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Martedì 26 Giugno 2012 23:00

Con un verdetto unanime, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato la legittimità della sezione più controversa e anti-democratica della durissima legge sull’immigrazione approvata nel 2010 dallo stato dell’Arizona. Il più alto tribunale americano ha invece bloccato, perché incostituzionali, altre tre parti dello stesso provvedimento, contribuendo ad alimentare nel paese un dibattito sull’immigrazione che potrebbe avere importanti ripercussioni sulla campagna elettorale in corso per la Casa Bianca.

Il punto più problematico della cosiddetta legge SB (“Senate Bill”) 1070 era la disposizione secondo la quale gli agenti di polizia dell’Arizona sono tenuti a verificare la regolarità dei documenti in possesso di chiunque venga fermato o arrestato e che sia sospettato di essere un immigrato irregolare.

Su questo aspetto della legge, i tre giudici teoricamente assestati su posizioni progressiste (Stephen Breyer, Ruth Bader Ginsburg e Sonia Sotomayor) si sono uniti alla maggioranza dei cinque conservatori (Samuel Alito, Anthony Kennedy, Antonin Scalia, Clarence Thomas e il presidente della corte, John Roberts) stabilendone la costituzionalità. Il nono giudice, Elena Kagan, ha invece ricusato se stessa escludendosi dalla votazione, poiché prima di essere nominata alla Corte Suprema da Obama aveva collaborato alla presentazione del caso (“Arizona contro Stati Uniti”) in qualità di rappresentante del governo (“solicitor general”).

Le tre sezioni cassate dalla corte hanno invece raccolto maggioranze ristrette e i giudici si sono schierati secondo le consolidate linee ideologiche che caratterizzano il supremo tribunale. In un verdetto di 75 pagine, firmato dal giudice centrista Anthony Kennedy, la Corte Suprema ha bocciato le sezioni della legge che avrebbero criminalizzato la mancata registrazione degli immigrati presso le autorità e la semplice ricerca di un posto di lavoro, così come avrebbe facilitato l’arresto per violazioni della legge sull’immigrazione.

La decisione di annullare queste ultime disposizioni è stata presa unicamente sulla base del principio di supremazia che attribuisce priorità alla legge federale rispetto a quella dei singoli stati quando emergono conflitti tra di esse. Negli USA, infatti, il potere di legiferare sulle questioni legate all’immigrazione è attribuita al governo federale. Secondo le parole del giudice Kennedy, perciò, “l’Arizona può nutrire comprensibili frustrazioni circa i problemi causati dall’immigrazione illegale, ma gli stati non possono adottare politiche in conflitto con la legge federale”.

Durante il caso e nel contenuto della sentenza, la Corte Suprema non ha sollevato alcuna questione legata alla ben più grave violazione, ad esempio, del Quarto Emendamento, il quale proibisce perquisizioni e arresti senza un ragionevole motivo, o del Quattordicesimo Emendamento, che garantisce uguale protezione davanti alla legge. Ciò è dovuto al fatto che il caso, promosso dall’amministrazione Obama, si basava appunto sulla questione del conflitto di competenze tra il governo federale e le autorità statali.

Il via libera alla cosiddetta sezione “mostrami i documenti” permetterà così alle forze di polizia dell’Arizona di prendere di mira senza impedimenti singoli individui sulla sola base del loro aspetto fisico, portando con ogni probabilità a procedimenti discriminatori contro appartenenti a minoranze etniche, a cominciare dagli ispanici.

Nel confermare la costituzionalità di questa parte della legge, il giudice Kennedy ha assurdamente affermato che essa contiene garanzie contro possibili discriminazioni razziali, in quanto richiede alla polizia di non considerare l’appartenenza etnica o il paese di origine dei sospettati fermati per verificare la regolarità del loro status di immigrati.

Su questo aspetto, tuttavia, la Corte Suprema ha lasciato aperta la possibilità di futuri procedimenti legali. Lo stesso Kennedy ha scritto che la sentenza di lunedì non preclude future verifiche di costituzionalità dopo che la legge sarà entrata in vigore, cosa che le organizzazioni a difesa dei diritti civili hanno già promesso di fare.

