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"Ditelo prima": il nostro report

(20 Febbraio 2013)

Venerdì 15 febbraio, presso il Cesv (in via Liberiana, a Roma) si è tenuta l’iniziativa Ditelo prima, promossa dalla Rete No War.
In sostanza, si è trattato di un confronto con alcune liste che si presentano alle imminenti elezioni politiche, incentrato su quei temi internazionali che risultano esclusi dall’attuale dibattito pubblico italiano. Per non cadere nel generico, la Rete ha sottoposto ai candidati un’articolata piattaforma pacifista ed antimilitarista, sviluppata in 15 punti volti a mettere in discussione l’intera politica estera italiana, a partire dalle alleanze militari e dagli accordi di cooperazione bellica che la contrassegnano. Ne è scaturita una discussione - moderata da Stefania Russo - in più punti rivelatrice, che ha avuto una “coda”, con repliche e conclusioni, in altra sede (quella di Un ponte per…a Piazza Vittorio).
In questa seconda parte siamo intervenuti anche noi, sottolineando il valore di un’iniziativa che riprenda il discorso sulla Nato.
E’ nostra intenzione fornire ora ai lettori un report dell’assemblea, precisando che la maggioranza degli interventi può essere vista e ascoltata a questo link http://www.livestream.com/peacelinkonair e che abbiamo perso l’intervento iniziale di Marinella Correggia, la cui attività informativa è un prezioso contrappeso al verbo dominante, quello dei “portatori di democrazia” a suon di bombe.
Partiamo dunque dalla relazione, di estrema chiarezza espositiva, di Nella Ginatempo, che ha specificato che le forze politiche invitate sono state scelte in virtù delle loro dichiarazioni contro la partecipazione italiana all'avventura coloniale in Mali, contro l'acquisto degli F-35 e per il ritiro dei militari italiani dall'Afghanistan. Si tratta di posizioni importanti, ma ancora parziali, perché - a partire dalla prima aggressione all'Iraq (1991) - la guerra è diventata un fatto globale, con mille articolazioni. A parte l'invio di soldati qua e là, vi è pure la diplomazia di guerra, ossia il sostegno del "nostro" ministero degli esteri alle operazioni militari in cui non siamo (ancora) immediatamente coinvolti.
Rompere complessivamente con questa logica è importante, perché anche in quella che Ginatempo definisce la "cittadella della pace" è entrato il cavallo di Troia del bellicismo. Lo ha fatto presentandosi sotto le insegne più accettabili, quelle dei "diritti umani". Ciò almeno dal 1999, con l'attacco alla Serbia. Nel 2003, infatti, la seconda guerra all'Iraq non piacque perché si presentò come preventiva (e, aggiungiamo noi, "unilaterale", cioè legata all'esclusivo interesse statunitense a discapito di quello degli imperialisti europei).
In questo quadro, in cui è stata seminata confusione nello stesso movimento pacifista, è necessario sviluppare un discorso che rifiuti ogni ingerenza armata, promuovendo un'autentica diplomazia di pace, volta a sostenere percorsi di dialogo e di riconciliazione ovunque (facendo una scelta diversa da quella scelleratamente intrapresa dal ministro Terzi rispetto alla Siria, con lo schieramento a favore di una parte belligerante).
In più, bisogna chiudere le basi straniere in Italia (sono oltre 100) e impedire che la penisola continui ad essere uno dei luoghi da cui partono gli attacchi militari statunitensi. Realtà, questa, ulteriormente rafforzata con l'installazione dei droni a Sigonella.
Per quanto riguarda, poi, gli F-35, va detto che rifiutarli è positivo, ma non basta, perchè in Libia l'Italia ha ucciso con gli F-16, meno moderni ma altrettanto efficaci strumenti di morte.
Dunque, va espresso un no chiaro alle spese militari nel loro complesso, rifacendosi ad esperimenti di paesi che vi hanno completamente rinunciato, come il Costarica.
In più, c'è da mettere in discussione la stessa partecipazione dell'Italia ad una Nato che, sulla base del suo nuovo concetto strategico, è andata molto oltre quell'articolo 5 del suo Statuto che prevede l'intervento a favore di un suo paese membro attaccato, contemplando la "tutela armata" in ogni dove dei propri interessi nazionali da parte di chi vi è interno.
Dunque, va messo in atto un processo volto ad uscirne. Così come va revocato l'accordo militare con Israele, che ci rende complici del quotidiano massacro dei palestinesi.
Lidia Giannotti, di Peacelink, associazione impegnata tanto sul piano dell'antimilitarismo che su quello della lotta ambientalista (come dimostra l'ampia documentazione prodotta sul caso Taranto), si è concentrata su alcune trappole del linguaggio corrente. Dietro concetti che, nel contesto attuale, sembrano positivi come semplificazione, si annidano gravi pericoli e brutte realtà, come quella relativa alle procedure, oggi più sbrigative di un tempo, sulla esportazione di armi.
