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Saverio Saltarelli. 12 dicembre 1970

(13 Dicembre 2008)

Saverio Saltarelli

Il compagno Saverio nacque il 25 maggio 1947 a Pescasseroli (L'Aquila) da una famiglia di pastori. Trasferitosi a Milano, frequentò il liceo e poi l'università, alternando studio e lavoro. Al paese aveva organizzato delle lotte contro la devastazione del Parco Nazionale degli Abruzzi ad opera della speculazione edilizia e per alleviare la grave condizione dei lavoratori stagionali e degli edili. Nell'estate del 1969, mentre lavorava come falegname in un cantiere di Pescasseroli, organizzò un gruppo di studenti-lavoratori per denunciare il supersfruttamento degli stagionali costretti a lavorare fino a 14 ore al giorno e senza contributi. Appena articolò la prima protesta venne licenziato. Ma egli non smise di lottare e denunciò con un volantino la politica del sindaco che favoriva la speculazione edilizia ed il saccheggio del Parco.

Alla fine di novembre Saverio si avvicina alla nostra organizzazione: RIVOLUZIONE COMUNISTA, cominciando ad appoggiare i compagni che operano nell'ambiente studentesco mediante il Comitato di Agitazione Rivoluzionaria (CSAR). Il 23 dicembre egli è al nostro fianco per manifestare contro il terrorismo borghese. Il 21 gennaio col gruppo di autodifesa reagisce alle cariche della polizia che blocca il corteo alla partenza e, impegnandola con azioni diversive, permette che il corteo si effettui muovendosi in un'altra direzione. In questa come in altre occasioni egli rivela una notevole capacità di azione nonché i tratti più caratteristici della sua personalità: la fermezza e l'abnegazione. È stato ucciso dalla polizia a 23 anni, nel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1970 nei pressi della Statale di Milano durante la manifestazione indetta dagli anarchici per la liberazione di Valpreda-Borghese-Gargamelli appoggiata dalla nostra organizzazione, con una bomba lacrimogena sparata da pochi metri di distanza che gli ha spaccato il cuore.

Tratto da: STORIA DI RIVOLUZIONE COMUNISTA Pag. 347-348 edito a Milano nel luglio 1999. A cura di RIVOLUZIONE COMUNISTA

12 dicembre 1969 - 12 dicembre 1970: due date da non dimenticare

Saverio Saltarelli nacque il 25 maggio 1947 a Pescasseroli (L'Aquila) da una famiglia di pastori. Trasferitosi a Milano, frequentò il liceo e poi l'università, alternando studio e lavoro. Al paese aveva organizzato delle lotte contro la devastazione del Parco Nazionale degli Abruzzi ad opera della speculazione edilizia e per alleviare la grave condizione dei lavoratori stagionali e degli edili. Nell'estate del 1969, mentre lavorava come falegname in un cantiere di Pescasseroli, organizzò un gruppo di studenti-lavoratori per denunciare il supersfruttamento degli stagionali costretti a lavorare fino a 14 ore al giorno e senza contributi. Appena articolò la prima protesta venne licenziato. Ma egli non smise di lottare e denunciò con un volantino la politica del sindaco che favoriva la speculazione edilizia ed il saccheggio del Parco.

Alla fine di novembre Saverio si avvicina al Partito comunista internazionalista (Rivoluzione Comunista), cominciando ad appoggiare i compagni che operano nell'ambiente studentesco mediante il Comitato di Agitazione Rivoluzionaria (Csar). Il 23 dicembre egli è in piazza col partito per manifestare contro il terrorismo borghese. Il 21 gennaio col gruppo di autodifesa reagisce alle cariche della polizia che blocca il corteo alla partenza e, impegnandola con azioni diversive, permette che il corteo si effettui muovendosi in un'altra direzione. In questa come in altre occasioni egli rivela una notevole capacità di azione nonché i tratti più caratteristici della sua personalità: la fermezza e l'abnegazione.

