato non può guidare né domare. In effetti il pericolo di essere fagocitati dal confessionalismo sembra essere acuto (In Iraq questo è accaduto alla resistenza).

B) Russia, Cina e Iran temono la caduta di Assad per ovvie ragioni geopolitiche. Mentre non possiamo condividere il loro disinteresse per i diritti democratici del popolo, sottolineiamo la loro opposizione al predominio americano. I movimenti popolari di tutto il mondo hanno bisogno dell’indebolimento dell’ordine monopolare. Ogni passo verso il multipolarismo è positivo, anche se non èsufficiente. La affiliazione di fatto dell’opposizione, compresa quella democratica, al blocco occidentale può essere capovolta solo tentando una soluzione negoziata, in quanto essa segnala la volontà di non entrare nell’orbita degli Stati Uniti e apre la strada ad una cooperazione con Mosca e gli altri.

I suddetti due aspetti consigliano una linea di raffreddamento. Questo non contraddice in alcun modo l’autodifesa (armata). Una soluzione politica, un compromesso con il regime che offra un po’ più di libertà per continuare la lotta, sarebbe la migliore soluzione intermedia per la rivoluzione democratica, dato che nelle date circostanze politiche la lotta non può esser vinta militarmente. Le sue prime tappe sarebbero la liberazione dei prigionieri politici e una tregua. Il suo risultato deve consistere almeno in un governo provvisorio che implichi realmente un profondo cambiamento delle caratteristiche del regime. In tal modo la richiesta irrevocabile del ritiro di Assad può esser tenuta ferma, ma come risultato e non come precondizione.

Per molti un tale accordo sarebbe altamente improbabile ed irrealistico, dati i precedenti storici del regime, e può essere che abbiano ragione. Dicono che troppo sangue è stato versato, e forse hanno ragione. Ma a volte il biblico occhio per occhio e dente per dente non dà i risultati politici sperati e porta in un vicolo cieco. La rinuncia a partecipare a questa sempre più avvolgente spirale può essere interpretata come debolezza ma dopo potrebbe rivelarsi come forza politica e coraggio. Da un lato crediamo che la situazione non sia così netta sul piano internazionale, data l’indeterminatezza americana. D’altro canto – e questo è l’aspetto principale – anche un giro fallimentare di negoziati potrebbe cambiare i rapporti di forza politici a favore delle forze democratiche, soprattutto all’interno dei gruppi delle comunità di minoranza. E potrebbe persuadere Mosca a permettere o addirittura a spingere per un cambiamento interno al regime.

Se la borghesia di Damasco col tempo sosterrà tale posizione, tanto meglio. “Questa classe borghese è diventata favorevole, per necessità, ad un parziale mutamento del regime dittatoriale, parziale e dall’alto, limitato ai tratti politici e non a quelli sociali.” Assolutamente corretto, ma così è avvenuto anche in Tunisia e in Egitto, costituendo comunque un passo avanti. “La borghesia proverà a proteggere i suoi interessi di classe”, come in Tunisia e in Egitto, ma un simile cambiamento significa anche un enorme guadagno per il movimento popolare.

Meglio un passo indietro che una guerra civile a tutto campo (anche se sostenuta dalle componenti delle masse popolari che hanno abbracciato il jihadismo, il che implica che anche i jihadisti debbono essere indirizzati verso un processo negoziale) che condurrebbe alla distruzione generale che potrebbe azzerare del tutto l’impulso della rivoluzione popolare democratica.

In fin dei conti la proposta di trattative è un mezzo per stabilizzare il blocco rivoluzionario democratico come maggioranza in tutte le confessioni. Cosa questa che oggi non è possibile ricorrendo alle armi, perché la violenza viene interpretata secondo schemi confessionali. Solo affrontando le paure delle comunità confessionali, estendendo l’invito politico ad una soluzione negoziata finalizzata ad una transizione democratica, essi possono essere convinti alla rivoluzione democratica che potrà così acquisire l’egemonia.

Alfred Klein

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