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(4 Agosto 2012) Enzo Apicella

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(Il saccheggio del territorio)

USO/CONSUMO, RIUSO/RIGENERAZIONE

Riflessioni a margine delle attuali politiche di rigenerazione urbana

(22 Febbraio 2018)

Pubblichiamo il secondo dei contributi del Comitato per la riapertura del Cinema Galaxy al dibattito svoltosi il 15 febbraio alla Casa del Popolo "Giuseppe Tanas" in relazione al libro Roma, alla conquista del West.

Choay

Françoise Choay

Il legame fra organizzazione sociale e organizzazione del territorio proietta il rapporto uomo-natura nella dimensione politica, investendo la sfera del diritto e della libertà d’uso e consumo della risorsa terra. In un contesto capitalistico tale risorsa si fa merce e, citando D. Lepore (Il nodo ecologico nel marxismo del XXI secolo), “L’uso capitalistico della merce terra, coltivabile [o edificabile], è lo stesso di quello della merce forza-lavoro: la valorizzazione, la capitalizzazione, finanziaria o industriale, che non servono più a soddisfare il complesso di bisogni dell’uomo, né il suo ambiente naturale, ma a depredarli entrambi […] Il risultato non può essere che la crisi, la diseguaglianza, l’anarchia o il caos”.
Da qui discende la grande contraddizione dell’urbanistica moderna, che se da un lato individuava nella razionalità dell’intervento pubblico l’unica via per arginare l’irrazionalità caotica della città capitalista, in vista del benessere sociale, dall’altro si inseriva in una cultura, quella del Moderno, ossessionata dal consumo e dal benessere economico (quasi mai coincidente col benessere sociale). Ed è in questa equazione riduttiva tra consumo e benessere, la causa prima della distruzione dello spazio naturale e dello “spazio politico”, inteso (nell’accezione di Hannah Arendt) quale spazio pubblico del dialogo civile e della relazione. La cosiddetta “impoliticità” del mondo moderno, denunciata dalla Arendt, si riflette di conseguenza nella dimensione depoliticizzata dell’urbanistica, che nell’analisi di Françoise Choay si associa alla mancanza di una visione globale della società, da cui consegue la mancata riflessione sullo spazio pubblico quale luogo comune dell’agire in comune.
La critica all’urbanistica moderna avviata a partire dagli anni ’60 (da L. Mumford, a J. Jacobs, a M. Tafuri, per citarne alcuni) muove dunque dall’esigenza di ricostruire il nesso tra dimensione politica dello spazio pubblico, prospettiva eco-sociale e memoria, quest’ultima cancellata in nome di un’ideologia del “nuovo” che aveva legittimato le tabule rasa degli anni ‘30 (dagli sventramenti della Roma fascista, al piano di Le Corbusier per Parigi, che prevedeva di radere al suolo la città storica).
All’interno di questa revisione critica del Moderno, intorno agli anni ’70, sull’onda di nuove istanze ecologiche e sociali, trova spazio una nuova cultura dell’abitare, che attribuisce al patrimonio edilizio esistente nuovi valori d’uso e nuovi valori simbolici e sociali legati al diritto alla casa, al risparmio energetico, alla partecipazione e a più generali aspettative di riqualificazione dell’habitat urbano e naturale.
In tale clima di impegno eco-sociale si impone, e si ideologizza, la strategia del recupero, interessando prima i centri storici, successivamente (negli anni ‘80) le aree e gli edifici industriali dismessi, e infine le periferie dormitorio.
Nascono così in Europa e in Italia diverse esperienze di recupero, più o meno partecipato, degli scheletri della storia antica e moderna. Nuove ipotesi di convivenza a partire dall’esistente, che tentano di restituire alla collettività quello “spazio politico della memoria e del discorso” senza il quale perderebbe senso ogni istanza ecologica. Le parole chiave di quegli anni sono: “riuso”, “recupero”, “riqualificazione urbana”, “partecipazione”, ed è figlia di quegli anni la legge italiana 457/78 per l'edilizia residenziale, che istituisce i Piani di recupero del patrimonio edilizio esistente.
Arriviamo all’Italia di oggi, dove il rapporto tra abitanti e spazio pubblico è stato logorato da decennali logiche di mercato che inducono a vivere le città nei non luoghi dei centri commerciali o dei grandi multisala, cui attingere per soddisfare bisogni più materiali che culturali. In tale contesto, i bei principi degli anni ’70 rischiano di diventare degli slogan di facciata per nascondere vecchie politiche speculative urbane. Pensiamo ad esempio alla centralità assunta dal principio della “rigenerazione urbana” che permea i discorsi politici e gli strumenti d’intervento delle regioni, mi riferisco in particolare alle attuali leggi regionali sulla rigenerazione urbana e il recupero edilizio (nel Lazio la recente L.R.7/2017), che nate come contraltare all’espansione urbana e al consumo di suolo, rischiano al contrario di diventare una copertura ideologica per interventi svariati e fortemente impattanti sul territorio. Si parla infatti di: demolizione e ricostruzione di singoli edifici o interi quartieri; recupero di aree dismesse fino a intere parti di città; cambi di destinazione d’uso con incremento delle superfici fino al 20%, e fino al 30% per insediare attività commerciali all’interno di centri culturali polifunzionali, cinema e teatri.
