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Corrado Passera, ci vorrebbe un’ideona

(17 Novembre 2012)

corpassenzideona

E’ bello ma non balla. Enfant prodige del mondo economico, carriera fulminante e stipendi da capogiro, il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera si è infine dovuto misurare con le gioie (e soprattutto i dolori) dell’arte di governare, «il più bello dei lavori», come disse in tv da Fabio Fazio, un mesetto dopo la nomina. Peccato che, trascorso un anno, della sua azione di governo ci siano poche tracce e quelle che ci sono non sono esattamente esaltanti. Chissà, forse si è ricreduto: da Alcoa a Fiat; dalle frequenze tv alle grandi opere; da Irisbus a Fincantieri alle acciaierie, le vertenze aperte ricevute in eredità dal precedente governo (quello del bunga bunga, per intenderci) sono ancora tutte lì o sono finite male. Chi si ricorda, per esempio, di Termini Imerese? Al suo insediamento nel dicastero di via Veneto, lo stabilimento Fiat era in chiusura: tavoli, tavolini e protocolli non sono serviti a granché; Mr Motors se l’è data a gambe; 1.600 lavoratori a casa (a spese dello stato).
Con la Fiat, in particolare, il ministro Passera (e in generale il governo) ha alzato un po’ la voce, ma non molto di più. Quando Marchionne annunciò, a settembre, che su Fabbrica Italia aveva scherzato e che il Belpaese poteva scordarsi i 20 miliardi di euro di investimenti, il Nostro, sublime, disse che voleva «capirne le implicazioni»: non aveva ben capito? Pressato dalle polemiche, poi, non poté esimersi dal convocare la Fiat al solito tavolo, dal quale, naturalmente, non è uscito nulla di concreto: la promessa generica che Fiat resta in Italia e che farà investimenti «al momento idoneo» (?) e la costituzione di un gruppo di lavoro (?) per individuare «strategie di export». Boh. La morale è che Marchionne sa di poter fare quello che gli pare, come si è visto nella vicenda dei 19 operai Fiom da reintegrare. Certo, Passera si indigna e si impegna e chiede a Fiat di ritirare il provvedimento-rappresaglia, ma poi, come lo Stato di De André «getta la spugna con gran dignità». Debole con i forti? Il sospetto è lecito visto che anche nella vicenda dell’Ilva di Taranto, l’impegno di Passera, oltre alla convocazione di tavoli e tavolini, è stato un laconico: «Non capisco parte dei pm». Più che da capire c’è da fare e soprattutto costringere i Riva a fare gli investimenti di riqualificazione che si sono ben guardati dal fare fino ad oggi, mettendo in ginocchio una città e ricattandola con la minaccia della chiusura.
Vabbé, c’è la crisi, nemmeno i tecnici possono fare miracoli, tantomeno «cercare un’ideona». E dire che era partito a razzo. Pretese e ottenute da Monti anche le deleghe delle Infrastrutture e dei Trasporti, si era gettato a capofitto nel «più bello dei lavori» sognando Palazzo Chigi. Era il ministro del momento, potenziale rivale di Monti, elogiato da destra, da sinistra e soprattutto dal centro (Passera è cattolicissimo, il che non gli ha impedito di mollare la moglie per una più giovane e risposarsi con rito civile). «Che bello l’accordo Edison», dichiarava soddisfatto; le frequenze tv? «Non è tollerabile darle gratis» strizzava l’occhio al Pd; l’accordo con la Svizzera per tassare i soldi degli italiani esportati all’estero? «Va fatta al più presto» rimbeccava Monti (che invece la giudicava operazione giuridicamente improponibile). E poi? Poi è venuto il momento di fare le cose oltreché enunciarle. E sono iniziati i dolori. Per dire: prudentemente rinviata di un anno, l’asta per le frequenze tv (dalla quale si contava di intascare 2-3 miliardi) è al palo: il ministero si è accorto che alcuni dei canali tv che vorrebbe vendere sono in mano ad emittenti locali. Ops! E che dire di Finmeccanica, travolta dalle inchieste? Nulla, perché nulla il governo e il ministro hanno finora detto o fatto.
