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HA VINTO LA BREXIT, MA PER CHI?

(21 Luglio 2016)

Editoriale del n. 43 di "Alternativa di Classe"

brexit

Giovedì 23 Giugno 2016 si è svolto nel Regno Unito un referendum a carattere consultivo, ma il cui valore legale non è nemmeno definito in modo preciso dalla costituzione inglese, sul permanere o meno della adesione all'Unione Europea (U.E.). Come si sa, ha votato il 72,2%, e l'uscita (l'ormai famosa “Brexit”, rappresentata dall'opzione “leave”) ha prevalso con il 51,9% sulla scelta della continuità (rapprersentata dall'opzione “remain”): un sostanziale equilibrio, per un quesito molto netto, ma con una differenziazione nel voto, che ha visto, in genere, votare contro alla UE i ceti meno abbienti. Dal punto di vista formale, per la UE dovrà comunque essere il governo a decidere, anche se il premier D. Cameron ha fatto subito ricorso alle dimissioni; ci sono ora circa due anni di tempo per formalizzare la decisione.
Già l'adesione della Gran Bretagna alla CEE, avvenuta nel 1973 (e che, non va dimenticato, non ha poi mai accettato la moneta unica, l'Euro), aveva condizioni particolari (poi confermate nella UE). Ad oggi: 1) ha diritto a disapplicare gran parte della legislazione europea (quattro gli “opt out” ottenuti dal '79 finora…), 2) ha diritto al rimborso di gran parte del contributo versato (il “rebate”, ottenuto dalla Thatcher nel '84, e poi corretto, ma mai abolito), e, nello stesso tempo, 3) ha pieno diritto di partecipare alle decisioni. Nello stesso Accordo del 15 Febbraio scorso, D. Cameron, per il Regno Unito, aveva ottenuto, in più, di poter restare in UE, disattendendo sia regole comuni su immigrazione ed asilo, finanza e banche, sia la tendenza a rapporti transnazionali inter-UE più stretti.
Oltre al fatto che la Gran Bretagna è uno dei principali Paesi imperialisti, che, nell'ambito di Trattati internazionali, come sono quelli su cui si fonda la UE, è l'aspetto fondamentale per trarre a sè maggiori vantaggi, essa, da un lato, ha lo storico rapporto economico privilegiato con le proprie ex-colonie, riunite nel Commonwealth, e, dall'altro, ha sempre mantenuto un asse preferenziale con gli USA, fungendo spesso da suo “garante”, nel condizionare negativamente i livelli di integrazione raggiungibili.
Questo referendum è stato figlio legittimo della promessa elettorale di Cameron, fatta nel 2015 per raccogliere i voti degli “euroscettici” alla N. Farage, in aumento anche fra i Conservatori (com'è il suo avversario interno, B. Johnson) , ma il suo obiettivo era, in realtà, quello di perderlo “di misura”, per poi continuare la ormai tradizionale politica britannica di restare in UE, ma “con un piede fuori”, magari ottenendo altri privilegi per la borghesia “made in UK”; prova ne è il fatto che, scontatamente, come per tutti gli altri ex premier (da J. Major al laburista T. Blair), la sua campagna referendaria è stata a favore del “Remain”.
Sempre contro la Brexit erano schierati anche i “LibDem”, i nazionalisti scozzesi ed il Partito Laburista di J. Corbyn, ex oppositore di sinistra alla UE, oltre a tutte le Chiese del Regno, quella anglicana, quella cattolica e quella evangelica, insieme ad ebrei ed islamici. Organicamente a favore era solo l'UKIP di Farage, oltre a piccole formazioni di destra, ed anche di sinistra. In realtà, anche fra i Laburisti è presente “l'euroscetticismo”: sono i cosiddetti “Labour Leave”. Costoro, in definitiva, avrebbero “finalmente” scoperto, anche in base alla trattativa quasi segreta sul TTIP (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno I n.12 a pag. 5 ed Anno IV n.41 a pag. 1) , peraltro dato oggi come “quasi naufragato”, come le istituzioni europee siano meno democratiche di quelle nazionali, più chiuse “al sociale” di quanto non siano “aperte al mercato”, anche se non capiamo come potrebbe non essere così...
La campagna referendaria di entrambi gli schieramenti (di cui, è bene notarlo, facevano parte esponenti di entrambi i principali partiti della borghesia, rivelando, così, la formazione di una frazione di capitale indirizzata verso altre soluzioni imperialiste...) si è svolta, ovviamente, sul piano in cui era, ed è ancora, il dibattito nazionale imposto dai “mainstream” in Gran Bretagna, e particolarmente virulento era il principale slogan nel campo dei fautori della “Brexit”: “Rivogliamo indietro il nostro Paese!”, alludendo pesantemente alla immigrazione (vergognoso in questo senso un manifesto nazionale dell'UKIP sui profughi, intitolato “Il punto di rottura”...) ed alla minore “sovranità nazionale”, di cui avrebbe goduto il Regno nella UE. Temi pressochè identici a quanto riportato quotidianamente, anche qui in Italia, dai giornali borghesi. Lo scontro referendario ha inoltre rinfocolato i nazionalismi interni, ed in particolare quello scozzese, dove ha, infatti, prevalso il “Remain”.