È stato ucciso dalla polizia a 23 anni, nel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1970 nei pressi della Statale di Milano, durante la manifestazione indetta dagli anarchici per la liberazione di Valpreda-Borghese-Gargamelli appoggiata da Rivoluzione Comunista, con una bomba lacrimogena sparata da pochi metri di distanza che gli ha spaccato il cuore.

(Dall’Agitatore comunista n.11 – Dicembre 1970)

Profilo politico di Saverio Saltarelli

Il compagno Saverio è una creatura tipica del più recente periodo storico. Vissuto in mezzo alle ristrettezze egli, è, fin da giovanetto, un comunista istintivo: uno che prende a cuore la sorte dei lavoratori e odia lo sfruttamento. Il suo sviluppo politico è particolarmente intenso nell’ultimo triennio. In questo lasso di tempo egli raggiunge la sua piena maturità politica. Nella sua breve esistenza egli riflette il travaglio di un’intera generazione: quella che, entrata sulla scena [politico-sociale] nel 1968, si trova ora o impegnata nella lotta o alla ricerca della via per la rivoluzione.

Lasciato il padre che seguiva da bambino sulle montagne abruzzesi per pascolare il gregge non ancora quindicenne Saverio è introdotto in un seminario; ove, non potendo pagare la retta, si disobbliga facendo il legatore e l’elettricista. Pieno di spirito critico egli ingaggia qui le sue prime discussioni sulle condizioni sociali. Discutendo sulle differenze sociali egli prende la difesa dei poveri contro i ricchi e, nel far ciò, si appella all’esempio di Gesù Cristo.

Passato a Milano con alcune delle sorelle si iscrive al ginnasio Berchet. Questo passo ha una grande importanza nello sviluppo della sua personalità politica. A contatto con l’ambiente evoluto del Berchet egli deve fare i conti dapprima con le proprie convinzioni religiose, in secondo luogo con l’ostilità sociale degli elementi borghesi del Berchet. Questa seconda prova è la più ardua anche perché Saverio, tra le altre difficoltà, deve vincere quella di esprimersi in lingua italiana. Ma è su questo terreno che egli dimostra le sue qualità di fondo. A differenza di alcuni suoi compagni di scuola che si vergognano delle sue umili origini Saverio se ne dimostra fiero e rintuzza in modo risoluto i tentativi di sopruso messi in atto dagli elementi razzisti. Così un giorno fa a pugni col figlio di un chirurgo che voleva prenderlo in giro per essere figlio di un pastore.

Acceso sostenitore dell’uguaglianza sociale Saverio rimane durante i primi anni di frequenza al Berchet un comunista sentimentale. Egli crede sia possibile una conciliazione su basi umane. Ma questo comunismo ingenuo viene scosso ben presto dall’ondata impetuosa delle agitazioni operaie e studentesche, con cui si inaugura il 1968. Il Berchet è al centro delle agitazioni studentesche. Qui gli studenti liceali cacciano un professore giudicato da loro incapace di insegnare. A febbraio, mentre gli universitari torinesi occupano Palazzo Campana, i liceali occupano il Berchet (il primo liceo del paese ad essere occupato). Durante le prime ore di occupazione, avviene uno scontro tra studenti e i carabinieri intervenuti per bloccare l’entrata a un migliaio di studenti dell’Einstein. Saverio è a fianco degli occupanti e protesta contro l’intervento dei carabinieri.

La vita al Berchet in questo periodo è infuocata. Le assemblee si susseguono in modo tempestoso, mentre tra i gruppi studenteschi di tendenza opposta cominciano a verificarsi i primi urti violenti. Tutto ciò accelera, straordinariamente, la sua maturazione politica. Saverio evolve dal comunismo ingenuo al comunismo proletario. Egli si rende conto che le masse sfruttate non possono eliminare gli sfruttatori senza una lotta radicale. Tuttavia egli non ha ancora chiari né il ruolo necessario dell’organizzazione d’avanguardia né i rapporti tra partito e classe; perciò egli non entra a far parte di nessuno dei raggruppamenti di estrema sinistra.

