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"Banda Arancio Montauto, 1943-1944, La Resistenza fra Toscana e Lazio", a cura di Franco Dominici e Giulietto Betti

Arcidosso, Effigi, 2016, pp. 237, € 15,00

(22 Novembre 2016)

banda arancio-montauto

Una costante delle pubblicazioni in tema di Resistenza in questi ultimi, ormai, decenni è stata quella di giocare sulla difensiva, spesso in contrapposizione alle vulgate del revisionismo strumentale, applicate a livello nazionale e, in alcuni casi, a livello locale, con la finalità, soprattutto, di sminuire l’operato partigiano o di esaltarne, più o meno presunti, lati oscuri. Da qualche tempo, in anni recenti, si è passati all’offensiva (quella più volte auspicata da Angelo D’Orsi) o, comunque, non si è sentita la stretta necessità di ribadire concetti morali, spesso ridondanti, a difesa del patrimonio resistenziale, scegliendo invece di basarsi, nella fattispecie, sulle fonti d’archivio a disposizione, oltre a quelle di bibliografia canonica e di testimonianza orale. Ne è esempio lampante questa monografia uscita agli inizi di quest’anno sulla banda partigiana Arancio - Montauto, dal cognome del fondatore e dal nome della località quartier generale, attiva tra il Grossetano e il Viterbese, fino a lambire l’Orvietano e il Senese. A curarla, due prolifici eruditi di storia contemporanea locale e, va da sé, non: Giulietto Betti, bancario, e Franco Dominici, insegnante, laureato in Storia contemporanea, di cui occorre menzionare anche La Stampa clandestina antifascista, 1922-1930 (Effigi, 2013). I due sono autori di una precedente, voluminosa, pubblicazione, di cui il libro in oggetto è per certi versi completamento: Banda armata maremmana, 1943-1944 (Effigi, 2014), che si sovrappone e confonde, anche nell’acronimo, con la Arancio, Bam.

Qui il volume, nella sua struttura, si suddivide in tre parti: il quadro riassuntivo delle azioni della banda, con le schede di tutti i componenti, la cronologia ragionata della sua attività e un’appendice fatta di documenti di provenienza tedesca e statunitense, appena desecretati e inediti, e le interviste ai testimoni, non senza un sostanzioso apparato fotografico e delle mappe. In una sorta di bonus, delle composizioni a tema partigiano con spartiti, a cura del Maestro Valeri Lupi.

In merito, invece, ai contenuti e alle vicende ricostruite. A capo della Bam era il Comandante Sante (o Santi) Gaspare Arancio. Nato in Grecia, perito minerario a Manciano (Grosseto), già noto Antifascista prima degli eventi del 25 Luglio, quando si adoperava per formare un gruppo armato, tenuto a battesimo poi il 17 settembre del 1943, in collegamento con il Raggruppamento Monte Soratte (che coordinava le bande partigiane Cln dell’Alto Lazio) e il Monte Amiata (per la Bassa Toscana). Arancio era conosciuto come comunista dai nazifascisti ma la sua collocazione politica risulta un po’ vaga, tantoché la Dc si assumerà, o tenterà di farlo, l’eredità politica del gruppo. I giudizi sulla persona del Comandante giunti a noi sono, altresì, spesso in contrasto e qui ne troviamo riportati alcuni. Carismatico, lo si vede nell’immagine suggestiva presa qui a copertina: la famiglia partigiana al completo, con la moglie, Virginia Cerquetti, e i due figli, Mario e la neonata Annabella, partorita proprio alla macchia. Riceverà gli encomi dal Regio esercito, dagli Alleati, dai sovietici e la Medaglia d’argento al valor militare. Morirà nel 1986, a Roma.

Sull’attività, alla Bam, sono riconosciuti, si legge nel quadro riassuntivo, 95 attacchi, detti anche “terroristici” (l’aggettivazione non aveva ancora evidentemente valenza negativa), 92 distruzioni e danneggiamenti di veicoli, 10 sequestri di animali da soma, interruzioni di 4 ponti e di una rotabile, cattura di 101 moschetti, 20 mitraglie, una contraerea e materiale vario, sequestri di derrate alimentari poi distribuite alla popolazione in ingenti quantità, nonché lavoro d’intelligence. Tra le perdite inflitte al nemico, si contano 186 uccisi in combattimento, 131 feriti e 70 prigionieri consegnati agli Alleati. Tra le perdite proprie: 16 caduti in combattimento, 2 fucilati, un impiccato, 2 fucilati per rappresaglia e 4 dispersi. Tra i decorati, oltre ad Arancio, Pietro Casciani, Medaglia d’Argento, poi morto in un incidente sul lavoro nel 1947, e Delio Ricci, Medaglia d’argento alla memoria, nel 1991 convertita in oro, proveniente dalla banda Bartolomeo Colleoni, non ancora ventenne, arrestato, torturato e impiccato dai nazisti nel maggio 1944. Era originario di Montefiascone (Viterbo), ove la Sezione Anpi ora porta il suo nome.

A colpire di questa Banda, che in più casi ha liberato i centri abitati ancor prima dell’arrivo degli Alleati, è la nazionalità dei suoi combattenti. Sono censiti 46 “russi”, cioè soldati sovietici fuggiti dai campi di prigionia, ovunque maestri in tecniche militari, soprattutto per quanto concerne l’attività di sabotaggio, 17 africani, 6 polacchi, 4 tedeschi, 4 austriaci, 2 indiani, un neozelandese, un messicano, uno statunitense e ben 8 “spagnoli rossi”, vale a dire combattenti antifranchisti poi espatriati - nell’elenco sono riportati i nomi di Angelo Aristeguez e Juan Blanco - che, in un certo senso, hanno così realizzato la profezia pronunciata esatti ottant’anni fa da Carlo Rosselli su Radio Barcellona, “Oggi in Spagna, domani in Italia”.

Silvio Antonini

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