Per non parlare dei danni al territorio determinati dalla semplificazione dei passaggi amministrativi e burocratici legati allo svolgimento dell'attività edilizia. Un altro elemento di grande rilievo emerso dal suo discorso è quello legato all'intreccio tra l'attuale aumento dell'export di armi ed il traffico sempre crescente di rifiuti tossici.
Il primo aspirante onorevole a parlare è stato Andrea Maggi del Movimento 5 Stelle.
Il quale ha puntualizzato che tale soggetto politico tende ad un rispetto letterale della Costituzione i e che quindi ripudia l'uso della guerra. A ciò si aggiunge l'idea-guida che le guerre in cui siamo coinvolti siano il portato degli interessi di grandi potenze straniere o di élites locali che hanno mire estranee al bene della collettività.
Maggi, valorizzando esperienze come la lotta contro il Muos a Niscemi, ha poi specificato che entrare nelle istituzioni non significa per lui soppiantare i movimenti ma aggiungere qualcosa alle mobilitazioni in corso. Concludendo, si è espresso in modo favore a quasi tutti i punti della piattaforma, salvo tre, su cui dovrà fare approfondimenti (il risarcimento dei danni causati dalla Nato in Libia; l'estradazione degli agenti CIA; il passaggio dell'Italia da membro a partner della Nato).
Sebbene i punti indicati siano della massima importanza, tale atteggiamento è stato generalmente apprezzato in virtù della sua trasparenza.
Va detto che la stessa chiarezza non è stata registrata in altri interventi di aspiranti parlamentari.
Per dire, Fabio Marcelli, di Rivoluzione Civile ha detto di condividere tutti i punti della piattaforma, anch'egli appoggiandosi al dettato costituzionale. Poi ha fatto riferimento ad una iniziativa di "diplomazia di pace" in cui è stato coinvolto, in Marocco, in relazione ad un processo cui sono sottoposti alcuni dirigenti del movimento di liberazione dei Saharawi. Ed ha sottolineato che in quel caso, come in altri, occorre dare vita ad una diplomazia che valorizzi le spinte di pace e di superamento dei conflitti armati che emergono da settori della società civile.
Tutto molto interessante, però avremmo gradito che, rispetto alla piattaforma, Marcelli entrasse più nel merito. Ciò, perché ci sono, come ha opportunamente segnalato la moderatrice, dei pregressi che non suscitano una incondizionata fiducia. Tra questi, l'atteggiamento che lo stesso Marcelli ha assunto, nel 2011, all’inizio della crisi libica.
Antonio Carboni, del Partito Comunista dei Lavoratori, ha tenuto a precisare le origini della sua organizzazione, nata nel 2006 in contrapposizione a quanti si apprestavano ad appoggiare il governo Prodi e le sue politiche belliciste.
Tra gli elementi caratterizzanti la posizione del Pcl, vi è l'idea che non si possa fare affidamento alcuno sull'ONU, considerata non più che strumento nelle mani degli imperialisti. Inoltre, Carboni ha evidenziato i nessi tra politica estera aggressiva e politica interna di attacco ai diritti dei lavoratori e delle masse popolari. Secondo lui, il profilo internazionale dell'Italia non è il mero prodotto della sudditanza rispetto agli imperialismi più forti, rinviando anche a corposi interessi del padronato nostrano.
A questo aspetto, peraltro, ci siamo ricollegati anche noi, nella seconda parte del dibattito, sottolineando che, per portare avanti una autentica lotta contro la guerra occorre colpire gli interessi che, in Italia, spingono verso una politica aggressiva (si pensi, per esemplificare, a coloro che, dalla sanguinosa occupazione dell'Afghanistan, hanno tratto vantaggi in termini di concessioni minerarie).
A parte ciò, una certa discussione ha suscitato l'impostazione del Pcl sulle vicende libica e siriana. Laddove, l'intervento occidentale viene considerato più volto a depotenziare e/o dirottare le rivolte che non a sostenerle. Tale approccio, nella seconda parte del dibattito, ha sollecitato una messa a punto di Enzo Brandi che ha sottolineato le modalità dell’ingerenza delle grandi potenze imperialiste e delle monarchie reazionarie del golfo in quei contesti, sostenendo l'opinione che essa sia stata (e sia) rivolta a scalzare regimi che - al di là di ogni altra considerazione di merito - risultano scomodi per motivi geopolitici.
In verità, tale discussione non ha avuto i caratteri drammatici che spesso ha assunto la discussione su Libia e Siria. Ciò, perché il Pcl converge con la Rete No War nel senso del rifiuto di tutti gli interventi imperialistici diretti ed indiretti in quegli scenari. E poi perché non parla, riguardo al contesto siriano attuale, di rivoluzione, bensì di "guerra inter-borghese".
