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L'ultimo ramoscello

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(3 Aprile 2013) Enzo Apicella

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LA VITA È BELLA

Sei storie dal Kurdistan in guerra

(1 Febbraio 2016)

Gever

Gever

Qui i viaggi in autobus, percepiti di solito come eventualità noiose e seccanti, si trasformano in introspezioni che attraversano anime e pensieri. Perché i paesaggi di Bakur sono di una bellezza irreale, che cattura: lande collinose frastagliate dove mucche, pecore e asini appaiono immobili, come se qui il tempo non esistesse; brutali rupi massicce, a volte nude, a volte pesantemente vestite di nevi; fiumi e ruscelli che si fanno strada tra le pietre, straziandone le forme e donandone di nuove. Un impulso si manifesta impetuoso: andare, spezzare un ramo e farne un bastone, toccare tutto, sentire la neve, le rocce, l’acqua, i cespugli e gli alberi.

La sublime trascendenza dei monti, che su tutto regnano calmi e immutabili, fa da eco al proprio sé: come potremo mai rendere quello che abbiamo visto qua? Certo possiamo raccontare, dalla prospettiva dell’osservatore, delle barbarie della guerra dello stato turco e degli interessi strategici degli stati occidentali, dei conflitti e dei morti, della disperazione e della speranza. Ma quello che abbiamo vissuto qui, come l’abbiamo vissuto e come ci ha cambiato, è assai più concreto poiché ha a che fare con persone reali e con le loro autentiche storie. Stringere le mani, ascoltare le voci, vedere quella leggera alterazione d’espressione sul viso di quel giovane uomo mentre dice: “qui la vita significa aspettare la morte”.

Questi sei aneddoti narrano di alcune delle persone che abbiamo incontrato e imparato ad amare.

I ponti indistruttibili

Ahmet Kaya è il cronista poetico di gioie e dolori, di speranze e paure degli uomini di questa terra. Chi conosce le sue canzoni le ascolta ovunque la vita pulsi con forza. Nelle umili case davanti a piccole stufe, nei caffè e nei Mehane, al lavoro e nei campi, dietro alle barricate e nelle trincee. Lo stesso Ahmet Kaya fu perseguitato e avvilito a causa della sua identità kurda. Scrisse una canzone per Andrea Wolf, internazionalista tedesca uccisa nel 1998 dai militari turchi, Mavinin Türküsü. ‘Seni vuran beni de vursun’ – che significa: lui che ti ha ammazzato, ammazzi anche me.

A Nusaybin, una città in cui fu versato molto sangue, c’è un quartiere che si chiama Firat Mahallesi. È una roccaforte del movimento kurdo, di questi tempi dunque è in stato di guerra. Come d’altronde parecchie zone in cui persistono i combattimenti, è un luogo difendibile più facilmente grazie alle barricate naturali di cui dispone. Che a Sur sono le antiche mura intorno al rione storico e ai suoi vicoli stretti, a Gever e Hakkari sono il ghiaccio e la neve; a Nusaybin è un piccolo ruscello che soltanto un ponto permette di attraversare; questo ponte lo hanno chiamano Ahmet-Kaya-Köprüsü (‘Köprüsü’ significa ponte in turco, N.d.T.) in onore del grande poeta.

Sul Ahmet-Kaya-Köprüsü c’è un camion perforato da proiettili, qualche metro più in là iniziano le barricate con appesi teloni e lenzuoli che servono a ripararsi dai cecchini. Con la nostra accompagnatrice, una giovane donna coraggiosa arrivata qui allo scoppiare della guerra per portare il suo aiuto, andiamo sul ponte e ci rendiamo conto che nel mezzo si è aperto uno squarcio. Qualcosa ha colpito il ponte e aperto una ferita nel cemento, senza riuscire però a distruggerlo.

Chiediamo se si è trattato di un colpo d’artiglieria: “No” ci risponde, e ride. “I nostri giovani volevano far saltar in aria il ponte, per impedire il passaggio di carri armati e Akrep (blindati, letteralmente ‘scorpione’ in turco, N.d.T.). Ma come potete vedere, il ponte ha resistito.” Non potrebbe essere altrimenti, dice il mio amico Mehmet. “È un ponte Ahmet Kaya, come si può riuscire a farlo esplodere?”