Anche il povero (si fa per dire) Passera ha dovuto fare i conti con la dura realtà. Ad aprile era «fiducioso» che la ripresa sarebbe arrivata quest’anno, prometteva 100 miliardi per la crescita e diceva «Basta rigore» (non l’avrà presa bene il Prof). Oggi, se va bene spiragli se ne vedranno nel 2014, dei 100 miliardi neanche l’ombra e la legge di stabilità è un’ennesima stangata. Sarà pure che «le ragioni profonde della crisi sono un problema di valori» (come ha detto ai frati francescani di Assisi), ma senza i danè non si va lontano. Di qui l’iter travagliato dei provvedimenti firmati da Passera: annunci, mezze smentite (dei colleghi), bracci di ferro con il ministro dell’economia (che non vuole mai aprire il portafoglio, uff), il varo di misure ben inferiori a quelle promesse (chi si ricorda, per esempio, delle semplificazioni?). Il guaio è che scarseggiano anche le idee (figuriamoci le ideone). Servono le infrastrutture? Lo Stato non ha i soldi per realizzare grandi opere? Bene, dal cilindro non sono usciti altro che i project bond, ai quali con l’ultimo “decreto crescita” si sono aggiunti gli sconti fiscali per i privati che realizzano grandi infrastrutture per un valore di almeno 500 milioni. Vecchie e collaudate formule che nascondono la fregatura: nel primo caso è lo Stato che si fa carico del debito nei confronti delle banche se il privato non dovesse riuscire a rientrare dell’investimento (con la Tav è andata così: non doveva costare nulla alle casse pubbliche, invece pesa per 90 miliardi...); nel secondo ai costruttori vengono abbonate le tasse fino al 50% del valore dell’opera. Debiti futuri assicurati, mentre il paese va letteralmente sott’acqua e non c’è traccia dell’unica, grande opera veramente utile: le piccole opere di riassesto del territorio. In una recente intervista al Messaggero, il ministro citava, tra i risultati ottenuti, gli sgravi sulle ristrutturazioni e quelli per l’efficienza energetica: non esattamente una novità. Un’ideona, però, l’ha avuta il ministro: sostenere la ripresa delle attività estrattive di petrolio (costo: 15 miliardi), nemmeno fossimo in Texas. Intanto, i numeri si fanno sempre più neri per infrastrutture e costruzioni (lasciamo perdere l’occupazione, per carità di patria): per il 2012 il crollo degli investimenti è stimato del 6,1%.
Non bastasse, vengono al pettine “vecchi” nodi. Vi ricordate Alitalia? Nel 2008 fu l’Intesa Sanpaolo di Passera a “salvare” la compagnia di bandiera a fianco del governo Berlusconi. Oggi, la Alitalia salvata annuncia circa 700 esuberi per risparmiare 30 milioni (ed evitare così ai “capitani coraggiosi” di dover mettere soldi per ricapitalizzare). D’altra parte, stiamo parlando dello stesso Passera che ha risanato le Poste, trasformandole in una quasi-banca, al prezzo di 20.000 (ventimila) esuberi. Però, su certe cose il ministro sa decidere, eccome. Anche a costo di far saltare i tavoli. Annuncia perentorio, per esempio, che «la Torino-Lione si farà». Ma è alla voce “patto sulla produttività” che il ministro entra a gamba tesa, facendo infuriare i sindacati e lasciando perplessa Confindustria. Mentre la discussione è aperta e il “patto” è ancora lontano, ecco arrivare i “paletti” di Passera, pena la non concessione delle risorse stanziate per la detassazione del salario di produttività: superamento degli automatismi nei contratti nazionali (cioè recupero dell’inflazione); aumenti solo attraverso accordi aziendali di produttività (in pratica addio al contratto nazionale); delega ai contratti aziendali di una serie di materie oggi regolate dalla legge (cioè codice civile e statuto dei lavoratori); via libera ai demansionamenti (con conseguente riduzione di stipendio); incremento dell’orario di lavoro a 40 ore; flessibilità dell’orario e delle ferie (più o meno a discrezione dell’azienda); la possibilità di controllare a distanza i dipendenti. Roba indigeribile persino per la Cisl, mentre dalle parti di Confindustria sospettano che c’entri qualcosa il fatto che queste sono esattamente le richieste dell’Abi (i banchieri devono gestire qualcosa come ventimila esuberi). Il suo primo anno di governo si chiude con la fuga precipitosa in elicottero dalla Sardegna per sottrarsi alla rabbia dei lavoratori dell’Alcoa, per nulla placata dalla firma di un protocollo d’intesa per un piano di là da venire. Giorni amari per l’ex golden boy (nel senso che a 58 anni non è più boy pur restando golden). Ma se Bersani lo vede ancora bene come ministro in un suo eventuale governo, vuol dire che la stella di Passera brilla ancora alta.

Romina Velchi - OmbreRosse

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