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Femminicidio, la Camera è vuota

(30 Maggio 2013)

femcamv

Mercoledì 29 Maggio 2013 23:00

Nel giorno in cui la madre di Fabiana Luzzi, la sedicenne uccisa dal fidanzatino e bruciata ancora viva, dal balcone di casa grida il proprio dolore, la Camera dei Deputati ascolta, tra troppi banchi vuoti, la relazione di Mara Carfagna, l'ex ministro delle Pari opportunità, sul ddl della Convenzione di Istanbul, il trattato del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ratificata dall’Italia a Strasburgo nel settembre scorso.

Si complimenta con la relatrice la Presidente, Laura Boldrini, e si rammarica dei troppi scranni deserti. La polemica si accende subito però con le parole via Facebook della deputata Cinque Stelle, Ruocco, che infiamma gli animi accusando l’ex ministro di non essere un interlocutore credibile sui temi della tutela del corpo femminile e della non strumentalizzazione svilente da parte dei media. Perché anche di questo ha parlato la Carfagna, andando proprio a caccia di critiche e ilarità, viene da pensare, come infatti accaduto nel dibattito scatenato dalla deputata Ruocco.

La difesa non si è fatta attendere e l’ex Ministro ha risposto denunciando le modalità aggressive e preconcette di attacchi che sono, a suo avviso, figli di una cultura sessista e maschio-dominante, come a dire che le donne parlano un’altra lingua. Ora, se è vero che l’attacco Cinque Stelle nel contesto di una relazione cosi importante può esser stato fuori luogo - il che è in linea con la modalità piazzaiola dei grillini - ben buffo è che la Carfagna respinga al mittente il dileggio parlando di preconcetti.

Non è un preconcetto, ma un fatto, che la Mara nazionale facesse la valletta in bikini, abbia fatto calendari svestita utilizzando il suo corpo per conquistare notorietà e incamerando a dovere tutti i canoni che vogliono le donne in una posizione estetico-sessista a servizio del piacere dei maschi. L’evoluzione politica dell’ex velina che ne è seguita, inoltre, e che l’ha vista arrivare a tutta velocità da deputata a ministro, non è stata proprio quella tradizionale di chi ha mangiato pane e politica nei comitati, nelle piazze, sul territorio e tantomeno priva di dubbi e misteri visto che il mentore della novella Mara non era un capo di partito come un altro, ma l’uomo al centro degli scandali del sesso e delle discutibili procedure di allocazione professionale di avvenenti ragazzine. Insomma la storia dei riscatti personali e delle evoluzioni solitamente è fatta di altro. E non é un caso che, da ministro delle Pari opportunità e da esponente di rilievo del PDL, non si ricorda una sola parola di condanna della Carfagna in relazione ai riti delle "cene eleganti" del suo capo, alle sue battute da osteria e ai suoi comportamenti sessisti e volgari.

L’urgenza però di intervenire sul fenomeno che vede le donne italiane vittime, con numeri da capogiro, della violenza dei maschi, soprattutto in famiglia, esige in ogni caso un impegno istituzionale totale in cui non c’è spazio né tempo per mettere al centro la storia della Carfagna. Non soltanto perché davvero non importa un caso personale ampiamente dibattuto e forse già archiviato, ma perché diventa l’ennesimo pretesto perché le donne parlino tra di loro o contro altre donne impedendo di vedere da quale parte della società siedono i veri protagonisti di questo triste fenomeno. Grave, quindi, che la Camera fosse quasi vuota.

La questione, aldilà del pregevole strumento normativo della Convenzione di Instabul, deve uscire fuori dal gineceo e diventare principalmente patrimonio degli uomini. Da quelli di Stato, ai padri, ai mariti, ai figli. Sono loro i protagonisti di una società maschile che uccide per cultura più che per natura.

Vorremmo fosse dedicata a loro la nuova pubblicità progresso. Non una, come quella lanciata dalla Carfagna contro l’omofobia, in cui non importava il sesso (discutibile peraltro), ma una nuova in cui il sesso e la differenza biologica siano rimessi al centro e compresi nell’assoluta disparità che non è diseguaglianza. A questo dovrebbe tendere l’evoluzione culturale di una società legata ancora ad arcaismi d’ignoranza e a parametri di forza. Intanto riconoscersi per quello che si è.

La legge e la mano dura delle forze dell’ordine (fronte su cui gravano altrettanti gravi lacune) dovranno poi diventare lo strumento indispensabile e parallelo per arginare la mattanza. La cronaca ci racconta di pene scontate, di centri anti-violenza senza fondi, di un 60% delle donne uccise tra coloro che denunciano perché non protette abbastanza.

L’emergenza che vivono le donne italiane ha bisogno di teste all’altezza e di esempi, di paradigmi. Sarà questo a fare la differenza, quella che tornerà a rappresentare un valore e un modello di pensiero per mano, questo certamente, non di dilettanti esperte di genere a seconda dei casi.

Rosa Ana De Santis - Altrenotizie

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