Feroci guerrieri

Addentrandoci nel quartiere incontriamo dei combattenti delle YPS, le unità di difesa civile (Yekîneyên Parastina Sivîl) recentemente costituitesi. ‘Terroristi’ li chiama lo stato, ‘combattenti professionisti del PKK che scendono dalle montagne, occupano zone della città e si servono della popolazione per i loro scopi’. Insieme a questi feroci guerrieri trascorriamo un’intera giornata: soprattutto bevendo te, chiacchierando, sedendo intorno alla stufa ad ascoltare uno dei giovani cantare una canzone, giocando con un cane randagio. Il terrore nella sua forma più sottile.

I combattenti delle YPS che incontriamo qui e che si preparano alla difesa del loro quartiere in vista del prossimo attacco sono occupati 24 ore su 24 a erigere barricate. Scolpendo via pietre dalla strada per accatastarle ordinatamente formano muri alti e solidi. Potrebbero anche costruire scuole, centri culturali o padiglioni, se lo stato non li costringesse a questo tipo di manodopera. Siccome alla fine siamo giornalisti e vogliamo fare delle riprese, viene preso un accordo: possiamo filmare i combattenti mentre pattugliano il quartiere. Camminano per i vicoli con i loro kalashnikov, uno di loro ha un piccolo lanciarazzi. Per terra è bagnato, si fermano ad una pozzanghera. Prendono la rincorsa, saltano, alcuni atterrano con un piede nell’acqua. I bambini, che osservano lo spettacolo, ridono, i combattenti ridono, noi ridiamo. Non proprio così marziale.

Questi giovani non sono mortali macchine da guerra ammaestrate come le unità speciali composte da fanatici che si trovano a combattere. Sono obbligati a difendersi. E sono decisi a difendersi. Perciò hanno imparato come si fa e sono diventati bravi a farlo. In ogni caso, ce li si immagina molto più facilmente a bigiare scuola con gli amici, o a spasso col primo amore, o sul campo da calcio, piuttosto che al grilletto di un’arma perforante.

Dopo un po‘, penso: per la prima volta dopo giorni mi sento sicuro. Prima eravamo a Sur. Le unità speciali della polizia ci hanno arrestato e hanno minacciato di farci sparire. Ogni volta che passiamo davanti a soldati o sbirri tutti bardati, temiamo di esser portati via. Si sentono scoppi continuamente, colpi d’arma da fuoco, esplosioni. Solo qua, dietro le barricate, c’è pace. Sappiamo di essere tra gente che non uccide solo per quello che uno pensa. La Turchia è un paese dove ci si può sentire in qualche modo sicuri solo nei territori controllati dai ‘terroristi’.

Due case, nessuna persona

Da un’altra parte siamo ospitati da una famiglia i cui due bambini sono sicuramente due delle più dolci creature che hanno visto la luce di questo mondo. Siamo accolti da un abbondante e prelibato Maklube, un piatto tradizionale arabo; più tardi sediamo insieme e chiacchieriamo. Anche qui hanno fatto scorte e sono pronti al prossimo coprifuoco. Da loro, acuti osservatori, impariamo molto sulla attuale situazione. Due storie che raccontano la reazione alla guerra dei bambini.

Lei che ha preparato quel Maklube grandioso, a sua volta insegnante, ci mostra dei disegni fatti a scuola dai bambini all’età di sei/sette anni. In quasi tutti i disegni ci sono blindati e omini stilizzati che con la bocca all’ingiù esplodono colpi di munizioni stilizzate a matita. Polizia, spari, morti – questi sono i temi dei piccoli artisti. Tra queste opere c’è n’è una che si distingue. Due case colorate, un po’ di pioggia. L’insegnante racconta di quanto questo disegno le abbia fatto piacere, dato che è l‘unico in cui non incalza la guerra. Poi chiede alla bambina come mai non ha disegnato persone. “Non posso disegnare persone adesso. C’è il coprifuoco. Non possono uscire”, risponde la bambina.

Fuochi d’artificio al matrimonio

Più tardi parliamo con il marito dell’insegnante. Chiediamo come hanno reagito i bambini ai combattimenti. “Abbiamo provato a tenerli lontani”, spiega lui. “All’inizio ho raccontato loro che erano fuochi d’artificio di un matrimonio. Tutte le sere si sposa qualcuno. Mi sono sentito come Benigni nel film ‘La vita è bella’.” Non può andare avanti molto, ovviamente. Anche i bambini vedono la loro città in televisione, parlano con altri bambini che tra un coprifuoco e l’altro incontrano a scuola. “Ad un certo punto mi ha chiesto: papà quanto dura ancora il coprifuoco?”.

