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Perché l’iraq non abbandonerà la siria

Oltre 300mila profughi, relazioni economiche radicate, vicinanza politica e timore che i settarismi di Damasco contagino Baghdad. Queste le ragioni del supporto iracheno ad Assad. E il premier Maliki gioca un’altra carta: una delegazione per pacificare la Siria.

(17 Dicembre 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in nena-news.globalist.it

Perché l’iraq non abbandonerà la siria

foto: nena-news.globalist.it

EMMA MANCINI

Roma, 16 dicembre 2011, Nena News – Una missione diplomatica irachena in Siria per aiutare Damasco ad aprire il dialogo tra il regime di Bashar e le forze di opposizione. Ad annunciare la nuova iniziativa è stato ieri il premier iracheno Nouri al-Maliki, di ritorno da Washington: “Appena arriverò a Baghdad, prenderò parte a un meeting per inviare una delegazione in Siria al fine di implementare l’iniziativa irachena”.

Pochi giorni fa era stato il generale Fadhil Birwani, comandante militare delle forze antiterrorismo irachene, a immaginare con preoccupazione il possibile futuro di Damasco: la caduta di Bashar al-Assad in Siria sarebbe “una minaccia per l’intero Medio Oriente, perché permetterebbe la salita al potere di un regime integralista islamico in uno dei Paesi leader del mondo arabo”.

Ancora una volta, come accaduto nelle scorse settimane, Baghdad torna ad esprimere con chiarezza il proprio instancabile supporto al regime alawita di Bashar. Un appoggio che si scontra con le pressioni che il resto della Lega Araba e le potenze occidentali stanno esercitando su Damasco, ufficialmente a causa delle repressioni in atto nel Paese da parte delle forze governative contro i manifestanti anti-regime.

“Crediamo che la Siria sia in grado di uscire dalla crisi attraverso delle riforme”, aveva suggerito lo stesso premier iracheno al-Maliki. Parole che molti analisti hanno accostato a quelle del presidente iraniano Ahmadinejad: “I siriani dovrebbero implementare le necessarie riforme da soli” senza alcuna pressione esterna.

Una comunanza di posizioni che ha portato l’ex consigliere del Dipartimento di Stato Usa per il Medio Oriente, David Pollock, a collegare gli intenti di Iraq e Iran: “Questo è l’effetto dell’influenza iraniana: salvaguardare il regime di Assad è nell’interesse nazionale del’Iran. E l’Iran ha bisogno dell’Iraq per provare a salvare l’alleato di Damasco. L’Iran sta dietro la scena e gli iracheni sanno che gli iraniani gli controllano le spalle”.

E mentre il mondo arabo sanziona la Siria, ritira gli ambasciatori e blocca i rapporti commerciali e finanziari con Damasco, l’Iraq prosegue per la sua strada proponendo delegazioni e firmando accordi economici con Bashar. Costretta a fare fronte alle sanzioni internazionali (ultimo in ordine di tempo il congelamento da parte dell’Unione Europea degli accordi per l’importazione di petrolio), la Siria ha trovato un tampone all’emorragia economica nel sostegno iracheno, che in parte sta permettendo di evitare la bancarotta: si calcola che ogni mese Damasco stia perdendo un miliardo di dollari.

Un esempio: ad agosto, mentre il resto dei Paesi araba stava richiamando i propri ambasciatori di stanza a Damasco, l’Iraq organizzava un inusuale tour per cento imprenditori e uomini d’affari siriani.

Le ragioni del sostegno iracheno (rimarcato martedì dallo stesso primo ministro Nouri al-Maliki durante una conferenza stampa congiunta con il presidente statunitense Obama) sono varie e strettamente connesse agli interessi interni del governo di Baghdad. A tracciarne un’approfondita analisi è stato lo scorso 4 dicembre Michel Abu Najm dalle colonne del quotidiano arabo Asharq Al-Awsat.

Il presidente iracheno Al Maliki con il presidente siriano Assad

Cosa spinge il premier Maliki a offrire il proprio sostegno a un regime sotto attacco, isolato dal mondo arabo e dalla comunità internazionale? Prima di tutto, i circa 300mila profughi iracheni in Siria. Abbandonare l’alleato siriano potrebbe provocare il peggioramento delle condizioni sociali, economiche e umanitarie delle migliaia di rifugiati iracheni, fuggiti in Siria durante la seconda guerra del Golfo lanciata dall’ex presidente americano Bush nel 2003.

In secondo luogo, il timore che i settarismi e le violenze in atto in Siria possano contagiare il confinante Iraq, alle prese con una complessa ricostruzione e un’instabile pacificazione interna. Con le truppe americane in partenza alla fine di dicembre, il governo di Maliki è scosso da numerosi timori e dubbi. Quello che Baghdad ha necessariamente bisogno di evitare sono i cosiddetti “mali di Damasco”: se il regime di Bashar potrebbe approfittare del vuoto di sicurezza dovuto all’exit strategy statunitense, quello che preoccupa maggiormente Baghdad è un’eventuale guerra al confine con la Siria tra sunniti e sciiti.

Una guerra che metterebbe seriamente a repentaglio il nuovo governo sciita iracheno, maggioranza al potere dopo anni di regime sunnita, e che potrebbe derivare dalla caduta degli alawiti –sciiti- di Bashar, alleato e amico di lungo corso dell’attuale governo iracheno. Molti dei membri dell’esecutivo guidato da Maliki hanno trascorso anni in esilio in Siria.

Infine, le ragioni economiche. Lo stretto legame tra Iraq e Siria si è tradotto nel tempo in relazioni commerciali stabili, che lo scorso anno hanno raggiunto i due miliardi di dollari. Il dipartimento di statistica siriano ha stimato che, del 52% delle esportazioni totali della Siria destinate ai Paesi arabi, il 31% è diretto in Iraq. Nena News

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