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Se non le donne, chi?

Se non le donne, chi?

(11 Dicembre 2011) Enzo Apicella

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Figlie di chi?

(1 Luglio 2013)

I media e i loro stimati opinionisti (di solito maschi, ma non necessariamente) vendono l’oggettificazione sessuale con lo stesso ritornello di uno spot pubblicitario che anni fa vendeva uno shampoo: una donna oggettificata è libera e desiderante, sceglie autonomamente, ed è bella – veramente bella – nei capelli (e nel resto, si capisce). Alternativamente, a me come femminista non convinta da questo andazzo, si dice o che sono “moralista” o che tutte queste tizie perennemente scosciate e in vendita sono “figlie mie” – e cioè, sarebbero il prodotto delle lotte femministe. Numero 1: se avere dei valori etici, se riconoscere potenzialità e limiti del mio essere umana in una comunità di esseri umani (e quindi sapere che il mio “desiderio” non basta a legittimare il mio intervento nelle vite altrui), se rifiutare di permettere all’ideologia patriarcale di definire di nuovo – anche se proprio nuovo il costrutto non è – cos’è una donna, fa di me una moralista, benone, chiamatemi come preferite. Ma chiamarmi come vi pare non fa di me ciò che voi pensate io sia. Per cui, dismettere quel che dico con “Ah be’, è una moralista” e voltare pagina è solo troppo comodo. Numero 2: No, non sono figlie mie. Il mondo che io ho sognato, assieme ad altre, che ancora sogno, non è quello che abbiamo sotto gli occhi. Non mi sono fatta trascinare in questura e calpestare durante manifestazioni perché la nozione popolare di sessualità femminile fossero le gioie dell’oggettificazione servile e la perenne tensione a soddisfare lo sguardo e la libido maschile, o essendo “seduttiva” o essendo famosa per i migliori lavoretti fra le lenzuola.

L’unica cosa cambiata nelle regole patriarcali che governano come e quando una donna deve essere “sessuale” è la tiritera ossessivamente ripetuta che essere oggetti agli occhi degli uomini è “quel che le donne vogliono”. Non vi suona un po’ come: Se non puoi batterli, unisciti a loro? Quanto liberato è questo scenario, in cui mettiamo ancora la firma sotto il copione patriarcale che descrive in modo normativo cosa la sessualità di una donna deve essere? Che tipo di sessualità autonoma, desiderante e liberata è quella esclusivamente funzionale al piacere altrui?

Vediamo di capire di che stiamo parlando. L’empowerment sessuale, l’essere sessualmente libere/i, è una condizione di attività, legittimità, autonomia, che serve se stessa. L’oggettificazione sessuale è una condizione di passività in cui il controllo è in mano altrui, è priva di potere e “sacrificale” (serve altri, non il sé). Il problema dell’oggettificazione sessuale è che veicola nelle teste umane, con la grazia e la persistenza di un martello pneumatico a pila atomica, queste idee: 1) la sessualità femminile appartiene a chiunque, tranne che alla donna stessa; 2) una donna sessualmente attiva e libera è quella capace di compiacere al massimo grado i suoi partner, e non se stessa; 3) il “proprietario” dell’oggetto-donna ha diritto a ricevere dalla stessa prestazioni sessuali quando e come le desidera, e un eventuale rifiuto da parte di lei legittima persino reazioni di violenza estrema, stupro ed omicidio compresi.

Una mia giovane conoscente dice di star abituandosi al fatto che il suo ragazzo non solo non si preoccupa del suo piacere quando hanno rapporti sessuali, ma neppure la tocca. Per il passato ha chiesto al ragazzo perché, ma lui le ha risposto che non gli è “necessario” toccarla o accarezzarla o stimolarla per avere, lui, un orgasmo. Giusto: con la pappardella dei liberi oggetti femmine assai desideranti non hanno ingozzato solo lei, l’hanno cacciata giù per la gola anche a lui. E se la società gli dice che la soddisfazione di una donna si basa interamente su quanto bene ella soddisfa il suo partner di sesso maschile, perché diavolo lui dovrebbe fare qualcosa d’altro? Una volta che lui sia soddisfatto lei sarà, com’è ovvio, al settimo cielo…

Il proprietario dell’oggetto-donna pensa logicamente che lei sia in dovere di fornirgli del sesso: è un attrezzo per la sua gratificazione. Un adulto razionale con desideri sessuali sa che nessuno gli deve sesso: perché sa di avere a che fare con altri esseri umani, riconosce che essi hanno una propria autonomia e la signoria sui propri corpi e che il suo desiderio non è autorizzato ad oltrepassare i confini del diritto di ciascuno/a a veder rispettate tali autonomia e signoria. L’atteggiamento del proprietario favorisce la violenza sessuale; ogni stupratore si sente legittimato ad usare le donne sessualmente, senza darsi alcun pensiero della libertà e del desiderio di un corpo che sta volontariamente riducendo in servitù, ma anche il molestare sconosciute e conoscenti e colleghe, il biasimo gettato sulle vittime, hanno alle spalle gli stessi “annunci pubblicitari” socioculturali. Cosa c’è di nuovo e di liberatorio nella descrizione monolitica della sessualità maschile come aggressiva, insaziabile e irresponsabile e di quella femminile come volontaria disponibilità passiva? Esistono tante sessualità quante sono le persone esistenti, maschi e femmine, che le esprimono. E nessuna è meglio o peggio di un’altra, migliori o peggiori possono essere i modi in cui si decide di esprimerle. Volete vedere in pratica la differenza fra la libertà sessuale e l’oggettificazione sessuale? E’ quella fra lo sguardo delizioso del/della vostro/a amante quando vi togliete la blusa e lo sguardo del tizio per strada che passa su di voi come uno straccio sporco; è quella fra le parole incendiarie del/della vostro/a amante nell’intimità e le parole che un tizio vi urla tirando giù il finestrino dell’automobile o che vi sussurra sbavante all’orecchio in autobus. Lo scenario della libertà sessuale prevede attori egualmente titolati a scegliere quale storia desiderano rappresentare, e se la storia è sempre e solo quella della realizzazione delle fantasie di dominio maschili, io vi ripeto che le “figlie” ammesse a recitarla a giudizio altrui (alla faccia della loro volontarietà) sono figlie del patriarcato, non mie. E quand’anche ottengano dalla rappresentazione soldi, appartamenti e servizi fotografici o televisivi non ottengono ne’ autonomia/potere effettivo, ne’ effettiva libertà sessuale, perché dipendono sempre dal desiderio e dall’approvazione del proprietario. Parafrasando Celie ne “Il colore viola” la sottoscritta sarà povera, brutta, non saprà cucinare (e invece sì!), ma non deve chiedere il permesso a papà paperoni per essere libera di godersi il proprio corpo e la propria sessualità. Vedete un po’ voi chi desidera e sceglie autonomamente e chi no.

Maria G. Di Rienzo - lunanuvola's blog

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