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Arsenico Lupin

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I padroni vogliono accumulare profitti e fare affari con la privatizzazione dell'acqua dei napoletani

Mobilitazioni di cittadini, operai edili, movimenti e sindacati di base contro la privatizzazione dell'acqua a Napoli

(23 Gennaio 2005)

Le ultime news sull'ATO 2 (Ambito Territoriale Ottimale Napoli Volturno, che il 23 novembre ha deliberato la privatizzazione dei servizi idrici con bando per il 7 febbraio) sono che dopo la mobilitazione dal basso l'assemblea di ATO 2 starebbe davvero per essere convocata per correggere la delibera. Il problema è che, come si evince anche dalla lettera della Iervolino, non si parla comunque di gestione "in House" (pubblica), ma comunque di una società mista. Sarebbero al più tolti i punti che programmano già da adesso la dismissione della parte pubblica nei prssimi due anni. Ma questo non garantisce niente, e soprattutto non bisogna dimenticare che, anche nelle società miste a maggioranza pubbblica, le strategie aziendali, di prassi, le decide il privato.

A seguire vi giro le informazioni che ho potuto mettere insieme per tracciare un quadro della situazione, degli interessi, dei rischi e dei comitati d'affari (camorra compresa) che si muovono intorno a quest'enorme affare da miliardi di euro. In particolare vi segnalo che, se i servizi idrici sono in discussione, la giunta regionale ha già assegnato in via diretta la gestione degli acquedotti all'Eniacqua di Caltagirone e Romiti, con delibere del 31 dicembre 2003 e del 30 dicembre del 2004, insomma regali di capodanno...

Sete D'Affari

Giorni decisivi per la privatizzazione dei servizi idrici deliberata dall’ATO 2 (Ambito territoriale ottimale) nell’area Napoli-Volturno, 136 comuni e oltre due milioni di utenti. Il bando dell’Ato (da pubblicare entro il 7 febbraio) prevede infatti una società mista col 40% delle quote ai privati, ma con una progressiva dismissione della partecipazione pubblica nei due anni successivi.

Un affare per miliardi di euro, come quello appena realizzato dal Consorzio Gori nella gestione dei servizi idrici decisa dall’ATO 3 sarnese vesuviano: un milione e mezzo di utenti e investimenti già stanziati per oltre 750 milioni di euro. La Campania infatti è ai primi posti, con la Sicilia, nei finanziamenti pubblici per le carenze del servizio idrico. Una regione ricca di fonti, ma penalizzata dalla devastazione ambientale e dall’incredibile livello di sprechi: circa il 48% dell’acqua viene persa, principalmente per carenze strutturali.

Quello dei beni ambientali è quindi il grande business del decennio: ma chi sono i gruppi pronti a “tuffarsi” nell’oro blu? Lo schema, già eseguito alla perfezione nel caso di Ato 3, sembra proporre una ripartizione tra le grandi multinazionali del settore e potenti gruppi imprenditoriali del territorio. Il consorzio Gori vede infatti, insieme alla quota pubblica detenuta dall’Ato stesso, la compartecipazione di Enel-Hydro (controllata dal colosso francese Vivendi), della ex municipalizzata romana Acea, che multinazionale lo sta diventando con l’acquisizione di appalti in Perù, Nicaragua e in Armenia, e la Icar, che in partecipazione con DM e il consorzio Feronia rappresenta la quota controllata da Marilù Mennella, consorte rampante dell’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato.

Una ripartizione che, seguendo i boatos delle ultime ore, si riproporrà per Ato 2: stavolta un ruolo chiave potrebbe spettare alla Suez-Lyonnaise des eaux, altra multinazionale che con la Vivendi si spartisce già gran parte del mercato mondiale dell’acqua. Ma si parla anche della spagnola Aqbar. Per la quota locale si registra in queste ore il rilancio del sindaco Iervolino per una partecipazione dell’Arin (attualmente l’Arin è l’azienda a totale proprietà pubblica che gestisce i servizi idrici del comune di Napoli, ndr).

Con un ruolo forte dell’ex municipalizzata il sindaco ritiene di poter venire incontro alle preoccupazioni espresse dalla società civile. Rischia però di essere un cavallo di troia. Se infatti non cambiano le condizioni del bando nessuno può garantire che il consiglio di amministrazione della società non proceda poi a completare la privatizzazione. E’ comunque l’ennesimo tentativo di lanciare l’Arin nel grande mercato dei servizi ambientali dopo la proposta di fusione con Napoletanagas in società mista con Gaetano Caltagirone. Un’operazione per ora bocciata dal Tar, per il rischio evidente di creare un monopolio semiprivato in servizi fondamentali.