Nei quartieri più colpiti l’impatto sui bambini è ancora più drastico. Diventano adulti molto presto. Certo, camminano ancora in gruppo intorno a noi bizzarri visitatori, giocano, ridono e ci prendono in giro. Ma quando chiediamo loro cosa sta succedendo e come percepiscono la situazione, si fanno seri. Sanno bene cosa accade. Sanno chi è il nemico e sanno che intenzioni ha.

Fortuna e sfortuna

Prima di proseguire per Gever, telefoniamo un giovane che abita in un villaggio della regione. Gever è una roccaforte del movimento kurdo e si trova in prossimità dei monti. Gli chiediamo se e come possiamo raggiungere Gever. Ci dice di prendere un minibus dalla città di Van. Quando parte, vogliamo sapere. Partono alle sei di mattina, risponde. “Ma partono solo quando sono pieni”. Pignoli come siamo, vogliamo sapere esattamente quando. “Potete andare a dare un’occhiata intorno alle sette. Magari ne parte uno, altrimenti aspettate una mezz’ora o un’ora.” “Sarà la sorte a decidere quando arriviamo, dunque?” chiediamo burocratici, siccome ci siamo fatti una tabella di marcia. “Certo che è la sorte a decidere, Abi. Siete in una terra in cui è la sorte a decidere se vivete o morite” ci risponde ridendo.

Niente più paura

E ha ragione. Spesso ascoltiamo storie di morti svelte e imprevedibili. Come quella di Melek A., che faceva colazione a casa sua a Sur-Iskenderpasa, quando un colpo fuori traiettoria sfonda il muro e la uccide. O quella di civili che, nonostante le bandiere bianche, vengono ammazzati nelle strade di Cizre. La vita e i corpi sono minacciati ovunque, e appena arrivati è stata una sensazione nuova per noi. Non lo si vuole ammettere, ma in qualche modo si ha paura. Cammini su una strada dove alla fine c’è un edificio alto, occasionalmente usato dai cecchini turchi, e pensi: ci sarà qualcuno a sparare da lassù? E adesso si è spenta la luce? Ti senti codardo, perché vedi tutta questa gente che qui ci vive e combatte.

Col tempo ci si accorge da cosa dipende, da dove viene il coraggio di stare dietro a queste barricate a lottare contro ad assassini e ad una superpotenza tecnologica. Non è solo l’abitudine al terrore dello stato e l’odio verso i carnefici della propria famiglia, dei propri amici e compagni, che fa svanire la paura. Certo, aiutano. Ma c’è qualcos’altro che sentiamo qui.

A Gever, una città in cui l’HDP ha preso il 93% alle scorse elezioni e in cui con ‘governo’ non si intende mai Ankara bensì i monti di Kandil o la prigione di Imrali, ho avuto la possibilità di passare un giorno e una notte in un accampamento in cui erano tutti costantemente all’erta. Sedevano accanto alle stufe a legna, sopra le quali veglia l’immagine di Önder Apo, parlano, ridono, cantano, bevono tè. Si mangia insieme, si lavora insieme, si condivide tutto. La sera inizia il corso di kurdo, si esercitano le sonorità difficoltose della propria lingua, vietata nelle scuole pubbliche. Poi si gioca a Vampir, un gioco che a Istanbul si chiama Mafia e in cui parlando si deve scovare chi è – a seconda della versione – il gangster o il vampiro nascosto.

Qui, come dietro le barricate di Nusaybin, nel centro delle donne di Van o al centro culturale di Sur, non c’è bisogno di lunghe interviste sul ‘confederalismo democratico’; si devono solo aprire gli occhi. La vita collettiva del movimento kurdo ci fa sentire, anche a noi che qui siamo stranieri, quella protezione umana che permette di sconfiggere la paura. ‘Seni vuran beni de vursun’ non è una frase vuota. È l’espressione di un sentire vitale in cui gli altri smettono di essere percepiti come barriere o limiti a sé stessi, e si diventa persone tra le persone, con le persone.


di Peter Schaber (da lowerclassmag.org)

Traduzione di Trevis Annoni

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