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(15 Novembre 2010) Enzo Apicella
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Treviso: migranti, precari... un'altra lotta è necessaria!

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(9 Dicembre 2002)

Concentramento alla Stazione ferroviaria ore 15,30

La precarizzazione generale delle condizioni di vita costituisce la necessità imperativa del moderno sfruttamento capitalista.
Di fronte alla sua esigenza di estrarre profitti sempre più esigui in mercati sempre più ristretti, il capitale ha bisogno di una manodopera attiva sempre più sottomessa e disciplinata ai suoi tempi e di un esercito di riserva messo in condizioni tali da risultare sempre disponibile e docile al suo comando, per poter scaricare sugli sfruttati il peso delle fluttuazioni economiche dei mercati.
La flessibilizzazione della forza lavoro altro non è che il suo addomesticamento alle necessità del capitale.

Contratti di lavoro atipici, contratti di formazione lavoro, di apprendistato, lavoro interinale o in appalto tramite cooperative, gli attacchi alle tutele minime offerte dallo Statuto dei lavoratori - tra questi all'art. 18, contro i licenziamenti senza giusta causa, che ha lo scopo di sopprimere la differenza tra lavoro a tempo indeterminato e quello a tempo determinato - e, per finire, il ricorso massiccio, soprattutto in Veneto e al Sud, al lavoro "in nero", sono gli strumenti giuridici che rispondono alle esigenze di flessibilità del capitale e inducono questa precarietà.

La manodopera immigrata rappresenta l'apice di tale precarizzazione - altro che poetici migranti! - ed il modello a cui conformare, nel prossimo futuro, tutta la classe degli sfruttati, senza distinzioni.
La legge Bossi-Fini ha sancito giuridicamente l'esistenza degli immigrati solo in quanto lavoratori da sfruttare a basso costo e a basso conflitto sociale.
Il vincolo posto tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno costituisce la migliore garanzia della sottomissione dell'immigrato al padrone: la perdita del lavoro comporta, infatti, la perdita del permesso e spalanca le porte dell'espulsione - previa permanenza nei lager detti di accoglienza - o della clandestinità.

La legge Bossi-Fini, per la sua ambigua formulazione e per gli ampi margini di discrezionalità che concede alle forze di polizia, ha in realtà molteplici risvolti: ha la funzione di racimolare denaro con le domande di regolarizzazione (800 euro per immigrato); ha il compito di operare una gigantesca schedatura degli immigrati; ha l'effetto di favorire lo sviluppo delle agenzie di lavoro interinale e di un mercato nero dei permessi di soggiorno, in mano a cooperative, agenzie e imprenditori italiani; ha lo scopo di scoraggiare ogni tentativo di protesta da parte degli immigrati mediante un asfissiante controllo poliziesco che si traduce in una palese intimidazione a rigare dritto, cioè a obbedire.
Il risultato è, in ogni caso, l'aggravarsi della precarietà e della ricattabilità degli immigrati.
Proprio per questo, inoltre, è in programma la costruzione di altri CPT (Centri di permanenza temporanea), oltre ai 13 già istituiti nel 1998, con il governo di centrosinistra, dalla legge Turco-Napolitano.

A ciò si aggiunga l'indisponibilità di alloggi pubblici o privati per gli immigrati che li costringe ad abitare edifici abbandonati sotto la continua minaccia poliziesca dello sgombero e delle denunce, o a sottostare all'estorsione di esosi affitti in umilianti dormitori gestiti da (da parte di) associazioni umanitarie, laiche e religiose, che, in combutta con le amministrazioni locali (istituzioni politiche), di destra e di sinistra, speculano sulle loro spalle.

Nonostante, infatti, l'ingente numero di appartamenti privati e case popolari sfitte si preferisce mantenere questa forza lavoro usa e getta in condizioni di vita precarie.
Si assiste così, nel trevigiano nella fattispecie, a balletti di competenze, per nulla imbarazzati, tra istituzioni politiche (Comuni, Regione), associazioni di industriali (Unindustria), banche e fondazioni (Cassamarca), associazioni umanitarie (Fratelli d'Italia, Caritas) ed enti religiosi (come la Curia) su chi debba risolvere questa situazione.
In realtà tutti questi soggetti stanno aspettando il momento opportuno per poter approfittare anche in Italia di un processo generale, in atto da tempo in tutta l'Unione europea, di privatizzazione del patrimonio pubblico immobiliare e acquistare a basso costo case da rivendere o affittare ad alto prezzo.
Il padronato, in particolare, non attende altro che poter affittare case ai propri lavoratori, legando contratto d'affitto e contratto di lavoro, e reintroducendo, con la duplice minaccia del licenziamento e dello sfratto, una sorta di servaggio nel rapporto di lavoro.
Questo è quanto ha già realizzato la Zanussi, ad esempio, costruendo un quartiere di case per i suoi dipendenti immigrati, a ridosso dei suoi stabilimenti, e creando di fatto un ghetto a suo uso e consumo.

Anche questo processo dimostra il destino comune di tutti i proletari, immigrati e italiani.
Questi ultimi vengono infatti sfrattati e scacciati, con la forza o con l'aumento degli affitti, dai centri storici delle città per essere progressivamente respinti e controllati nelle periferie o in nuove aree più comode per chi li sfrutta.

- Opporsi con ogni mezzo a tutte le espulsioni, ai lager di accoglienza per immigrati, a tutti gli sgomberi e sfratti, al controllo e alla repressione poliziesca;
- sostenere tutte le forme dirette e autogestite di resistenza, le occupazioni che non scendano a patti con istituzioni, padroni o polizia;
- allontanare quanti pensano di trarre profitto, economico o politico, sulla pelle degli sfruttati, imbrigliando le loro lotte con fumose promesse, come hanno fatto le tante prese di posizione di vescovi, preti, sindacalisti, intellettuali, magistrati, operatori dei servizi per migranti e associazioni varie che con questi soggetti vanno a braccetto;
- i CPT non vanno colorati ma abbattuti.

Né clandestini né regolari,
né comunitari né extracomunitari.

Per informazioni, contatti e adesioni:
immigratiseccati@libero.it

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