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Siria: le Sdf avanzano nel cuore di Raqqa

(4 Luglio 2017)

Gli Usa riferiscono che le truppe a maggioranza curda sostenute dalla coalizione internazionale sono penetrate ieri nella città vecchia della “capitale” dello Stato Islamico. In Kazakhistan, intanto, si apre un nuovo round di negoziati

Liu Jiey

Liu Jieyi

Le forze democratiche siriane (Sdf), sostenute dalla coalizione internazionale a guida Usa, sono ormai all’interno della città vecchia di Raqqa, la “capitale” siriana dello Stato Islamico (Is). “Le unità sono avanzate nella sua parte più fortificata aprendo due piccole aperture nel muro Rafiqah che circonda il centro storico” si legge in una nota del Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) pubblicata ieri notte.

Il Centcom fa inoltre sapere che nel corso della battaglia le Sdf, guidate dai combattenti curdi, hanno incontrato una tenace resistenza da parte dei miliziani islamici che hanno piantato mine e posto esplosivi nel tentativo di fermare la loro avanzata. “I raid mirati su due piccole porzioni delle mura hanno permesso alle forze alleate di entrare nella città vecchia dove essi preferivano evitando le mine dell’Is e hanno preservato l’integrità della parte maggiore delle mura” afferma ancora il Comando centrale statunitense. Stando a quanto riferiscono gli Usa infatti, la parte delle mura colpite corrispondono a solo 25 metri dei 2.500 del suo intero tracciato.

I progressi militari – riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani, ong di stanza a Londra e vicina all’opposizione al governo di Damasco – si erano registrati in città già domenica quando i combattenti delle Sdf erano riusciti per la prima volta a penetrare Raqqa da sud ed avevano attraversato l’Eufrate. Progressi che si vanno ad aggiungere a quelli dello scorso mese quando le Sdf avevano sfondato le resistenze dei jihadisti nella parte orientale e occidentale del fortino dell’autoproclamato “califfato”.

La morsa sempre più asfissiante a Raqqa delle truppe sostenute dalla coalizione giunge a qualche ora di distanza dall’annuncio unilaterale dell’esercito siriano di fermare i combattimenti nella parte meridionale del Paese (province di Daraa, Quneitra e Sweida) in coincidenza del nuovo round di negoziati nella capitale kazakha Astana. “Nel tentativo di sostenere il processo di pace e la riconciliazione nazionale, un cessate il fuoco ha avuto luogo [nell’area] a partire da mezzogiorno del 2 luglio e durerà fino a mezzanotte del 6 luglio” recita uno scarno comunicato dell’esercito riportato dall’agenzia statale Sana. Damasco non ha nominato esplicitamente gli incontri in Kazakhistan, ma il riferimento è implicito dato che il vertice inizia oggi e termina fra due giorni.

Se il comunicato emesso dall’esercito può essere letto come un gesto di “buone intenzioni” da parte del presidente siriano al-Asad in vista dell’avvio delle trattative, dall’altro però sono l’ulteriore conferma che le cosiddette “zone di riduzione degli scontri”, concordate a maggio ad Astana dagli sponsor del governo siriano (Iran e Russia) e di parte della variegata opposizione (Turchia), non siano state del tutto rispettate: in particolar modo nell’area di Daraa. Senza dimenticare poi il Golan dove recentemente si è registrata una escalation anche per il coinvolgimento d’Israele.

Al momento la tregua sembra resistere: a confermarlo all’Afp è anche l’Osservatorio siriano secondo il quale i “combattimenti sono quasi del tutto terminati” nel territorio interessato. Come sempre in questi casi, i comunicati conservano sempre un margine di discrezionalità: le violenze, infatti, non cesseranno nelle aree dove è presente lo Stato islamico. Una clausola che lascia libertà d’azione per non far spegnere del tutto i motori della guerra e che lascia risolvere con le armi quello che con le parole non si riesce ad ottenere.

Ad Astana, intanto, è iniziato il vertice sulla Siria. A rispondere presente è stata subito Damasco:
“La nostra delegazione sta per arrivare perché abbiamo il grande interesse di fermare il bagno di sangue nel Paese” ha detto ieri il vice ministro degli esteri siriano Faisal al-Maqdad. In Kazakhistan è volata anche parte dell’opposizione come ha riferito all’Afp il generale ribelle Ahmad Berri.

A sostenere i negoziati è anche l’Onu che ieri, per bocca dell’ambasciatore cinese presso le Nazioni Unite Liu Jieyi, ha fatto sapere che il Consiglio di Sicurezza è pronto a incoraggiare ogni sviluppo positivo del processo di pace. Jieyi, il cui Paese questo mese detiene la presidenza del Consiglio, ha poi chiarito che l’obiettivo dell’Onu è promuovere il dialogo tra il governo e l’opposizione all’interno di un processo politico “guidato da siriani e proprio dei siriani”.

Damasco siederà al tavolo delle trattive, ma ha voluto mandare ieri anche un avvertimento a Washington: un suo nuovo attacco non resterà impunito. “Non saremo sorpresi se gli Stati Uniti dovessero compiere un nuovo raid contro la Siria – ha aggiunto Maqdad – ma farebbero bene a tenere seriamente in considerazione le [nostre] possibili reazioni e a sapere che la risposta della Siria e dei suoi alleati non sarà come quella che ha fatto seguito alla prima aggressione [dello scorso aprile a Shayrat]”.

Nena News

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