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I risultati elettorali e l’esperienza di Repubblica Romana

(3 Giugno 2013)

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Le elezioni fotografano la realtà, si usa dire. Ed è particolarmente vero per questa tornata di comunali romane: un/a elettore/trice su due (più di un milione di persone) non ha nemmeno pensato di recarsi alle urne e solo il 43,2% ha barrato anche il simbolo di un partito. Hanno perso tutti, o quasi. Perdono i candidati, perdono i partiti, specie quelli che fanno parte del governo Letta.

Marino, il favorito per il ballottaggio, ha preso 248.406 voti in meno rispetto a febbraio pur prendendo il 43,1% in più della somma delle sue liste. Il Pd perde in tre mesi 191.032 voti (il 34,8%), Sel ne perde solo 11.845 (-15,7%) ma va segnalato che nella Capitale tutto il centro sinistra, compresa Sel, è storicamente un’aggregazione con enormi capacità clientelari. Solo il minuscolo Centro Democratico di Tabacci raddoppia i suoi voti grazie alla capacità di raccolta di qualche “signore delle preferenze” di scuola democristiana.

Le larghe intese a Palazzo Chigi e la sostanziale continuità dei governi capitolini che si sono succeduti spiegano in buona parte il crollo dell’affluenza. Rispetto al 2008 ha votato il 28% in meno (483.636 persone). Lo stesso Grillo subisce un’emorragia di 286.675 voti in tre mesi (-65,7%). Scarso l’investimento del leader su un candidato di scarso appeal, De Vito, e scarso anche il risultato di tre mesi di attività parlamentare dei grillini – incartati negli scontrini – incapaci di incidere in Aula e nelle piazze. Grillo è arrivato a Roma solo per chiudere la campagna mentre in una città come Vicenza è andato ben quattro volte durante l’ultimo mese.

Anche il Pdl – l’altra gamba di Letta al governo – lascia per strada il 34,7%. La Destra si dimezza e la galassia nera colleziona l’1,07% (12.854 voti) suddiviso tra Casapound, Forza Nuova (-60,7%), Fiamma Tricolore (-47,6%), Italia Cristiana (1.074 voti) e Militia Christi (775 voti). Fratelli d’Italia aumenta del 41,9%. Ma il vero sconfitto è il sindaco. Per la prima volta da quando è stato introdotto questo sistema un sindaco uscente non è in testa al ballottaggio. Alemanno ha perso 420.761 voti, quasi la metà dal 2008.

“Ridge” Marchini – inventato dal Messaggero e dai talkshow tv nazional-popolari (non se n’è perso uno) – raccoglie 114.169 voti (9,48%) dai fuggiaschi dei grandi partiti mentre Sandro Medici (oscurato dalla televisione) si ferma a 26.825 (2,22%). Il 41,9% dei potenziali elettori di Repubblica Romana (quelli che alle politiche avevano barrato Rivoluzione civile) ha scelto di votare altrove o di non votare. Franco La Torre, rappresentante di Ingroia nella lista Marino, ha preso solo 581 preferenze, poche per credere che sia l’erede di quella roba lì. La performance della coalizione di Medici rispetto ad analoghe esperienze (la Rete delle città solidali) a Siena, Pisa, Ancona, Imperia (che hanno preso tra l8% e poco meno del 12%), mostra quanto sia stata determinante la decisione – anche da parte di anchormen considerati controcorrente come Formigli, Santoro o Melis – che a Roma fosse una partita a quattro escludendo quello che per dodici anni è stato presidente di uno dei municipi più popolosi, il decimo. Probabilmente la vulgata che Marino fosse il frutto di una torsione a sinistra del Pd e la paura di una immediata rielezione di Alemanno ha escluso il coinvolgimento di un candidato che avrebbe smentito quella costruzione. Marino è il risultato della capacità di regia di Goffredo Bettini, uomo dell’estabilshment demokrat fin dai tempi della Quercia.

La logica perversa del voto utile ha colpito dunque anche al primo turno penalizzando un’esperienza politica che ha radici a macchia di leopardo nel policentrico tessuto metropolitano. E l’astensionismo ha riguardato anche settori che in altre occasioni avevano scelto di votare per le sigle della sinistra più radicale. Nelle città di provincia l’ostracismo tv pesa molto meno e non impedisce – lo spiega l’analisi dell’Istituto Cattaneo all’indomani del primo turno – la crescita di uno spazio di sinistra fuori dal recinto angusto delle compatibilità liberiste. Anche se spesso quelle liste potrebbero subire il richiamo delle sirene del Pd in caso di ballottaggi.

Si è soliti dire anche che le elezioni sono un momento di costruzione. Ed è vero anche stavolta.

La nostra partecipazione alla costruzione della lista di Repubblica Romana e, più in generale, alla coalizione per Sandro Medici sindaco è avvenuta nei tempi stretti imposti dalle tecnicalità della tornata elettorale. Molto hanno influito i tempi sulla capacità di penetrazione nei territori. Tuttavia siamo riusciti a organizzare contenuti, interlocuzioni e scadenze sui temi che più ci interessano: la costruzione di uno spazio pubblico per l’anticapitalismo necessario, il collegamento di esperienze di lotta dei lavoratori dentro e fuori dal Comune, il ribaltamento dell’emergenza sicurezza per svelarne la funzione di mascheramento della questione sociale in tema di ordine pubblico. Tutto ciò ci ha messo in relazione con Rsu Cgil e Cobas del Campidoglio, della Farmacap, dell’Atac, della Sogei, del settore del credito, dell’autorganizzazione dei precari della scuola, della cooperazione sociale. Ci ha consentito di avere un’interlocuzione con settori dei centri sociali che non hanno seguito il percorso di Andrea Alzetta dentro il recinto della sinistra di governo o, come lo definisce lo stesso “Tarzan”, il «campo unico del centrosinistra». Ci ha consentito di dibattere con Alba di Roma e, in parte, con chi ha promosso il percorso di Ross@ (per la costruzione di una soggettivazione anticapitalista lanciato a Bologna nelle scorse settimane)

La doppia preferenza di genere ha reso possibile anche di attenuare la schiacciante predominanza maschile nella competizione tra candidati e candidate, così pure per la competizione indotta dal meccanismo della preferenza unica ma, più in generale, la relazione fra le componenti della lista è avvenuta in un clima assolutamente cordiale e costruttivo, quasi di contaminazione.

Per questo quello marcato da Repubblica Romana è uno spazio politico da preservare e rilanciare in città e nella relazione con le “città solidali”. Ed è un percorso che potrà intrecciarsi, anche se non necessariamente dovrà sovrapporsi, con quello di Ross@ che proprio nelle settimane successive al voto proverà a strutturarsi meglio per provare a erodere il terreno di chi crede sia possibile funzionare da spina nel fianco sinistro del Pd. Perché sia possibile Repubblica Romana dovrà dotarsi di strumenti di massa per portare avanti un programma che, anche se avesse vinto le elezioni, sarebbe rimasto quello che è: un programma di lotta all’austerity che consolidi uno spazio di agibilità politica tra tutti i soggetti che non si riconoscono nell’agenda Monti, avallata in nome dell’emergenza economica dal Pd e dal candidato Ignazio Marino, che in Parlamento ha votato a favore del Pareggio di bilancio in Costituzione.

Daniela Amato, Checchino Antonini, Armando Morgia

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