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Suicidio Sutton, il giornalismo che infastidisce il potere

(21 Ottobre 2015)

sutton

La vicenda della giornalista inglese Jacky Sutton, ex volto della Bbc e direttrice dell’Institute for war and peace reporting, trovata morta (suicida sostiene la polizia turca) in un bagno dell’aeroporto internazionale Atatürk di Istanbul, è tutta interna al conflitto di destabilizzazione mediorientale che si combatte anche sul fronte della controinformazione e disinformazione. La cinquantenne era una reporter navigata. Aveva avuto esperienze su reali fronti di guerra in Iraq e Afghanistan, seguìti non da embedded nei compound o negli alloggi messi a disposizione dalla Nato, ma attraverso la rete pacifista e quella della guerriglia resistente. Doveva recarsi nei territori kurdi e, secondo la ricostruzione delle indagini, avrebbe perso un aereo verso quella destinazione (Erbil). Avrebbe dovuto acquistare un nuovo biglietto ma non aveva denaro sufficiente (versione degli investigatori), sebbene sul suo corpo siano stati trovati 2300 euro. Da lì il folle gesto d’impiccarsi coi lacci delle scarpe (sic) al quale nessuno dei colleghi e di chi l’ha conosciuta crede. Molti ricordano l’umanità della Sutton, la sua determinazione femminile, la serietà professionale, la competenza approfondita con un dottorato nel Centro di studi islamici australiani. Non era afflitta da problemi personali o depressione.

Il sospetto è che il suo sia l’ennesimo omicidio volto togliere di mezzo le figure sgradite del giornalismo investigativo e di quello che s’avvicina alle componenti in lotta contro i progetti d’un potere che ridisegna angoli del mondo. La Turchia erdoganiana è uno di questi sistemi. Da almeno un biennio sta lanciando un attacco senza esclusione di colpi nei confronti dei media, e alle maniere forti (censure, carriere stroncate, arresti) può far seguire anche azioni losche, mirate a rimuovere l’ingombrante presenza dei cronisti scomodi. Metodi già usati da autocrati, il caso Putin è noto, che odiano l’informazione alla stregua di qualsivoglia manifestazione di dissenso verso la propria personalizzazione del comando. L’organismo nel quale Sutton era impegnata negli ultimi anni promuoveva il giornalismo nei luoghi di guerra e aveva già dovuto piangere una vittima: il direttore Ammar al-Shahbander, ucciso nello scorso maggio da un’auto-bomba a Baghdad. Lei aveva preso il suo posto e c’è chi ha pensato di imitarne anche l’uscita di scena. Il Direttore esecutivo dell’istituto ha chiesto al governo di Ankara un’indagine approfondita e trasparente, ma il suo appello finora non è stato supportato da note di Downing Street.
21 ottobre 2015

articolo pubblicato su enricocampofreda.blogspot.it

Enrico Campofreda

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