Tali interventi, senza una forte presenza del pubblico, rischiano di seguire finalità più economiche che sociali, volte ad attrarre investimenti e consumatori, e avviare processi di gentrificazione (quale valorizzazione capitalista di un’area urbana) che trasformano e snaturano il tessuto socioculturale preesistente.
Il limite di queste leggi è che affidano un ruolo centrale all’iniziativa del privato al di fuori di un inquadramento strategico generale, avvallando un approccio frammentato alla trasformazione urbana, in nome di un’urbanistica flessibile che procede caso per caso attraverso operazioni eterogenee e non coordinate, nell’attesa indefinita di un futuro, quanto troppo generale, “Piano Nazionale per la Rigenerazione Urbana Sostenibile” prospettato dalle realtà culturali e professionali del settore (CNAPPC, ANCI, Regioni, ANCE, Legambiente, ecc.).
D’altronde la prassi del pianificar facendo e il trionfo degli Accordi di programma, sono figli di quella stessa deregulation iniziata negli anni ’80, che considera il PRG come un ostacolo al libero sviluppo delle attività economiche sul territorio, e dunque da ridimensionare a strumento non prescrittivo ma facilmente modificabile attraverso successive varianti.
A Roma, la contrattazione tra amministrazioni pubbliche e proprietà fondiaria è diventatata così abituale che è stato istituito un apposito assessorato alla deroga (unico caso in Italia).
La rinuncia a una pianificazione territoriale, sostituita da una miriade di progetti urbani di limitate dimensioni, ha dei precedenti lontani, già negli anni 60 infatti, Italo Insolera affermava che Roma aveva avuto solo due piani regolatori validi, quello del 1909 e quello del 1931, “poi una marea di varianti, di piani particolareggiati, di progetti di piano” (Il piano regolatore delle Olimpiadi).
Le recenti leggi regionali sulla rigenerazione urbana non sfuggono a questa logica, presentando aspetti ancora poco definiti riguardo il confine tra il ruolo del privato e quello del pubblico.
Pertanto, come conseguenza della crisi dell’urbanistica e della sua visione dal generale al particolare, si cercano risposte nel pragmatismo e nella cultura del progetto a scala urbana, che rilancia il ruolo del progettista. Non a caso i piani di rigenerazione urbana vengono accolti con molto entusiasmo e aspettative dal mondo dell’architettura e dei suoi ordini professionali, che vedono nelle politiche di rigenerazione urbana un’occasione per ridisegnare parti di città secondo i più innovativi criteri europei di inclusione, resilienza, sostenibilità, e di una governance urbana fondata sulla compartecipazione di più soggetti nel processo decisionale di organizzazione e sviluppo regionale del territorio. In particolare il Consiglio nazionale degli architetti (CNAPPC) “identifica nelle politiche di rigenerazione urbana sostenibile un’irripetibile e improrogabile occasione per stimolare concretamente la riqualificazione architettonica, ambientale, energetica e sociale delle città italiane”.
Noi ce lo auguriamo, ma il problema di come gestire il rapporto con la proprietà e le esigenze del mercato resta aperto, inoltre dietro questi percorsi “democratici” restano sempre fuori i cittadini, nonostante la legge del Lazio faccia un vago riferimento all’incentivazione della partecipazione civica.
Effettivamente ogni trasformazione sana del territorio non dovrebbe prescindere dalla partecipazione dei cittadini alla pianificazione. Ma dove sono questi cittadini organizzati, capaci di vedere oltre il conflitto anche il rapporto con le istituzioni, capaci di interagire con le forze politiche, di far dialogare enti e istituzioni spesso privi di coordinamento, richiamandoli alle loro responsabilità?
Tornando al tema iniziale, venuto meno lo spazio politico del dialogo, spezzato il legame tra abitante e spazio pubblico, ridotto a un contenitore di singoli in balia di derive individualiste e autoritarie, vengono meno anche il senso di appartenenza al territorio, e con esso il coinvolgimento, il senso di responsabilità e la partecipazione.
La depoliticizzazione dell’urbanistica cui assistiamo oggi, è dunque lo specchio di una più generale depoliticizzazione della vita stessa e, viceversa, di una devitalizzazione della politica, che trasforma il cittadino in uno spettatore passivo all’interno di un sistema sempre più oligarchico.

Daniela Maurizi - Comitato per la riapertura del Cinema Galaxy

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