La sentenza era attesa non solo dalle autorità dell’Arizona, ma anche dai due candidati alla presidenza e da numerosi altri stati, in particolare Alabama, Georgia, Indiana, Carolina del Sud e Utah, che hanno da poco approvato leggi simili sull’immigrazione, alcune delle quali congelate da tribunali federali in attesa del pronunciamento della Corte Suprema.

Il presidente Obama, da parte sua, ha salutato con sostanziale soddisfazione la sentenza, anche se ha espresso preoccupazione per le discriminazioni razziali che la sezione della legge confermata potrebbe comportare. Il repubblicano Mitt Romney, impegnato in campagna elettorale proprio in Arizona, si è invece limitato a ribadire che gli stati hanno il diritto e il dovere di rendere più sicuri i propri confini, lasciando intendere il suo appoggio integrale alla legge esaminata dalla corte. Significativa è stata poi la reazione della governatrice dell’Arizona, la repubblicana Jan Brewer, la quale ha definito un successo il verdetto di lunedì dopo due anni di battaglie legali.

Che l’amministrazione Obama, in ogni caso, non abbia particolarmente a cuore i diritti degli immigrati lo ha confermato lo stesso giudice Kennedy, il quale nel parere di maggioranza ha ricordato come “centinaia di migliaia di immigrati vengono deportati ogni anno dal governo federale”. Infatti, negli ultimi tre anni l’attuale amministrazione democratica ha rispedito nei propri paesi di origine un numero record di immigrati, cioè oltre un milione dall’inizio del 2009.

La sentenza sulla legge dell’Arizona ha visto poi una plateale quanto insolita esposizione di dissenso da parte di uno dei giudici più conservatori della Corte Suprema, Antonin Scalia. In quello che gli studiosi del tribunale americano hanno definito come un intervento senza precedenti, Scalia ha criticato non solo la maggioranza che ha bocciato le già ricordate sezioni della legge, ma è anche entrato nel merito di una questione politica al di fuori del caso in discussione.

Il giudice nominato dal presidente Reagan nel 1986 ha fatto riferimento, per condannarla, alla recente decisione annunciata da Obama di consentire un percorso, peraltro complicato, verso la cittadinanza americana per alcuni immigrati irregolari e che dovrebbe in teoria sanare la posizione di meno di un milione di persone.

Dando voce al pensiero di buona parte della classe dirigente conservatrice d’oltreoceano, nel suo discorso Scalia ha espresso posizioni al limite del razzismo, dipingendo lo stato dell’Arizona come irrimediabilmente in balia dei presunti effetti distruttivi dell’immigrazione clandestina.

La sentenza di lunedì rappresenta una sorta di anticipazione di quella che dovrebbe giungere giovedì sulla sorte della riforma sanitaria di Obama nell’ultima seduta della Corte Suprema per l’anno giudiziario in corso. Nel frattempo, oltre alla decisione sulla legge anti-immigrazione dell’Arizona, il supremo tribunale USA ha emesso questa settimana altri verdetti importanti, come quello che ha bollato come incostituzionale il carcere a vita per i detenuti condannati per crimini commessi quando erano minorenni.

Questa legge, per cinque dei nove giudici della corte, viola l’Ottavo Emendamento della Costituzione che proibisce “punizioni crudeli e inusuali” ed è ancora presente nel sistema giudiziario americano perché gli Stati Uniti non hanno mai ratificato la convenzione ONU sui diritti dei minori.

La Corte Suprema, infine, si è rifiutata di tornare sulla decisione presa nel 2010 attorno al caso “Citizens United contro Commissione Elettorale Federale”, in seguito alla quale corporation e individui hanno facoltà di spendere illimitatamente durante le campagne elettorali. La nuova causa era seguita ad una decisione della Corte Suprema del Montana che aveva fissato un tetto alle spese destinate a candidati a cariche elettive nello stato.

Per i nove giudici di Washington, tuttavia, quest’ultima sentenza deve essere annullata, poiché contrasta con quanto stabilito nel procedimento del 2010, con il quale il Primo Emendamento della Costituzione è stato in definitiva distorto fino a far rientrare nella definizione di “libertà di parola” la possibilità garantita alle corporation di spendere senza limiti a favore del candidato preferito.

Michele Paris - Altrenotizie

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