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BP Louisiane blues

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(2 Giugno 2010) Enzo Apicella
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Nell'Emilia terremotata si organizza la cittadinanza attiva

(31 Agosto 2012)

Nelle zone terremotate nascono i primi comitati autorganizzati e conflittuali, mettendo in discussione il concetto di cittadinanza del modello emiliano, fondato sull'idea del «buon cittadino». Insieme a loro gli ambientalisti

tendemilia

Partono i Comitati. Ed è la migliore notizia che poteva venire dalle zone terremotate - dove si sta diffondendo un clima nervosamente depresso, per la pochezza delle risposte governative alle attese dei territori. Si tratta delle prime forme autorganizzate di cittadinanza attiva, di protagonismo dal basso. Sono organismi nati dentro contesti microterritoriali e spontanei, ma stanno imparando a mettersi in rete e coordinare l'intervento. Non è stato facile e sono in ritardo sulla tabella di marcia. E questo ritardo è il risultato di un ridimensionamento dell'idea e delle pratiche di cittadinanza e socialità che, negli ultimi 20 anni, aveva marcato anche le terre del civismo emiliano. Era passata l'idea che un "buon cittadino" fosse uno che lavora, rispetta le regole, non rompe i coglioni e va a votare ogni quattro anni - non chi si preoccupa in prima persona della sua comunità e crea strumenti critici e modalità sempre più efficaci di partecipazione. Una sorta di degenerazione del concetto di cittadinanza, in linea con la passivizzazione di massa che ha funestato gli ultimi 20 anni della nostra storia.
I Comitati (su tutti Sisma.12) dovranno recuperare tempo e terreni di intervento, perché gli interessi forti sono già tutti schierati in campo: Confindustria e le altre organizzazioni imprenditoriali minori, i costruttori privati e cooperativi, gli ordini professionali e i cacicchi del Partitone - tutti pronti a reclamare la loro fetta di risorse e territorio, nella drammatica partita di una ricostruzione senza soldi. Fino ad ora erano invece rimasti al palo gli interessi popolari, privi come sono (ma non è certo un problema locale) di adeguata rappresentanza. Per quanto le amministrazioni e i sindaci provino a tenere aperti i canali di collegamento, senza strumenti organizzati di protagonismo, il ruolo del normale cittadino-lavoratore si riduce a mero pubblico di qualche assemblea "informativa", in cui il flusso delle decisioni è sempre unidirezionale, dall'alto verso il basso, dall'amministratore che detiene le informazioni al "cittadino/utente" che come singolarità conta zero.



Le campagne
I comitati dovranno definire subito la loro agenda: quella immediata, sulle campagne da impostare per l'oggi (la questione del grande patrimonio immobiliare sfitto, da rendere immediatamente disponibile per l'emergenza abitativa); e quella più generale, che riguarda il profilo complessivo di della cosa complicata ed epocale che chiamiamo ricostruzione - che, lasciata nella mani di amministratori e costruttori, genera inevitabilmente mostri.
In mezzo ai terremotati attivisti, ci sono anche molti di quelli che in questi anni hanno condotto la battaglia contro il Deposito Gas di Rivara, progetto targato Erg che (forse) è definitivamente deragliato a causa delle scosse. I No Gas furono profetici: già da anni indicavano nella sismicità della bassa (e, statistiche alla mano, li si accusava di demagogia), un fattore di rischio decisivo, nella prospettiva di avviare un mega impianto di stoccaggio. Quando poi il terremoto è arrivato davvero, la diffidenza della gente della bassa è esplosa e si sono diffuse a macchia d'olio le tesi che mettono in connessione le attività di "monitoraggio minerario" con l'improvvisa e reiterata sismicità della bassa. Nei campi, nei bar, persino sotto gli ombrelloni della Riviera, tutti sembrano avere un'idea ben precisa delle cause ultime e segrete che stanno alla base dell'esplosione sismica. Ci si chiede se fossero già state realizzate opere di trivellazione o carotaggio, per approntare il progetto Rivara. E in generale, si vuole far luce su ogni genere di attività esplorativa/estrattiva (il famigerato fracking) che abbia interessato l'area del cratere negli ultimi anni. Pochi ipotizzano un nesso immediato causa-effetto tra attività umane e impennata sismica: la versione più diffusa è quella soft, secondo cui le attività umane hanno destabilizzato l'equilibrio di una o più faglie che erano già attive (irritandole - per così dire).
La Procura ha subito aperto un'inchiesta e la Regione ha varato una Commissione d'indagine. E già queste cose sono un segnale chiaro e inedito: nessuno si fida più di nessuno, ognuno vuole tenersi le spalle coperte. Il potere piace a tutti, ma nessuna Autorità (tecnica, politica, amministrativa, accademica) si vuole assumere la responsabilità di esercitarlo nel modo tradizionale: le istituzioni non vogliono più recitare un ruolo rassicurante, paterno, didattico; non ti dicono di lasciar fare a loro e fidarti. Se l'opinione pubblica lo esige, allora tutto è possibile: anche che un'ondata sismica sia prodotta da trivelle segrete e perforazioni.
E dappertutto dilagano voci incontrollate e incontrollabili: secondo alcuni, nei giorni tra la prima e la seconda scossa, i pozzi artesiani del carpigiano risultavano inquinati da idrocarburi e si consigliava ai contadini di non irrigare; secondo altri sarebbero stati rinvenuti misteriosi macchinari in mezzo alle campagne, prontamente rimossi dalle autorità. E il modenese abbraccia senza riserve queste voci e le diffonde - in modo sorprendentemente contrario alla sua natura, che è scettica e prudentissima.
Premesso che è legittimo dare credito ai complotti (perché l'ideologia complottista nasce dall'esistenza realissima di complotti diffusi); premesso che solo adeguati accertamenti tecnici condotti da chi ne ha le competenze potranno rivelare qualcosa di attendibile, la faccenda del fracking sta esercitando, a livello di psicologia di massa, una funzione quasi consolatoria. Sembra un ennesimo trucco psicologico autorassicurante, con cui da queste parti si cerca di non fare i conti fino in fondo con la dura realtà di un terremoto, nudo, crudo e alquanto anarchico.