Nell’autunno del 1968 fa il suo ingresso nell’università statale. Il contatto con nuovi elementi di sinistra e la più vasta vita intellettuale della Statale allargano il suo quadro politico. Egli prende parte attiva alle agitazioni, partecipa ai seminari, ma non accetta le posizioni del Movimento Studentesco (MS): lo giudica confusionario e pieno di “figli di papà” (benestanti). In questo momento alla Statale primeggiano i gruppi filo-cinesi. Saverio dibatte ogni questione con molto interesse. Legge Mao e polemizza coi filo-cinesi che ostentavano di possedere la vera ideologia rivoluzionaria e di essere la vera guida delle masse. Contrario ad ogni dottrinarismo osteggia la boria intellettuale sostenendo che l’organizzazione ci vuole ma che questa non deve distaccarsi dalle masse bensì immedesimarsi con esse.

Le disagiate condizioni economiche non gli permettono uno studio a tempo pieno. Deve pensare anche a lavorare per vivere. Così giovedì e sabato fa il fattorino ai supermercati; per un certo tempo lavora alla Rizzoli al turno di notte intruppato in una carovana di facchinaggio; qualche volta va a scaricare sacchi di patate ai mercati generali. Pieno di entusiasmo e di vitalità egli si sforza di conciliare l’impegno politico con lo studio universitario e il lavoro. Naturalmente tutto questo non avviene che a prezzo di duri sacrifici e in condizioni di particolare asprezza. Una notte, alla Rizzoli un suo compagno di lavoro scrive una frase anti-padronale abbastanza colorita. La direzione licenzia per rappresaglia tutti gli avventizi. Saverio, pur criticando nella forma l’autore della scritta, ne condivide la sorte senza rammarico.

Il trasferimento a Milano non lo staccò mai completamente dal paese di nascita al quale ritornava spesso. Due problemi gli stavano particolarmente a cuore e lo tormentavano fin dalla prima giovinezza: la grave condizione della manodopera locale e la distruzione del parco nazionale degli Abruzzi ad opera della speculazione edilizia. Nell’estate del 1969 mentre lavora come falegname in un cantiere organizza un gruppo di studenti lavoratori col proposito di denunciare il supersfruttamento dei lavoratori stagionali costretti a lavorare tutto il giorno senza assicurazioni sociali. La denuncia è appena articolata che egli viene licenziato sui due piedi. Qualche giorno dopo anche il fratello subisce la stessa [sorte]. Saverio non disarma. Sa che la lotta politica va fatta, prima di tutto, nel proprio ambiente. Così, appreso che il sindaco favorisce la speculazione edilizia, non esita a denunciare il fatto con un volantino. Per questa azione egli viene minacciato, pesantemente, dal[lo stesso] sindaco.

Al suo rientro a Milano iniziano le lotte operaie per il rinnovo dei contratti. Nell’ambiente studentesco non si fa che parlare di ciò: dell’atteggiamento verso i sindacati, degli obiettivi e dei metodi di lotta, della forma di partecipazione. Saverio comprende che per ogni raggruppamento, che si qualifica rivoluzionario, diventa decisiva la propria posizione concreta rispetto a queste lotte. Perciò discute approfonditamente nella cerchia ristretta dei suoi amici tale questione. Passa al vaglio l’atteggiamento dei vari gruppi: formula le proprie critiche; partecipa alle manifestazioni di piazza. L’esperienza accumulata gli consente di distinguere le differenze politiche esistenti tra i diversi raggruppamenti. In tal modo egli è in grado di rompere quella sua naturale diffidenza, che lo portava a ripensare più volte una questione prima di decidersi e di compiere una scelta. Alla fine di novembre, nel pieno sviluppo delle lotte operaie, Saverio si avvicina alla nostra organizzazione [P.C.Int., Rivoluzione Comunista]., cominciando ad appoggiare i compagni che operano nell’ambiente studentesco mediante il Comitato Studentesco di Agitazione Rivoluzionaria (Csar). Il 23 dicembre [1969] egli è al nostro fianco per manifestare contro il terrorismo borghese.