Proprio Caltagirone è un altro degli imprenditori in prima fila nei nuovi affari ambientali: tramite Eniacqua, cui partecipa con la “Vianini lavori”, ha avuto i lavori di ristrutturazione e la gestione del “Sico”, l’enorme acquedotto che dalla foce del Gari serve la Campania occidentale, mentre insieme ad Acea mira alla conquista dell’Acquedotto Pugliese. Eniacqua è un nome papabile per lo stesso bando di Ato 2: in Campania è ormai un gigante del settore, visto che una recentissima delibera della regione ( 30 dicembre /04) gli ha assegnato anche la gestione dell’Acquedotto Campano, realizzato coi soldi della vecchia Cassa del Mezzogiorno. La sua ristrutturazione è oggi inserita nel programma berlusconiano delle grandi opere. La delibera del 30 dicembre in realtà conferma un diritto di gestione già sancito negli anni ‘80 dai governi democristiani, quando però Eniacqua era una società completamente pubblica… In particolare, oltre la Vianini di Caltagirone, nel pacchetto azionario di Eniacqua c’è una quota molto consistente per la Impregilo di Cesare Romiti (famigerata per le questioni dell’immondizia ad Acerra).

Lo scenario campano comunque non è certo isolato. Quella per il controllo privato dell’acqua è una vera e propria guerra internazionale, scatenata da Banca Mondiale e Fmi circa dieci anni fa. Un tentativo di mercificare il componente primario della vita, che ha già prodotto disastri. Nel sud del mondo le tariffe sono aumentate anche dieci volte, lasciando migliaia di persone a “secco” e inducendo autentiche rivolte come in Bolivia nel 2000. E’ crollata invece la qualità dei controlli sanitari (con ovvi benefici per la vendita di acqua minerale…). Anche in occidente gli aumenti superano talvolta il 200% e del resto le multinazionali non hanno interesse a ottimizzare l’estrazione dell’acqua, perché la scarsità ne aumenta il valore. Esemplare il caso di Arezzo, in cui il privato ha rifiutato di fare i lavori di manutenzione alla rete, perché erano troppo bassi i margini di profitto. Un ulteriore elemento di preoccupazione è la probabile invadenza degli interessi camorristici negli affari e nella distribuzione dell’acqua.

Un pericolo molto concreto in tutta la Campania ed in particolare nel Casertano, stando alla denuncia del procuratore antimafia Vigna. Il controllo dell’acqua infatti può essere non solo un’importante fonte di profitto ma anche uno straordinario strumento di ricatto sociale e di pressione politica, come ha già dimostrato la mafia siciliana. Altro capitolo sensibile riguarda la perdita secca di posti di lavoro: almeno 1500 sono le unità in meno previste dal piano industriale di Ato2, malgrado le generiche rassicurazioni richieste ai partecipanti del bando. Un calcolo sottostimato, perché aziende come l’Arin hanno anche una serie di controllate in altri settori (vedi la netservice con 110 dipendenti edili) che rischiano di andare a picco quando la capofila non gestirà più la distribuzione dell’acqua. Anche per questo i movimenti e il comitato civico per la difesa dell’acqua chiedono la riconvocazione di Ato 2 e la definizione di una gestione “in house”, cioè totalmente pubblica. Ma i fautori della privatizzazione sono attivissimi. Un buon esempio è l’avvocato Carlo Sarro di Forza Italia, sindaco di Piedimonte Matese, considerato vicino a Ventre, presidente della provincia di Caserta. L’avvocato, già membro del CDA di Ato 2, si è dimostrato particolarmente premuroso nell’assemblea del 23 novembre in cui si ratificava la delibera che lui stesso aveva partecipato a scrivere: si è presentato infatti con le deleghe di ben quindici comuni fra cui S Cipriano e Casal di Principe! A volte la geografia parla…

Alcune Note:

1) Gli Ato sono gli “ambiti territoriali ottimali” previsti dalla legge Galli del ’94 per razionalizzare e dare poi in gestione i servizi idrici a società per azioni. Gli ATO sono formati fondamentalmente dagli amministratori dei paesi coinvolti (con rappresentatività proporzionale al numero di abitanti) e dai rappresentanti della provincia. E’ chiaro quindi, per i fautori della gestione pubblica dell’acqua, che esiste un problema di legislazione nazionale. La Galli prevede infatti anche la gestione in “house”, cioè tramite una società a totale capitale pubblico, che però è inevitabilmente vincolata alla logica privatistica delle norme societarie. La soluzione in house è comunque in questo momento decisamente il meno peggio, perché garantisce il controllo pubblico e la possibilità di attenersi almeno al bilancio tra entrate e uscite senza cercare di fare profitti.