La gente della bassa è in gamba e ottimista. Popoli abituati da sempre a vincere le loro sfide col territorio e la natura: antiche bonifiche, valorizzazione agricola di terreni ingenerosi, industrializzazione spinta in mezzo a campagne senza insetti. Tutto dominato, ammaestrato, messo sotto controllo. Il trionfo della razionalità, dell'intelligenza umana, della cooperazione produttiva che progetta, dispone e piega il territorio ai suoi bisogni - e questo per molte generazioni. Questo terremoto inaspettato e imprevedibile sconvolge questi schemi mentali e l'attitudine esasperata al controllo.
Il fatto è che qui risulta merce rara, l'unica produzione di massa del nostro Sud: il fatalismo.
Quante pagine si sono scritte, dentro la parabola della modernità, contro il malfamato fatalismo meridionale (di volta in volta etichettato come arabo, mediterraneo, retrivo, magico, arcaico, etc).
Eppure in casi come questi, in dosi omeopatiche, anche quello può aiutare: è la consapevolezza che non si può controllare e dominare ogni evento e ogni contesto, che i meccanismi del nostro stare al mondo sono troppo complessi per prevedere sempre le alternative, i punti di caduta, le vie di fuga - e ogni tanto fa bene dire Inshallah anche se non credi a niente, perché serve a sgravarti le spalle da un giogo sempre più pesante, l'idea folle che tutto è sotto la direzione nostra e della nostra tecnologia.
Va bene che a Sud si esagera e tutto si ammanta di fatalità, anche l'incuria umana. Ma si convive spesso con una più realistica accettazione della vita . Col mito del "buon duro lavoro" e l'ottimismo tecnologico non si scaccia l'ombra del fallimento e della morte, compagna inseparabile di ogni opera umana.
Certo: se i capannoni si mettono in sicurezza, non crollano alla prima scossa. Ma questo sarebbe solo il risultato di una legislazione chiara, uniforme, degna di un paese civile. Non c'è bisogno di cercare colpevoli sotterranei, per la mancanza di una buona urbanistica di prevenzione. L'impressione è che si stia provando a ricondurre all'uomo e alle sue patetiche centralità quello che è solo la naturale manifestazione del continuo movimento della terra - di cui ci accorgiamo solo quando balla proprio sotto i nostri piedi - ma che da milioni di anni è incessantemente in atto ovunque, distruttivo e ri-creativo, forgiando catene montuose e belle pianure. È come se cercassimo di rassicurarci a vicenda: non può essere stato «un semplice terremoto», la natura non può averci tradito - perché l'abbiamo addomesticata tanti anni fa e la credevamo una tigre senza denti. È colpa dell'uomo, della sua tecnologia misteriosa (che però, se può creare disastri può anche rimediare, e il cerchio della rassicurazione si chiude: troviamo i colpevoli e non avremo più paura della terra e dei suoi agguati).
Abbiamo respirato un illuminismo ingenuo e onnipotente, e l'unica vera superstizione, l'unico arcaico timor dei, lo nutriamo nei confronti dello spread e dei mercati. Questi ultimi hanno preso il posto delle potenze naturali, che diamo ormai per colonizzate e soffocate. Salvo svegliarci in piena notte, con il midollo tremante, nudi e privi di difese come quando siamo nati: con lo stesso terrore negli occhi che avevamo migliaia di anni fa, quando del fracking non sapevamo niente, ma la Madre Terra stendeva e drizzava la sua schiena di roccia e sabbia, più o meno come oggi. Intanto aspettiamo la Procura e le Commissioni d'inchiesta. E mentre aspettiamo, reinventiamoci una idea più realistica della nostra collocazione sulla terra, dentro l'ordine naturale delle cose e degli elementi in continua evoluzione. Ci aiuterà anche a ricostruire meglio.

Giovanni Iozzoli - Il Manifesto

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