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(22 Marzo 2011) Enzo Apicella

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Paesi Baschi: torturata perché si autoincolpi di un assassinio

“La cosa più dura era prendere botte dalla Guardia Civil senza sapere cosa volevano sentire”

(5 Aprile 2004)

Martedì scorso, Garzón, ha infine discolpato Ainara Gorostiaga e tre altri giovani dalle accuse costruite in seguito alle loro deposizioni in commissariato. Miren Azkarate, portavoce di Lakua (sede del Governo Autonomo Basco, N.d.T.), ha chiesto «cosa si può arrivare a fare ad una persona affinché si autoincolpi di un assassinio". Questa è la narrazione testuale del passaggio per la cella realizzato dalla stessa Ainara Gorostiaga nel libro-bilancio del TAT (Comitato Contro la Tortura) dell’anno 2002.

Lo scorso 24 febbraio (domenica), quando uscivo da un colloquio con un prigioniero politico basco, fui fermata alla porta della prigione di Castellón, alle 20.45. Alla porta ho potuto osservare un movimento strano, c'era molta gente che mi guardava, io sono uscita e mi sono saltati addosso dicendomi che ero in arresto per collaborazione con ETA (…). Immediatamente mi hanno afferrata, mi hanno piegata la testa e mi hanno portata in una stanza della stessa prigione. Nella stanza si è presentato il capitano della Guardia Civil, non mi ha mostrato alcun tesserino, né il distintivo. Io ero molto preoccupata per il mio compagno e chiedevo continuamente dove si trovasse. Mi dissero che stava bene.

(...) Verso le 1.30 del mattino mi hanno spostato le manette sul davanti e mi hanno portato giù, in garage, ad assistere alla perquisizione dell'automobile con la quale eravamo andati a Castellón. Mi hanno detto che l'unica persona che potevo guardare era il segretario che non mi era permesso guardare né Mikel [Mikel Soto, compagno di Gorostiaga, arrestato nella stessa operazione] né loro, e non appena alzavo un poco lo sguardo, mi abbassavano la testa.

Siamo arrivati a Madrid la mattina del 25 febbraio (lunedì), era già giorno. Allora è cominciato l'incubo. Mi hanno portata in una stanza dove si trovavano diversi Guardia Civil, mi hanno chiesto se credevo che la Guardia Civil torturasse. Io ho detto loro ne avevo già avuta prova durante quei giorni. Allora mi hanno detto che sì, che era vero che la Guardia Civil torturava e mi hanno chiesto che tipo di torture conoscessi. Io ho detto loro che sapevo della borsa (un sacchetto di plastica infilato sulla testa del prigioniero fino al limite del soffocamento, N.d.T.), degli elettrodi, della vasca da bagno (la testa del prigioniero è immersa nell’acqua o nel liquame fino quasi ad affogarlo, N.d.T.)... e mi hanno detto che dipendeva da me sperimentarle tutte, ed altre, che dipendeva da me che quei giorni fossero un inferno o no e che lì tutti cantavano, ma che c'erano alcuni, che erano "gli stupidi", che resistevano un po' più.

Allora mi hanno detto di spogliarmi. Mi sono spogliata da cima a fondo, e siccome non dicevo niente si sono arrabbiati e si sono messi a gridare come pazzi. Hanno cominciato a farmi "la borsa", io ero seduta su una sedia completamente nuda, ogni volta che rompevo la borsa mi battevano fortemente sulla testa con la mano aperta e con giornali.

Non so quante volte mi abbiano messo la borsa, ma credo molte. Sentivo le grida di Mikel, lo stavano torturando molto. Ogni tanto mi facevano gridare affinché egli mi sentisse e, se non gridava come mi dicevano, mi battevano di più. Io ero isterica, le minacce, le umiliazioni e le botte erano continue. Ho cominciato ad inventarmi storie perché era l'unica uscita che vedevo affinché tutto ciò finisse. Mi hanno portarono in cella con un attacco di isteria abbastanza forte. Quel giorno hanno lasciato che mi sdraiassi un momento.