La soluzione con società mista invece è quasi equivalente a quella totalmente privata: per consuetudine, infatti, al privato, seppur socio di minoranza, va il compito di definire la gestione. Significativo il caso di Acea, il cui pacchetto di maggioranza appartiene al comune di Roma: sta diventando una vera multinazionale, per cui i cittadini armeni e quelli di Panama pagano bollette alla municipalità di Roma! Lo scorso anno ha fatto decine di milioni (di euro) di utili, ma sono stati vincolati al finanziamento di privati che volessero reinvestirli. Insomma il comune di Roma si comporta più come una finanziaria privata che come un… comune.

2) La maggioranza dei comuni di Ato 2 (almeno quelli della provincia di Napoli) sono amministrati dal centrosinistra e molti degli uomini chiave di questa privatizzazione sono trasversali ai due schieramenti: basta pensare a Luca Stamati (rappresentante ancora della vecchia giunta della provincia di Napoli) che è addirittura del correntone ds, o al diessino Giuseppe Bruni che, alla guida dei ds di Castellammare, ha spinto per la privatizzazione di Ato 3 e come dirigente del CDA Ato 2 sta facendo la stessa operazione. Anche come dirigente delle terme di Castellammare ne aveva del resto tentato la privatizzazione…

3) Sul piano mondiale il timone è nelle mani del Consiglio Mondiale dell’Acqua, composto da tecnocrati e rappresentanti delle multinazionali e significativamente presieduto da Camdessus (ex presidente del FMI e di nazionalità francese come le due principali multinazionali del settore). Solo il 3% dell’acqua mondiale è potabile e di questa la gran parte va all’agricoltura industriale. Ne resta una piccola percentuale da bere. Se pensiamo poi al rischio di scioglimento dei ghiacciai per effetto serra si capisce come stia diventando un bene molto scarso. Il cui valore complessivo è stimato dal FMI in centinaia di miliardi di dollari (quasi quanto quello delle riserve petrolifere). Una parte dei conflitti attuali (vedi l’oppressione israeliana della Palestina) si spiega anche col controllo dell’acqua e sempre di più ne saranno coinvolte le guerre future. I due paesi attualmente principali consumatori dell’acqua sono gli USA e la Cina… (malgrado questo le prime otto multinazionali del settore sono europee). Un momento decisivo sarà il prossimo incontro del WTO a Hong Kong (se non ricordo male…), in cui l’acqua rischia di essere messa nel novero dei beni commerciali…

Guardiamo ora qualcuna delle imprese che si stanno lanciando in quest’enorme affare (di Acea ho già accennato ma bisognerebbe approfondire):

1) ICAR DELLE MIE BRAME

Lavoratori in rivolta e appalti miliardari, scatole cinesi e palazzinari di ritorno. Le vicende della Icar spa, storico colosso dell’edilizia napoletana, sembrano fatte su misura per raccontare rischi e pericoli dei nuovi comitati d’affari che si muovono intorno alla privatizzazione dell’acqua. Creata da Eugenio Cabib, ex presidente degli imprenditori napoletani e già protagonista del sacco laurino, la Icar nasce e cresce in funzione degli affari della ricostruzione nel post terremoto. Negli anni ’80 è saldamente vicina all’influenza dell’astro nascente Paolo Cirino Pomicino e si trova coinvolta in tutti gli affari più discussi, dalla canalizzazione dei regi lagni (finanziamento pubblico che da poche decine cresceva fino a centinaia di miliardi di vecchie lire) ai lavori del Cis e dell’interporto di Nola (finiti sotto inchiesta per il ruolo del boss Carmine Alfieri e i subappalti ad imprese a lui vicine). Dopo tangentopoli, senza quello che eufemisticamente potremmo definire il “mercato protetto” della ricostruzione, la Icar va in crisi e nel 2001 viene rilevata dalla DM (Development Multiservice spa) di Marilù Faraone Mennella, moglie del presidente di Confindustria D’Amato. Non direttamente però: il pacchetto di maggioranza di Icar appartiene a una società anonima con sede in Lussemburgo, la Helios, tramite due finanziarie che vi fanno parte, Sofin e Finrigel.