Gli effetti immediati dell'affermazione della Brexit, oltre alle dimissioni del premier, sono stati il crollo della moneta britannica, la sterlina, al livello del 1985, i contraccolpi bancari, ed il conseguente crollo delle Borse, in particolare di quelle europee, che, non lo dubitiamo, saranno pagati dai proletari, mentre Australia e Canada hanno chiesto di uscire dal Commonwealth, pronti, però, ad accordi bilaterali. Nel frattempo N. Farage, il primo vincitore, ha annunciato il proprio “ritiro dalla politica”, pur rimanendo europarlamentare. All'estero, tutti i leader dei principali Paesi imperialisti, USA in testa, rinnovando la loro professione di fede nella “democrazia”, hanno detto che manterranno relazioni invariate sia col Regno Unito, per intercettarne gli indirizzi emergenti, che con la UE senza di esso.
Più di recente, Giovedì 14, si è formato il nuovo governo conservatore, affidato a Theresa May, con il Ministero degli Esteri a B. Johnson, un altro dei vincitori, cui sarà affidata la prossima certa e ponderata trattativa con la UE, insieme al nuovo “Ministro per la Brexit”, D. Davis. E, mentre fra le eventualità non si può escludere un altro referendum, già la leader nazionalista scozzese, N. Sturgeon, si è recata a Bruxelles per vedere come fare a restare comunque nella UE, senza avere trascurato prima di dare la, molto pragmatica, disponibilità alle multinazionali ad un trasferimento dei servizi finanziari della City ad Edimburgo...
A parte lo scontato entusiasmo di Salvini, che ha dichiarato di voler fare altrettanto in Italia, lasciano interdetti alcuni commenti di parte della sinistra di classe. Per alcuni crea addirittura entusiasmo il fatto che il “Leave” è provenuto molto da zone operaie e proletarie. Il fatto che la UE stia perseguendo una politica antiproletaria, in Gran Bretagna, come negli altri Paesi membri, ci pare fuori discussione; il punto è, invece, quello di capire quanto una collocazione di uno o più di tali Paesi esterna alla UE possa essere più favorevole per i proletari. Il ruolo internazionale del Regno Unito è abbastanza diverso da quello, ad esempio, dell'Italia; e non si tratta certo di inseguire i comportamenti elettorali dei proletari, legati a mille fattori, laddove è assente, come oggi è ovunque, purtroppo, l'indipendenza di classe!...
La cessione di “sovranità nazionale”, poi, è ormai un dato di fatto, ma è dovuta ai processi di mondializzazione del capitale, e non è certo diversa la situazione per quei Paesi esterni ad aggregazioni transnazionali di area, quale è la UE. Innanzi tutto, il mondo è ormai uscito, pressochè totalmente, da quella fase in cui la formazione degli Stati nazionali aveva un”ruolo progressivo”, ed oggi, comunque, la competizione internazionale esige aggregazioni, economiche in primo luogo, ma anche, di conseguenza, politiche, in sub-aree continentali, anche nelle Americhe, in varie aree dell'Asia ed in tutto il resto del mondo: la Ue non è certo l'unica aggregazione del genere. Le regole vigenti in tali aggregati, pur tenendo in parte conto, ovviamente, delle specificità storiche e geografiche, rispondono, in modo più aggiornato di quanto non facciano gli Stati nazionali, alle esigenze del capitale. Il fatto, poi, che uno Stato decida, o meno, di aderirvi, firmando Accordi e/o Trattati, dipende da quale sia in quel dato momento il modo migliore per servire gli interessi di classe ivi dominanti.
Se è vero, come riteniamo anche noi, che i comunisti debbano poter dare una risposta di orientamento su ogni problema che i proletari incontrano nella loro vita concreta, è anche vero che non fa certo parte di tali problemi il fatto di decidere se sia più vantaggioso per il capitale nazionale l'aderire o meno ad un Trattato internazionale, specialmente se con precipue finalità economiche. Oltre alla transitorietà dei vantaggi e degli svantaggi per il capitale, è invece sicuro che la Brexit stia già comportando concreti rischi di perdita di posti di lavoro, come minimo, per tutte le incombenze UE, che dovranno essere trasferite altrove, anche se una costruzione come il Regno Unito può avere, comunque, altri margini di recupero, che un Paese come l'Italia non avrebbe...
A questo punto, avremo certamente, da parte di compagni della sinistra di classe, l'obiezione che un'uscita dalla UE dovrebbe essere di certo vista in collegamento ad un cambiamento in senso socialista. Ci pare, però, ovvio il fatto che tale uscita non potrebbe mai rappresentare il punto di partenza di un tale processo, ma, semmai, sarebbe un tale processo a causare l'eventuale cacciata dalla UE, con relativo boicottaggio, dato che le forze borghesi si sono sempre coalizzate, quando hanno dovuto storicamente combattere tentativi rivoluzionari, e lo farebbero nuovamente, con o senza UE. Restano, comunque, forti perplessità sul fatto che oggi, nel XXI° secolo, si continui a pensare ad un possibile cambiamento in senso favorevole ai proletari come ad un processo localizzato in un solo Paese (e che, quindi, “si” dovrebbe prima uscire dalla UE), invece che ad un immediato allargamento geografico dello scontro...
Occorre finalmente capire quanto sia prioritaria l'indipendenza di classe, smettendo di “tifare” per l'una o l'altra ipotesi borghese, compreso il “meno peggio”, agendo verso l'unità della classe sui propri interessi, e valutando l'utilità delle scadenze in base a quanto consentono di realizzarla, avanzando.

Alternativa di Classe

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