Quel lunedì mi hanno interrogata circa quattro o cinque volte, con pause molto brevi, in cella. Gli altri momenti di riposo sono stati in piedi, contro la parete, perciò non ho potuto dormire. In tutti gli interrogatori non hanno smesso di farmi "la borsa" (anche se meno dura che il giorno dopo), e di darmi botte (....). Mi minacciavano anche di farmi la vasca da bagno.

Non posso dire quanto tempo durassero gli interrogatori, ero già completamente disorientata, fino a che mi portarono un'altra volta dal medico legale e questa mi disse che erano le 10.30 o 12.30 della mattina di martedì 26 febbraio. Mi ha guardata, ma io non avevo nessun segno. Non le dissi niente delle torture, le dissi di guardarmi, ma che non le avrei detto niente per paura di che lo riferisse agli altri. Mi disse che dovevo mangiare e bere molta acqua.

Per quanto riguarda il cibo, all'inizio non ho assaggiato niente e bevevo solo dal rubinetto del bagno. Alla Guardia Civil dicevo che non avrei mangiato e che avrei bevuto solo da bottiglie chiuse per paura che mi drogassero (…). Mi hanno detto che da lì non usciva nessuno, nemmeno per andare all'ospedale, dunque potevo già incominciare a mangiare, a meno che non preferissi mangiare per forza (…).

Martedì è stato il giorno più duro, altri quattro (non lo so con certezza) intensi interrogatori con pause molto brevi e senza potere dormire né buttarmi sulla branda, salvo quando cadevo. Allora mi lasciavano stare seduta sulla branda per cinque minuti, fino a che tornavo ad alzarmi e tornavo a cadere, allora altri 5 minuti seduta.... Ogni volta che sentivo il rumore del catenaccio mi veniva un tuffo al cuore. Tutti questi interrogatori sono stati molto duri.

Completamente nuda, mi hanno legata ad una sedia, legandomi le braccia con nastro adesivo e gommapiuma, mi hanno messo innumerabili volte la borsa. Quando la rompevo mi picchiavano sulla testa e me la mettevano di nuovo. Sono arrivati a mettermi tre o quattro sacchetti insieme.

In un'occasione mi hanno portata in un'altra stanza, che chiamavano la "Sala Bit" o qualcosa del genere, dove mi hanno immobilizzato tutto il corpo con un materasso o qualcosa di simile, mi hanno sollevata e lasciata immobilizzata dalla testa ai piedi. Allora mi hanno messo la borsa e mi tappavano la bocca ed il naso. L’unica cosa che volevo era svenire e perdere conoscenza, ma quando stava per succedere mi alzavano un po' la borsa, e tutto ricominciava. Mi dicevano (credo che per darmi forza, anche se non ci riuscivano), che ero molto forte e che stavo sopportando molto, che poca gente sopportava tanto e che cantavano tutti.

Mi hanno anche fatto fare innumerabili flessioni, mi afferravano per i capelli, e scendevo e salivo. Anche questo era molto duro. Alla fine non potevo camminare, mi dovettero portare in cella poiché le gambe non mi rispondevano. Per andare al bagno dovevo appoggiarmi alla parete, dato che cadevo. Negli altri interrogatori ho continuato a fare flessioni, molte volte con la borsa sulla testa. Alla fine non potevo nemmeno sedermi a causa del dolore e dei formicolii (…).

In quattro occasioni mi hanno messo gli elettrodi, (almeno, così dicevano), ma non sono arrivati ad attivarli, salvo in un'occasione, nella quale dissero che li attivavano ma che non potevano aumentare la potenza perché avevano una macchina nuova, che faceva saltare i fusibili. Mi hanno attaccato due cavi alla schiena bagnata e ho sentito solo un solleticamento, ma pensare agli elettrodi è stato un incubo (…).

In tre occasioni mi hanno messo in mano una pistola. Mi hanno fatto capire che era quella che aveva ucciso il consigliere comunale di Leitza e che dipendeva da me avere un'accusa per collaborazione o per assassinio.