In sostanza, la sua posizione sembra essere volta a mantenere un canale di comunicazione con le spinte genuine che, ad esempio, si sono espresse nella prima fase della contestazione ad Assad.
Loredana De Petris, di SEL, ha espresso - a proposito della Siria - il sostegno ad una mediazione internazionale con la partecipazione di tutte le parti coinvolte nel conflitto.
Inoltre ha focalizzato l'attenzione sulla questione delle scelte energetiche, ritenendo che finché non si opererà una svolta in questo campo ci sarà la guerra. Questo punto è stato criticato, in sede di sintesi finale, da Patrick Boylan. Perché la questione è importante ma non risolutiva in sé e - per come è stata posta - sembra quasi rimandare alla fiducia nel libero mercato che, quando avrà visto il pieno trionfo delle energie alternative, ci porterà lontano dalla barbarie.
Non solo, ma le stesse posizioni di principio espresse negli ultimi tempi da Sel su importanti scenari di conflitto sembrano essere nettamente subordinate alle compatibilità di governo.
Quando Marco Palombo ha sottolineato che la missione Ue in Mali è predisposta per il mese di marzo e che allora toccherà pronunciarsi in un senso o nell'altro, De Petris non ha detto "voteremo contro", bensì “faremo in modo che il governo non si imbarchi in questa avventura”. E poi, incalzata : "dipende dalla legge che ci presenteranno al riguardo".
Onestamente, non pensiamo sia necessario commentare queste parole.
Per fortuna che nella discussione a un certo punto è intervenuta anche Giovanna Caltanissetta, del Comitato No Muos, che ha descritto efficacemente i tratti essenziali di una vicenda nata nel 2001, con la firma del primo protocollo tra Stati Uniti e Italia su questo sistema radar finalizzato a scopi bellici.
Inoltre, Caltanissetta si è soffermata su due aspetti della lotta. Ossia, la sua determinazione, che fa sì che anche dopo la revoca delle autorizzazioni da parte del governatore Crocetta la mobilitazione prosegua, per impedire agli americani la continuazione dei lavori, e il fatto che in essa, le problematiche legate alla salute collettiva ed all'ambiente si combinino con una forte spinta antimilitarista.
Ma nel dibattito molti sono stati gli approcci e gli angoli visuali. Di certo, ha avuto un notevole peso il problema rappresentato dall'attività dei media ufficiali, che associano sempre il concetto di autoritarismo a qualche sovrano arabo, quasi che nel bel mondo occidentale ne fossimo immuni (Paola Slaviero); che ricostruiscono vicende come quella siriana facendo sentire una campana sola, che invoca l'intervento della Nato (lo ha sottolineato un compagno di nome Giulio, facendo il caso di RaiNews 24); o che ci travolgono con un turbinio di notizie, talvolta non verificate, di massacri, omettendo di parlare di uno sterminio quotidiano e documentabile in ogni suo aspetto come quello subito dai palestinesi (Bassam Saleh).
In un siffatto contesto assumono particolare rilievo quelle iniziative che mettono in discussione la retorica dominante. Nelle sue conclusioni, Patrick Boylan ne ha citata una: l'assemblea organizzata dal Campo Antimperialista al Forum Sociale Europeo di Firenze, che ha dato spazio a quel pezzo dell'opposizione siriana che si sta adoperando per un'uscita negoziale dalla crisi e che rifiuta il patrocinio degli imperialisti occidentali e delle petromonarchie, risultando perciò oscurato dalle più importanti testate giornalistiche.
Ma l'intervento di Boylan ha soprattutto specificato i termini della campagna che la Rete No War intende effettuare rispetto alla partecipazione italiana alla Nato. Spiegando quegli aspetti che possono a tutta prima risultare poco chiari. Come la richiesta del passaggio da Stato membro a partner, in luogo del più tradizionale (anche se da tempo accantonato nello stesso dibattito antagonista) "Fuori dalla Nato". Gli stati partner come la Finlandia, ha precisato, non sono tenuti obbligatoriamente a partecipare a tutte le aggressioni militari sebbene con la Nato abbiano livelli di cooperazione e di scambio di informazioni. L'obiettivo però non è di fermarsi a questo status, pur inteso come un passo avanti rispetto alla situazione attuale. Bensì di procedere per tappe, in un percorso che non sarà di breve periodo, e che ha come obiettivo ultimo proprio quello di fuoriuscire del tutto dall'Alleanza militare più potente (e aggressiva) della storia. Vedremo, in concreto, come si articolerà questa campagna, Noi, come sito di controinformazione, cercheremo di seguirla con continuità.

Il Pane e le rose - Collettivo redazionale di Roma

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