Con l’inizio dell’anno il suo appoggio diventa stabile. Non manca a nessuna importante azione pubblica di partito. E’ attivo e coraggioso. Il 21 gennaio [1970] col “gruppo di autodifesa” reagisce alle cariche della polizia che blocca il corteo alla partenza e, impegnandosi con azioni diversiva, permette che il corteo si effettui muovendosi in un’altra direzione. In questa come in altre circostanze egli rivela una capacità notevole di adattamento da una situazione all’altra. Ma già fin dai primi contatti con la nostra organizzazione egli rivela i tratti più caratteristici della sua personalità: la fermezza e l’abnegazione. Per lui si può dire, veramente, , che la lotta politica era una cosa seria, un impegno passionale, che egli sentiva fino in fondo.

Fino alla primavera i rapporti tra Saverio e il nostro raggruppamento si basano essenzialmente sull’attività pratica. Egli appoggia il Csar nella sua attività di agitazione. E’ dopo il 1° maggio che la sua partecipazione all’attività complessiva di partito diviene completa, continua e sistematica. Entrato a far parte del Csar egli partecipa stabilmente al suo lavoro, sia pratico sia teorico. Qui egli mette in luce, accanto alle sue doti pratiche, il suo talento intellettuale. Perspicace e intelligente, egli impara in pochi mesi ciò che richiede anni interi. La sua preparazione teorica migliora così a vista d’occhio, stimolando le discussioni tra compagni e i dibattiti nelle riunioni. Ma il suo miglior talento è lo spirito critico. Trasportando nel Csar il suo spirito critico egli ne anima le riunioni, ne ravviva le analisi, fornendo a tutto il partito un contributo inestimabile. Nel Csar è rimasto fino all’attimo della sua uccisione, cioè fino a quel momento in cui una bomba lacrimogena sparata da pochi metri di distanza colpendolo in pieno petto non gli ha spaccato il cuore.

Per la sua schiettezza, semplicità, era simpatico a migliaia di studenti; mentre pochi sono gli operai che nelle grandi concentrazioni industriali del Nord non ricordino il suo viso. La sua militanza è una fonte di azioni esemplari. Molti giovani della sua età vi troveranno numerosi esempi preziosi da seguire. Egli ha potuto dare solo questo contributo, ma crediamo che ciò sia sufficiente a farlo entrare nella storia del movimento operaio e comunista.

V. anche: 12 dicembre 1969

(L’Agitatore Comunista, organo dei gruppi studenteschi internazionalisti,
La Rivoluzione Comunista)

IL TRIBUNALE DI MILANO CONDANNA A NOVE MESI IL CAPITANO ANTONETTI.

Ma Saverio Saltarelli dovrà ancora avere la sua giustizia!

Alle ore 22 del primo luglio 1976 il tribunale di Milano, II° sezione penale, ha emesso la sentenza a carico del capitano di polizia Antonetti, condannandolo a 9 mesi di reclusione con la condizionale, nonché al pagamento di una provvisionale di un milione di lire a testa per le parti civili (il padre di Saverio e 6 fratelli e sorelle) più le spese legali e il risarcimento dei danni da liquidarsi in separata sede. Con questa sentenza di condanna si conclude, in primo grado, il processo farsa iniziato circa 6 anni dopo l’assassinio del nostro militante il 12 dicembre 1970.

