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(16 Gennaio 2012) Enzo Apicella

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L’economia della povertà

(3 Dicembre 2011)

Dicono a proposito del clima, che la vita e la salute di milioni di persone sono a rischio e vediamo come questo rischio sia già tragicamente reale. I nostri lungimiranti politici cosa ne pensano? Pensano che si deve continuare a incentivare il traffico automobilistico e il trasporto su gomma, investendo in grandi infrastrutture autostradali che richiedono immense colate di cemento.

Dicono che la velocità con cui oggi avvengono i processi economici è paragonabile solo alla voracità che li ispira, che l’abbattimento di ogni garanzia è garantito dalla possibilità di raggiungere velocemente ogni angolo del mondo per scavalcare leggi e normative di tutela dei lavoratori e dell’ambiente. E i politici che fanno? Investono enormi risorse in costosissimi treni super veloci che sfrecceranno, sbeffeggiandoli, davanti agli stanchi pendolari accampati nelle stazioni d’Italia, in attesa di treni sporchi, fatiscenti e cronicamente in ritardo .

Dicono che il consumo di suolo ha raggiunto livelli allarmanti, tanto da spingere le grandi multinazionali ad accaparrarsi le terre dei paesi poveri (Land grab) e i nostri politici cosa propongono? Cemento, cemento e ancora cemento; capannoni, parcheggi, centri commerciali, strade, autostrade, svincoli e terze corsie (a quando le quarte?).

Dicono che il meraviglioso paesaggio italiano, nostra storica, preziosa, unica e inimitabile materia prima, è ridotto a brandelli a causa di appetiti speculativi e decennali conflitti di competenza, che annichiliscono l’art. 9 della Costituzione (la Repubblica (….) tutela il paesaggio ed il patrimonio storico ed artistico della Nazione). E i nostri politici, non contenti del disastro in atto, strillano sguaiatamente contro le competenze statali a tutela del paesaggio; dice Riccardi: «Non è possibile che un funzionario dello Stato, solo perché non deve rispondere a nessuno (e il riferimento va alla Soprintendenza) sia in grado di bloccare decine di opere e di investimenti”. Probabilmente quel residuo di sovranità costituzionale, impedisce di portare agevolmente a termine l’opera di squartamento di quello che una volta, con un po’ di sana invidia, veniva chiamato “il Bel Paese”. Dall’editto del camerlengo Albani (1733) al concetto di Heimatshutz tedesco, la tutela del “volto amato della patria” (Ruskin e Croce) si dipana nei secoli per arrivare fino a noi, ai nostri costituenti. Un articolo, il 9, chiaroveggente, incastonato tra i principi fondamentali della nostra Costituzione, ancor prima del ripudio della guerra e della bandiera nazionale. Esso racchiude in sè una consapevolezza storica circa la qualità di utilitas publica di un paesaggio unico al mondo, per dote naturale e per quantità e qualità delle opere d’arte diffuse su tutto il territorio; un museo generale, una ricchezza immensa che sta per essere gettata in pasto ai costruttori.

Dicono che l’equilibrio idrogeologico è a rischio, che la nostra stessa vita è minacciata dalla protervia e dall’ignoranza di un governo del territorio che ha stravolto e violentato fiumi e golene, colline e montagne. E i politici continuano a delirare di “unico sviluppo possibile”, a straparlare di “piattaforme logistico- operative”, e a vomitare progetti da anni sessanta.

Dicono che non ci sono soldi per rendere le scuole luoghi sicuri, dove in nostri figli possano imparare ad affrontare la vita senza il rischio di perderla a causa di un crollo improvviso; non ci sono soldi per l’assistenza degli anziani e dei disabili, per curare al meglio tutti coloro che non possono ricorrere a cure private, non ci sono soldi per curare le ferite inferte al territorio e all’anima della gente che vive sempre più ai margini del grande banchetto. E i nostri politici cosa fanno? Inneggiano alle grandi infrastrutture, ai project financing, che è solo uno dei tanti imbrogli escogitati per aprire il varco a fiumi di denaro pubblico, verso le tasche dei soliti noti.

Dicono che le guerre hanno un prezzo altissimo in risorse e in sangue umano e che non portano mai nulla di buono alla povera gente che ne sostiene i costi o ne subisce le devastazioni o entrambe le cose. E i nostri politici come rispondono? Stanziando miliardi di euro per armi da attacco (ben 131 cacciabombardieri F 35, 5 Eurofighter, 10 fregate navali, 100 elicotteri da guerra, auto Maserati blindate per i generali, missioni all’estero…) ed elogiando e finanziando le evoluzioni machiste di altri cacciabombardieri, piroettanti e sbuffanti come tragiche parodie della guerra reale.

Dicono che la gente si sta impoverendo alla velocità della luce, che in vent’anni una ricchezza immensa è migrata dai redditi da lavoro ( che l’hanno prodotta), verso le rendite (che non producono nulla), che il potere di acquisto dei lavoratori si è ridotto al lumicino, deprimendo un’intera economia basata sul consumo a oltranza. E i nostri politici che fanno? Essendoci poco più da spremere, pena la rivolta sociale, allungano il periodo lavorativo e cancellano un secolo di conquiste, declamando senza pudore: PRODUCI, CONSUMA E CREPA!

Dicono che la corruzione di politici ed amministratori ha raggiunto livelli pantagruelici, che l’evasione fiscale costa, agli italiani che pagano le tasse, cifre spaventose e che la malavita non rappresenta in realtà una distorsione, bensì una parte funzionale di questo sistema, utile per creare immense ricchezze e fondi neri necessari per l’opera sistematica di “ammorbidimento e di ungitura”, dei gangli della pubblica amministrazione. E i nostri politici come reagiscono? Gettando il discredito, procedendo al ridimensionamento, alla destrutturazione ed infine alla dismissione della struttura pubblica, (compresa quella della magistratura che indaga sulle loro malefatte); salvo creare un numero sempre maggiore di super manager e direttori, sempre più super pagati, feroci con i loro sottoposti ma proni a tutti i poteri forti e servi delle varie lobby; salvo creare voracissimi mostri pubblico- privati (le SPA pubbliche) lasciando loro campo libero e scatenando un gigantesco arraffa arraffa sui beni comuni più preziosi, salvo riprendere poi in carico (nostro) queste ibride creature, allorquando esse provocano voragini debitorie e ferite sociali.

Dicono che le banche e la finanza sono la causa prima del disastro a cui assistiamo… e i nostri formidabili politici cosa fanno? Le ricapitalizzano, ovvero regalano loro fiumi di denaro pubblico, per poi rimpolpare le vuote casse pubbliche a spese della povera gente che, a sentir loro, ha vissuto “al di sopra delle proprie possibilità. Dulcis in fundo, fanno omaggio della sovranità (che non è loro ma del popolo), alle banche e perché no, anche al Vaticano, che con le banche e con i potenti, ha sempre avuto ottimi rapporti.

Ebbene, questi che dicono, dicono da un bel pezzo e, purtroppo, finora, hanno avuto ragione. I nostri politici invece hanno sempre negato le nefaste conseguenze di un sistema dove i destini dell’umanità vengono decisi dai mercati. Eppure sono sempre loro e non quelli che avevano predetto il disastro, a decidere le “soluzioni”. Non ne può venire nulla di buono per noi, nell’economia della povertà.

01.12.2011

Ira Conti

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