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Te lo avevo detto

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(3 Agosto 2012) Enzo Apicella

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Pagheremo caro, pagheremo tutto?

(23 Novembre 2008)

Dalla prima metà di settembre, il sistema finanziario internazionale è scosso da una crisi devastante che ha già portato al collasso alcuni dei pilastri della finanza americana ed europea come Fannie Mae, Freddie Mac, Lehman Brothers, AIG, Merryl Lynch, HBOS, Washington Mutual, Fortis, Wachovia, Bradford & Bingley, Glitnir, Hypo Real Estate, RBS, Lloyds TSB…) e della quale nessuno è in grado di prevedere il “punto di caduta”. Cronologicamente parlando, questa crisi fa seguito a quella dei “mutui subprime” dello scorso anno - di cui, in senso tecnico, è parzialmente figlia - e ad altre non molto lontane nel tempo (Sud Est asiatico, Brasile e Russia nel 1997-98, grandi compagne USA come Enron, Worldcom, Texaco… ed esplosione della “bolla” della “new economy” nel 2000, default Argentina nel 2001…). Il presidente del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, dopo aver minimizzato per mesi gli effetti dell’esplosione di quella che era stata definita la “bolla immobiliare”, ha dovuto infine riconoscere che ci troviamo di fronte alla crisi più devastante dal crack del 1929 in poi. È come quando vai a trovare un moribondo e quello ti dice tristemente “sai, mi sento che sto morendo...”; e tu, per consolarlo: “ma che dici, vedrai che ti rimetti presto…”. E’ un modo per dare fiducia, ma intanto quello muore lo stesso. Quando Strauss-Kahn ti viene a trovare e ti dice “non c’è nessun problema, è solo una turbolenza passeggera” è meglio che tocchi ferro.

In questi anni, due terzi della ricchezza prodotta dagli USA (PIL) è andato ai consumi degli americani che hanno comprato merci prodotte in paesi (come la Cina) dove queste merci potevano essere realizzate (da imprese americane) con costi di produzione più bassi (con il vantaggio - per le imprese - di aumentare la competitività dei prezzi e rialzare parzialmente il saggio di profitto e - per i consumatori - di poter continuare a consumare malgrado il progressivo impoverimento relativo ed assoluto). Grazie alle proprie esportazioni, la Cina ha accumulato enormi riserve valutarie che poi ha parzialmente investito in Buoni del Tesoro USA. Mentre i “piccoli risparmiatori”, abbagliati dall’illusione di far lievitare il proprio sudato “capitale” standosene seduti comodamente in poltrona, compravano dai “loro agenti” “titoli salsiccia” pieni di spazzatura finanziaria “strutturata” (“perché i BOT non rendono più nulla !!”), come se si potessero proteggere i propri risparmi con gli investimenti in borsa e non con la lotta per difendere il salario sociale; intanto, i previdenti cinesi compravano titoli di stato e, di tanto in tanto, pacchetti azioni di imprese che presto o tardi finiranno per controllare del tutto. Mentre le famiglie americane - e persino i “ninja” (“no income - no job - no assets”) semi o totalmente nullatenenti - compravano casa con mutui a tasso variabile supposti in discesa “ad libitum”, il vecchio capo della Federal Reserve, Alan Greenspan (che aveva abbassato per anni il tasso di interesse negli USA proprio per incentivare l’indebitamento ipotecario delle famiglie) stipulava prudentemente un mutuo a tasso fisso (“sapete, mi piace la sicurezza…”). Eh già, sapere è potere
Intanto, in Italia, tutti (dalla CGIL all’UGL, da AN al PRC) mettevano a segno tra il 2006 e il 2007 l’indecente scippo del TFR mediante la truffa del “silenzio assenso” per costringere i lavoratori ad “investire” in Fondi Pensione Integrativi pieni di titoli “carta straccia” (come Cometa, il fondo dei metalmeccanici, che ha in pancia 3,5 milioni di euro di (ex) azioni Lehman Brothers).

Negli ultimi decenni la disuguaglianza sociale negli USA (ma anche nel mondo e particolarmente in Italia) era cresciuta in modo dirompente, strati sempre più ampi di “classe media” venivano “quotidianamente” proletarizzati….; eppure gli americani continuavano a consumare come prima. Miracolo? Sì, ma delle cambiali, verrebbe da dire, ovvero del consumo a debito. Gli americani si indebitavano sia per comprare casa, sia per comprare beni di consumo. Le banche elargivano prestiti a destra e a manca. Fiducia era la parola magica. Poi, una bella mattina, il castello di sabbia è crollato perché mentre la finanza moltiplicava i capitali virtuali, nell’economia reale continuava ad approfondirsi la crisi economica in atto e irrisolta da almeno 3 decenni. E i crolli finanziari (che in fondo non sono che ri-adeguamenti dell’economia fittizia all’economia reale) provocheranno ulteriori “effetti boomerang” sulla produzione (solo per fare un esempio, General Motors si trova in stato di quasi fallimento per mancanza di liquidità, dopo aver visto scendere in un anno il valore delle proprie azioni da 30 dollari a 3; e lì la colpa non è dei subprime). Il risultato prevedibile? Discesa dei consumi e dei salari, crescita vertiginosa della disoccupazione, chiusura di numerose banche e imprese, piccole e grandi. In altre parole: crisi sociale e aumento generalizzato della povertà. E non più nei paesi della periferia, ma nel cuore stesso dell’impero.