La giustizia borghese è questa; al massimo può arrivare a una condanna per colpa. Essa non punirà mai per omicidio volontario un suo funzionario. Comunque, considerando il codismo statale della nostra magistratura , questa sentenza è una delle poche di condanna pronunciata nei confronti di ufficiali di polizia. Ci auguriamo, per i familiari del compagno assassinato, che essa non venga travolta dall’appello fatto dall’imputato, perché sarebbe una burla grottesca.

Il processo si è svolto nella più completa indifferenza e sul terreno del più controllato tecnicismo. La nostra sede milanese locale che, con stampa e volantini, ha rievocato gli avvenimenti di allora e la figura politica di Saverio Saltarelli, lo ha seguito con discrezione, in quanto la vicenda giudiziaria così impostata aveva esclusivamente valore sul piano risarcitorio, per i familiari.

Sul piano politico e su quello morale, nessun risarcimento poteva venire, dal processo, al nostro compagno. I responsabili dell’assassinio di Saverio non sono solo gli esecutori materiali: gli agenti e il capitano di polizia. Sono anche i mandanti: l’allora ministro Restivo ed il centro-sinistra, allora governo in carica. Saverio è stato una vittima del centro-sinistra e non può essere la sentenza di condanna dell’Antonetti che può rendergli giustizia!

La “giustizia” il nostro compagno l’avrà, ma dalla lotta delle masse proletarie contro il potere capitalistico e dalla nostra azione rivoluzionaria.

Milano, luglio 1976

Tratto da: LOTTE OPERAIE Supplem. murale (affisso sui muri non solo di Milano) al Bollettino Sindacale dei Comunisti Internazionalisti. – RIVOLUZIONE COMUNISTA

Compagno Saltarelli

Canzone di lotta dell’epoca cantata in tantissimi cortei all’inizio degli anni settanta del secolo scorso

Il dodici dicembre un anno era passato
dal giorno delle bombe della strage di stato
e in uno scontro in piazza, con una bomba al cuore
ammazzan Saltarelli gli sbirri del questore.

Se cambiano i governi, i mezzi, sono uguali:
padroni e riformisti ammazzan proletari.

Restivo e Berlinguer, con le stesse parole
dicono: «Sì, è morto, gli si è fermato il cuore».

Ma la gente dei quartieri dice: «Ieri Pinelli
ce l'hanno assassinato, ed oggi Saltarelli».

Compagno Saltarelli, noi ti vendicheremo,
burocrati e padroni tutti li impiccheremo.

Studenti del Feltrinelli, nella nebbia del mattino,
vanno tutti alla O.M. dal compagno Martino;
e lì Martino piange, non crede nel vedere
quando entrano in fabbrica con le rosse bandiere.

E poi con gli operai sono tornati in piazza:
«Basta con i padroni, con questa brutta razza!».

Operai della Pirelli, una gran folla enorme
hanno bruciato in piazza cartelli delle riforme.

Poi tutti quanti insieme, tremilacinquecento,
sono entrati alla Siemens con le bandiere al vento.

E per tornare al centro non han fatto il biglietto:
«Noi viaggiamo gratis, paga Colombo», han detto.

Compagno Saltarelli, noi ti vendicheremo,
burocrati e padroni tutti li impiccheremo.

Restivo e Berlinguer si sono accalorati
nel dir che gli estremisti vanno perseguitati;

Restivo e Berlinguer vanno proprio d'accordo,
le loro istituzioni valgono bene un morto!

Sei morto sulla strada che porta al Comunismo,
ucciso dai padroni e dal revisionismo.

Compagno Saltarelli, noi ti vendicheremo,
burocrati e padroni tutti li impiccheremo.

Le bombe e le riforme son armi del padrone,
la nostra sola arma è la rivoluzione;

ed oggi nelle piazze, senz'esser stabilito,
abbiamo visto nascere nei fatti un gran partito;
contro tutti i padroni, contro il revisionismo,
uniti nella lotta per il Comunismo!

Compagno Saltarelli, noi ti vendicheremo,
burocrati e padroni tutti li impiccheremo.

Compagno Saltarelli...

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