Un passaggio di proprietà che non esclude del tutto Cabib, che resta socio di minoranza al 20%. La domanda sorge spontanea: perché Mennella acquista una società tanto chiacchierata e indebitata? Per tuffarsi nel grande affare dei servizi ambientali! Icar spa ha infatti un fatturato adeguato (a differenza di DM) e prevede questo tipo di interventi nella sua ragione sociale. Ma c’è qualche problema: le difficoltà economiche di Icar potrebbero compromettere tutto. Due in particolare le situazioni più spinose: gli appalti per i lavori al tribunale di Torre Annunziata (14 miliardi di finanziamento) e quelli col comune di Napoli per il collettore fognario di Chiaiano. Situazioni in stallo con lavori bloccati per anni, lavoratori che denunciano mancati pagamenti e rischio di procedure fallimentari. Un incubo per la Mennella: anche solo una “rescissione per colpa” rischierebbe di far decadere i preziosissimi appalti per l’acqua, come quello di Ato 3, ma anche quello per i 5 depuratori campani del progetto Ps3, per i quali è ancora attivo un contenzioso giudiziario con Termomeccanica di La Spezia. Sulle questioni fallimentari però il tribunale di Napoli procede con straordinaria lentezza e con grande celerità invece Mennella ottiene la concessione della cassa integrazione straordinaria per 35 lavoratori. Secondo la denuncia di Ciro Crescentini della Fillea, “per i lavori di Chiaiano Icar sta per avere un’incredibile rescissione in bonis (consensuale, ndr) col placet del comune di Napoli e addirittura una buonuscita di 200.000 euro, mentre intende mettere i lavoratori in cassa integrazione malgrado i miliardari appalti”. A Torre Annunziata Icar si affida infatti a soli dieci dipendenti, facendo invece uso e abuso del “nolo a freddo”: l’affitto di macchine e lavoratori da altre imprese. Un meccanismo più volte deprecato dalla commissione antimafia perché permette di concedere di fatto subappalti saltando le gare e i relativi controlli. Intanto Mennella prepara la cessione di ramo d’azienda per scorporare da Icar Spa una Icar srl, cui viene affidato il ramo idrico e quello edilizio sotto il controllo di una DM srl. Un gioco di scatole cinesi per avere un contenitore che possa salvare gli appalti miliardari dell’acqua se le cose dovessero precipitare. Insomma intermediazione di manodopera, cessione di ramo d’azienda, una nuova legge sui fallimenti: le battaglie confindustriali di D’Amato sposano singolarmente gli interessi imprenditoriali della consorte. Che Berlusconi abbia fatto scuola!?

Ps: i protettori di Icar non sono poi tanto mutati. Se è conosciuta infatti la predilezione di Antonio D’Amato per il centrodestra, suo padre è stato però un grande finanziatore della rivista Itinerario, il collettore di tangenti e alleanze animato da Cirino Pomicino. Del resto Pomicino, di scuola Andreottiana, è un maestro della consociazione e del trasversalismo. Col suo braccio destro degli anni ruggenti, l’ingegnere idraulico e faccendiere Vincenzo Maria Greco, continua a interessarsi del mattone ma rivolge la sua attenzione al nuovo mercato dei servizi ambientali: non per niente hanno piazzato un loro uomo a presiedere l’Arpac (L’agenzia regionale per l’ambiente della campania).

Chi vuole invece interessarsi ai giochi di ruolo si faccia una camminata a piazza de Martiri n° 30. Vi troverà un importante studio di commercialisti guidato da Silvio De Simone, consulente fra l’altro di Ato2. Per lui lavora, tra gli altri, anche un giovane commercialista, Massimo Scognamiglio, che risulta essere nientemeno che l’amministratore delegato di Icar… Non è difficile capire come questo studio sia uno dei luoghi di progettazione degli affari dell’acqua

2) Eniacqua: si tratta di un azienda che prima era totalmente pubblica (dell’ENI appunto), ma che ora vede diverse partecipazioni importanti e cospicue nel pacchetto azionario, come la Impregilo (controllata da Cesare Romiti e già attiva nella gestione della questione rifiuti ad Acerra), la Vianini di Caltagirone (che possiede anche vari gruppi editoriali come il Mattino e il Messaggero e spiega come mai gli affari dell’acqua finiscano spesso sotto silenzio), la Snam, la Snam progetti, la Grassetti (impresa torinese un tempo vicina al psi e coinvolta in molti affari “discussi”), la nuovo Pignone di Firenze ecc. Questa visura camerale è però di un paio di anni fa e andrebbe rifatta almeno per le partecipazioni minori. Da notare come Eniacqua sia un’azienda a “ciclo completo” nel settore acqua e rifiuti: si occupa infatti di depurazione, smaltimento, servizi idrici e energia. E’ inoltre un’impresa che ha una capacità d’influenza del tutto trasversale, se pensiamo ai buoni uffici di Caltagirone con Bassolino (basta pensare agli affari di Bagnoli o alle delibere di affidamento degli acquedotti – a proposito: l’acquedotto è in genere la struttura che prende l’acqua dalla fonte, l’Ato si occupa della distribuzione territoriale), oppure alle relazioni bipartisan di Romiti (finanziatore ad esempio dell’associazione Italiani-Europei di D’Alema).

Nino Stella

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