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(1 Settembre 2011) Enzo Apicella

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(2 Gennaio 2014)

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1. Non poteva essere altrimenti. Il sipario su Lampedusa è calato. Si riaprirà alla prossima strage, alla prossima discriminazione, alla prossima rivolta. Nel frattempo a differenza di chi considera ancora i migranti come dei poveracci, delle vittime impotenti, noi continuiamo a percorrere la strada delle lotte, della presa di coscienza e dell'autorganizzazione dei e delle migranti.
Ma non si possono tralasciare le mosse della politica istituzionale, che si è rifatta il trucco dopo gli anni di Maroni ministro degli interni e Berlusconi presidente del consiglio. I fatti, le minacce di sanzioni da parte delle istituzioni europee, le diverse forme di protesta dei migranti che si susseguono e arrivano sulle prime pagine dei media mainstream, hanno costretto il management politico-umanitario a cambiare tono senza tuttavia mettere in discussione le attuali leggi sull'immigrazione. Sono aumentati solo l'ipocrisia, gli appelli all'aiuto caritatevole e i progetti di nuovi controlli militari del Mediterraneo. L'attuale gestione delle politiche migratorie non si ferma solo all'aspetto della cosiddetta sicurezza e dell'ordine pubblico, fa uso di funerali di stato, di simbologie istituzionali e religiose ed altri effetti mediatici finalizzati a colpire le coscienze giusto il tempo di un servizio giornalistico. Si susseguono le solite interrogazioni parlamentari, le visite nei centri di detenzione. Addirittura un parlamentare del Pd, forse ignaro del partito a cui appartiene, si rinchiude nel Centro di accoglienza di Lampedusa, contribuendo ad alimentare il depistaggio in corso.
Nessuno e nulla però entra nel merito delle questioni e delle ragioni di fondo per le quali l'Italia, l'Europa, l'economia di mercato hanno bisogno del razzismo istituzionale per il controllo e il disciplinamento sociale della forza-lavoro migrante. Tutte quelle lotte, mobilitazioni, comportamenti sociali che resistono alle politiche dominanti, all'imposizione normativa delle leggi, che i migranti autonomamente continuano a praticare rimangono sullo sfondo, rappresentano però - sempre di più - il nodo politico che non si può eludere.

2. Le autorità a qualsiasi livello e latitudine sanno bene che la situazione rischia di sfuggire di mano. Sanno bene che la voglia di "libertà, reddito, lavoro e dignità" da parte di chi ha rischiato la vita su di un barcone nel Mediterraneo necessita di un'attenzione diversa, non è più sufficiente la repressione invocata dalla Lega nord e non solo. Dopo la strage politica di Lampedusa la stessa Europa ha sollecitato una gestione più oculata degli sbarchi sulla sponda nord del Mediterraneo e un allentamento delle operazioni di disciplinamento dell'accoglienza.
Se da un lato non succede nulla di nuovo - la Bossi-Fini funziona sempre a pieno regime e i migranti e le migranti sono tuttora confinati in uno stato di sospensione e provvisorietà della propria esistenza - dall'altro la loro impazienza cresce sempre più. Lo si è visto in forme esplicite in queste ultime settimane. Hanno denunciato per l'ennesima volta le discriminazioni nei servizi di base, le truffe delle sanatorie, l'impossibilità di soddisfare i bisogni minimi di reddito, di conoscere i tempi di rilascio dei documenti. E poi le detenzioni ripetute, gli atti di repressione, se non di tortura. Solo chi mette la testa sotto la sabbia non sa che i manganelli vengono utilizzati non solo nelle piazze verso studenti e lavoratori, bensì anche nei Cie e Cara verso chi si ribella per le condizioni di isolamento vissute quotidianamente, dove la burocrazia di questure e prefetti diventa il braccio armato di chi sta più in alto.

3. Insomma, vari ritocchi e trucco rifatto, ma in sostanza la strategia dei governi, e soprattutto degli interessi che rappresentano, rimane sempre la stessa: ricercare l'equilibrio tra: (i) la rassicurazione dei cittadini che i confini esterni e interni - il territorio - sono sorvegliati e le minacce di intrusione efficacemente governate se non contrastate; (ii) il "vincolo liberale" delle democrazie occidentali per il rispetto della dignità umana e (iii) lo screening di un'adeguata forza-lavoro all'interno della crisi dell'economia di mercato. Una crisi che in tutta Europa continua a chiedere braccia e menti flessibili, a basso costo, disponibili permanentemente per lavori principalmente dirty, dangerous, demanding (sporchi, pericolosi e pesanti).
Ma non basta. A legittimare e formalizzare giuridicamente il tutto contribuiscono i sindacati confederali in concerto con le istituzioni e i padroni di turno. Attraverso "sperimentazioni" contrattuali come il salario a cottimo, a chiamata oppure lo smembramento dei contratti collettivi. Diversi sono i settori dell'industria, dell'edilizia, dell'agricoltura, dalla green economy alla logistica e grande distribuzione, dove la forza-lavoro è in continua trasformazione, e i migranti sono i primi a subirne effetti e anticipazioni. Per avere un quadro sufficientemente preciso basta farsi un giro nelle grandi aree metropolitane, tra gli snodi della logistica e della grande distribuzione, nella pianura padana e nei territori della fabbrica "verde" del sud. Un marchingegno ben orchestrato da chi estorce ricchezza dal lavoro vivo altrui, come unica ricetta per uscire dalla crisi. Infatti non è un caso che Renzi e la sua combriccola, a cui si è subito accodato anche Landini della Fiom, inizino a proporre l'istituzionalizzazione di forme contrattuali e lavorative "usa e getta", già ben rodate informalmente, attraverso il famigerato Job Act.

4. Che siano richiedenti asilo, profughi appena sbarcati a Lampedusa, "turisti" con il visto d'ingresso scaduto, lavoratori e lavoratrici incatenati dal legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, forza-lavoro in continuo movimento, i migranti e le migranti stanno dimostrando una soggettività difficilmente comprimibile e normalizzabile. Continuano a sviluppare forme di protesta ed autorganizzazione con pratiche di resistenza sociale e politica che contribuiscono a far prendere coscienza della propria condizione di vita e di lavoro, si fanno portavoce di proposte concrete, e iniziano a rompere la separazione tutta politica imposta al lavoro migrante. Come se fosse una categoria a sè stante, e non riguardasse invece il complesso di una nuova composizione di classe in permanente trasformazione. I cambiamenti in atto sono radicali e non sembra che vengano colti nemmeno dalle organizzazioni sindacali conflittuali e di base che rimangono attestate su forme organizzative, gerarchie interne, obiettivi che si presuppongono, per loro natura, generalizzabili. Le esperienze degli scioperi, dei picchetti davanti alle fabbriche e agli interporti nel centro-nord, delle rivolte nei centri di detenzione (da Torino a Mineo) come nelle strade e nelle campagne di Rosarno, Castel Volturno e Nardò, le pratiche di occupazione a scopo abitativo, di mutualismo e solidarietà tra gruppi di migranti e associazioni, evidenziano un processo di soggettivazione in continua definizione che necessita di una cesura con il passato. L'introduzione di uno scarto politico che renda protagonisti i migranti e le migranti è anche il modo per parlare a tutti e a tutte.

Thomas Müntzer - Communia net

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