Mi hanno minacciata molte volte di fare in modo che non potessi avere figli o, se li avessi avuti, sarebbero stati della Guardia Civil. Mi hanno detto che Iñigo Vallejo stava con loro e che volevano vedere se avessi voluto finire come lui. In quei momenti ho detto loro di ammazzarmi, se volevano, e mi hanno detto che non avevano detto questo (…). Quella è stata la cosa più dura, ricevere botte senza sapere cosa volessero sentire. Mi sono inventata quattro storie differenti. Ogni volta che credevo che quella fosse quella buona, nell’interrogatorio seguente incominciavano da zero le torture, mi picchiavano di più perché ero bugiarda, e più ancora perché tacevo. Mi era molto difficile inventarmi cose che non avevo vissuto.

Ho preso anche molti colpi sulla testa e nello stomaco (nello stomaco meno), con un giornale arrotolato. Credevo che la testa mi scoppiasse e che stavo sanguinando. I colpi sono stati molti e per molto tempo. Quando si sono stancati ho dovuto picchiarmi sulla testa da sola, e mentre mi picchiavo sentivo una specie di sfogo.

Mi anche fatto dare una conferenza stampa raccontando tutte le torture subite. Poi ho dovuto cantare l’'' Eusko Gudariak '' (canto patriottico basco, N.d.T.) e poi gridare ''Viva la Guardia Civil'' e cose del genere.

Mi cambiarono maschera, perché quella che mi avevano messa era un po' scura e, con le lacrime e per averla portata tanto tempo, doveva essermi venuta un'eruzione cutanea nella zona dagli occhi. Me li guardavano continuamente.

Il mercoledì 27, di mattina, hanno portata di nuovo dalla dottoressa medico legale. Prima, mi hanno mostrato un fax nel quale mi era prorogato il tempo di isolamento assoluto. La medico legale mi spogliò ed io vidi come avevo il petto rosso, ed anche la schiena doveva essere completamente rossa (…). Domandai alla dottoressa se avessi qualcosa agli occhi, perché mi avevano cambiato maschera e mi guardavano continuamente gli occhi. Lei ha preso nota di qualcosa su un foglio e mi ha detto che quello era proibito. Mi facevano male molto la testa e le gambe, ma apparentemente non avevo niente. Erano molto attenti a non provocarmi lesioni. A causa dell'ansietà e del nervosismo continuavo a toccarmi le unghie, a strapparmi pellicine ed a mordermi le labbra. Mi dicevano sempre di fare attenzione, che mi sarei fatta male.

Quella mattina, il primo interrogatorio è stato duro. Mi hanno avvolto in coperte e, da seduta, mi hanno afferrata da tutte le parti (questa volta vestita), legata alla sedia. Poi, mi hanno messo contemporaneamente tre o quattro borse, mi hanno tappato il naso e la bocca, ed alla fine, sul punto dello svenimento, mi sono orinata nei pantaloni con tanta forza che quasi li ho spruzzati. Ho dovuto rimanere tutti gli altri giorni coi pantaloni completamente bagnati di urina. In questa ultima sessione di borsa mi sono morsa il labbro dall'interno e mi hanno dato acqua per risciacquarmi, perché credo che sanguinassi. Aveva una ferita abbastanza ampia, e mi hanno spaventata dicendomi che me l'avrebbero ricucita con ago e filo.

Da quel momento, le botte sono cessate, mi hanno tolto la maschera e mi hanno fatta sedere in un angolo della stanza, dove hanno iniziato a preparare la mia deposizione alla polizia. Fino alla 1.30 di notte sono rimasta senza andare in cella per riposare, sono state tutte domande ed una pressione psicologica molto forte. Una volta imparata a memoria la deposizione, mi hanno detto che me l’avrebbero fatta ripetere tre o più volte, che in una di esse sarebbe stato presente l'avvocato d'ufficio ma io non avrei saputo in quale, perché non avrei potuto vederlo, e che se cambiavo qualcosa nella deposizione, sarebbero tornate le botte.

La tortura psicologica è stata molto forte. Nella deposizione ho coinvolto quattro persone; una era già stata arrestata, era Mikel, ed io non lo sentivo da mercoledì. Mi hanno detto che soffriva di cuore e che stava molto male. Ho coinvolto anche mia madre e mio fratello.