Ora si cerca di correre ai ripari. Gli USA e i paesi europei mettono a disposizione enormi masse di denaro (in Italia si parla di 80 miliardi di euro !) per salvare le banche e le imprese (e con esse il capitalismo) comprando i “titoli spazzatura” che nessuno vuole più. C’è bisogno di dirlo da dove verranno fuori, tutti questi soldi? Se devono andare alle banche e alle imprese (da salvare), non si possono certo prendere alle banche e alle imprese; non restano quindi che i lavoratori che aiuteranno i padroni a salvarsi auto-evirando le diverse voci del proprio salario sociale diretto, indiretto e differito (attraverso aumenti della produttività, tagli a scuola, sanità, pensioni…, aumenti delle tasse, svuotamento del CCNL, rinnovi contrattuali a perdere, ristrutturazioni aziendali…).
Quando la “finanza creativa” rendeva i capitalisti si riempivano le tasche e i lavoratori si impoverivano. Ora che la “finanza creativa” è esplosa il trasferimento di ricchezza dai lavoratori ai capitalisti sarà ancora più massiccio. Diamo pure la colpa a Bush (anche se il boom della finanza virtuale negli USA si è realizzato proprio sotto Clinton) e diamoci pure “pacche sulle spalle” per la vittoria di uno che probabilmente Malcolm X avrebbe chiamato “negro da cortile”. Accontentiamoci pure di dare la colpa a Tremonti e Berlusconi, anche se era Prodi (come peraltro Mario Draghi, attuale Governatore bi-partizan della Banca d’Italia) ad essere consulente di Goldman Sachs, ovvero della banca d’investimenti che ha diretto la politica finanziaria USA negli ultimi anni attraverso il quasi “ex” (?) ministro del Tesoro Hank Paulson. Continuiamo pure a chiudere gli occhi, ma la verità resta una sola: il problema non è questo o quel governo, questo o quel presidente; il problema non è la “mancanza di etica” (??) negli affari o il neo-liberismo… Il problema è un intero sistema sociale: il problema è il capitalismo. Continuiamo pure a trastullarci con “false coscienze” auto-consolatorie e ad abboccare alle fandonie della “sinistra” di governo o arcobalena; intanto, però, prepariamoci ad anni durissimi nel quali il capitalismo cercherà di scaricare tutto il peso della sua crisi economica e politica sulle spalle dei lavoratori e degli sfruttati. Se non sapremo risollevare la testa, riprendere il cammino verso una trasformazione comunista e rivoluzionaria dell’esistente (altro che centro-“sinistri”-arcobaleni), tutto continuerà come prima e gli slogan “la crisi non la pagheremo noi” resteranno solo slogan e saremo invece proprio noi a pagare tutto, fino all’ultimo euro o fino all’ultima goccia del nostro sangue.

C’è solo un modo per costringere i capitalisti a cedere qualcosa; minacciarli concretamente di toglier loro tutto.
Il resto sono truffe per elettori creduloni. Per anni i comunisti (quelli veri, non quelli fasulli che scaldavano la poltrona in Parlamento o nelle istituzioni, magari con in mano il campanellino) sono stati tacciati di essere dei nostalgici o degli utopici. Il capitalismo aveva vinto, punto e basta. E in effetti persino noi ci stupivamo del perché si continuasse a parlar (male) del comunismo così tanto se in giro di comunisti, apparentemente, ce n’erano rimasti così pochi (tanto che persino gli “arcobaleni” avevano dismesso il simbolo, salvo poi prendere una sonora e ben meritata legnata elettorale il 14 aprile 2008). Un motivo, evidentemente, c’era e questo motivo era che il comunismo è la sola risposta concreta alla devastazione sociale che produce il capitalismo, specialmente nell’epoca della cosiddetta “globalizzazione”. Molti di noi non lo sanno più, ma “loro” lo sanno benissimo.
Oggi, dopo i tracolli finanziari, torna prepotentemente alla ribalta il tema di come superare questo sistema sociale che può condurre solo all’impoverimento di masse sempre più ampie, alla distruzione dell’ambiente e della salute, alla morte per guerre, fame, malattie… Oggi, sono i giornali borghesi a “rivalutare” Marx e ad interrogarsi sul “destino del capitalismo”. Certo, lo fanno per poi offrire strumentalmente la loro risposta (“il capitalismo resisterà, anzi risorgerà ‘più bello e più forte che pria’”). E noi? Noi dobbiamo dare la nostra risposta: una risposta comunista e rivoluzionaria, perché il comunismo resta l’unica speranza che ha l’umanità per non procedere verso l’auto-distruzione. E’ difficile? Difficilissimo. E’ possibile? Di più, è necessario.

Novembre 2008

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Critica rivoluzionaria dell'esistente. Teoria e prassi per il non ancora esistente
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