È venuto un Guardia Civil nuovo, quella voce non l'avevo mai sentita, e mi ha detto di essere quello che aveva torturato Mikel e che se non volevo finire come lui, sarebbe stato meglio dire tutto come d’accordo. Alle 1.30 ho rilasciato la prima deposizione davanti alla polizia (…). ho detto tutto come d’accordo e mi hanno lasciato dormire. Credo di avere dormito circa quattro ore, le uniche in cinque giorni, ed in quelle quattro ore mi hanno svegliata varie volte, domandandomi dove viveva la gente che avevo coinvolto (benché glielo avessi detto già prima, nella deposizione).

(...) Poi è cominciato di nuovo l'interrogatorio. Era la mattina di giovedì 28 e sono rimasta fino a mezzanotte, non ne sono sicura. Mi hanno fatto credere che fosse mercoledì e che rimanevano ancora due giorni. Credo siano state quasi 14 ore di interrogatorio continuo. Io ero più tranquilla perché credevo che il peggio fosse passato, ma si sono messi ad urlare dicendo che era una bugiarda e che tutto quello che avevo dichiarato davanti alla polizia era una bugia. Hanno cominciato di nuovo a picchiarmi sulla testa e mi hanno fatto scrivere su alcuni fogli nomi di gente conosciuta.

C'erano due gruppi di poliziotti, alcuni erano i "buoni" e gli altri erano i "cattivi". I "buoni" avevano una voce tranquillizzante e dialogante, benché anche loro torturassero, e coi "cattivi" non si poteva parlare. In questi interrogatori i "buoni" minacciavano in continuazione che sarebbero venuti gli altri, "Il selvaggio", come lo chiamava uno dei "buoni", se non avessi collaborato.

Mi hanno chiesto come avevo potuto coinvolgere mia madre, che erano stati nella sua casa e che non avevano trovato niente, ma che l'avevano portata a Madrid perché avevano ordine di fermarla, che se la stava passando molto male per la malattia della quale soffre e che ogni poco la dovevano portare all'ospedale (…).

La mattina del venerdì 1 marzo, sono venuti a dirmi che mi stavano per consegnare al giudice e che dipendeva da me se mia madre e mio fratello sarebbero rimasti in arresto, che potevo dichiarare quello che volevo davanti al giudice, ma se avessi detto tutto, avrebbero liberato immediatamente mia madre, che il mio caso lo seguiva Polanco e che a lui era indifferente cosa avessi raccontato, che se avessi negato sarebbe stato peggio, che sarebbe stato meglio ammettere tutto, perché in quel caso sarei rimasta alcuni mesi in prigione, ma poi sarei stata rimessa in libertà, perché io non avevo fatto niente. Non sapevo se veramente mia madre fosse stata arrestata, li credevo capaci di qualunque cosa. Nel viaggio verso il Tribunale Speciale (mi resi conto che mi portavano lì mentre ero ammanettata), prima di entrare ho potuto vedere mia madre dallo sportello del cellulare. Allora mi sono calmata moltissimo, ho deciso di negare tutto, ma anche così avevo molta paura che la arrestassero.

Nella Audiencia Nacional (Tribunale Speciale, N.d.T.), potevo vedere e guardare tutti, ma avevo ancora paura di guardare il viso la gente, tutte le voci mi sembravano quelle dei Guardia Civil (…). Poi, mi hanno portata davanti al giudice Polanco, ho respinto tutte le accuse e denunciato che la deposizione era stata ottenuta sotto torture che ero stata sottoposta a lunghi interrogatori, nuda, che mi avevano applicato la borsa numerose volte, fino ad arrivare al punto di perdere conoscenza, che avevo dovuto fare molte flessioni, fino al punto di non potere camminare, che mi avevano messo gli elettrodi, senza arrivare a collegarli, in quattro occasioni e che ero stata oggetto di vessazioni sessuali. Il giudice ha insistito su un paio di punti, ma gli ho detto che era tutta una bugia.

P.S.: Gorostiaga è rimasta in isolamento, già in prigione, ancora vari giorni. La sua denuncia di torture è al vaglio dei tribunali.

Rete di solidarietà con il Paese Basco

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