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Morti bianche

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(1 Settembre 2011) Enzo Apicella

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(L'unico straniero è il capitalismo)

Dividere, emarginare, reprimere i proletari: questa è da sempre la parola d’ordine della classe dominante

(12 Gennaio 2019)

la situazione della classe operaia in inghilterra

La dinamica degli eventi che sta dietro l'esplosione del cosiddetto “movimento dei gilet gialli” è per noi importante perché segnala il profondo disagio sociale che matura in seno a quella che è la sesta potenza mondiale, nel cuore stesso dell'Europa e del suo capitalismo stramaturo. Al di là delle (minime) concessioni che il governo francese ha dovuto fare per smorzare l’impatto delle proteste, proviamo a domandarci: questa dinamica coglie forse di sorpresa la classe dominante, come da troppe parti s'è voluto credere e far credere, disegnando così del tutto improbabili scenari pre-rivoluzionari? Rispondiamo con forza: NO! La classe dominante sa bene, per esperienza storica plurisecolare, qual è il suo nemico storico. Sa bene che, a un certo punto della storia (“storia di lotte di classe”, come ricorda e sottolinea il Manifesto del Partito Comunista del 1848), essa si troverà di fronte il proletariato spinto dalle condizioni materiali a confrontarsi direttamente con essa e con il suo braccio armato (lo Stato). E dunque si prepara da lungo tempo a quell'evento. O meglio: non ha mai cessato di prepararsi.
Nell'immediato secondo dopoguerra, dopo un nuovo massacro imperialista mondiale e all'alba di una nuova ubriacatura democratica e controrivoluzionaria, il nostro partito non ha esitato a ricordare ai proletari come il regime borghese sia sempre e comunque un dominio che si esplica sia in forme virtuali, di contenimento e influenzamento ideologici, sia in forme effettive, di repressione aperta e sanguinosa. Scrivevamo così in “Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe” (1946-48):
“... ciò che interessa è mostrare che anche in lunghe fasi di amministrazione incruenta del dominio capitalistico, la forza di classe non cessa di essere presente e la sua influenza virtuale contro i possibili scarti di individui isolati, di gruppi organizzati o di partiti, resta il fattore dominante per la conservazione dei privilegi e degli istituti della classe superiore. Abbiamo già annoverato tra le manifestazioni di questa forza di classe, non solo tutto l'apparato statale con le sue forze armate e la sua polizia, quando anche resti con l'arma al piede, ma tutto l'armamentario di mobilitazione ideologica giustificatrice dello sfruttamento borghese, attuato con la scuola, la stampa, la chiesa e tutti gli altri mezzi con cui vengono plasmate le opinioni delle masse. Questa epoca di apparente tranquillità è solo turbata talvolta da inermi dimostrazioni degli organismi di classe proletari, e il buon borghese può dire, dopo il corteo di Primo Maggio, come nei versi del poeta: 'grazie a Cristo e al questore, anche questa è passata'. Allorché il turbamento sociale brontola più minaccioso, lo stato borghese comincia a mostrare la sua potenza con le misure di tutela dell'ordine: un'espressione tecnica della polizia di stato dà una felice idea dell'uso della violenza virtuale: 'la polizia e le truppe sono consegnate nelle caserme'. Ciò vuol dire che non si combatte ancora sulla piazza, ma se l'ordine borghese e i diritti padronali fossero minacciati, le forze armate uscirebbero dalle loro sedi e aprirebbero il fuoco”1.
Va da sé che questo passaggio da violenza virtuale a violenza effettiva non è mai meccanico, banalmente causale o automatico, ma s'intreccia alle dinamiche economiche e sociali che caratterizzano il modo di produzione capitalistico e le sue configurazioni politiche. Abbiamo già ricordato più volte che, dopo il 1945, il passaggio dalla dittatura aperta (fascismo) a quella nascosta (democrazia) non ha fatto altro che trasmettere dalla prima alla seconda le caratteristiche sostanziali in termini economico-finanziari e politico-sociali. E dunque abbiamo chiamato la seconda democrazia blindata o democrazia dittatoriale, con buona pace delle “anime belle” che inorridiscono al solo pensiero e ci tacciano di “folli vaneggianti”. Non solo: i proletari sanno bene (anche se poi non riescono a liberarsi delle relative illusioni) che l'alternarsi del bastone e della carota è una loro realtà quotidiana.
Ciò a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, in tutti i Paesi, è un irrigidimento e ampliamento delle misure repressive: come dire, la borghesia si prepara a uno scontro che sa (essa sì!) essere inevitabile. L'abbiamo documentato a proposito degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia, della Germania e dell'Italia – vale a dire, il cuore del “vecchio capitalismo”. Ma il discorso vale, come anche abbiamo rilevato, per Cina, India, Brasile e così via. E' in questo contesto, dunque, che vanno lette le misure adottate di recente in Italia con il famigerato “Decreto Sicurezza”, partorito dalla classe dominante attraverso il suo più recente governo, giallo-verde: una classe dominante che – ci piace sempre ricordarlo – non ha mai abrogato completamente l'altrettanto famigerato Codice Rocco di mussoliniana memoria, applicandolo integralmente o interpretandolo in varia maniera, ogniqualvolta faceva comodo. Ed è proprio in linea con questa continuità che il recente decreto va considerato: non il frutto della subumana volontà di potere di questo o quel personaggio/partito, ma la logica attuazione delle necessarie (per la classe dominante) misure repressive, attuali o preventive. Che poi queste misure trovino il loro strumento in questo o quel burattino più o meno spregevole non toglie nulla, e sarebbe il caso di rendersene conto! Così, il “Decreto Sicurezza” è il provvisorio punto d'arrivo di un percorso che, stando solo agli ultimi decenni, ha visto una serie di tappe che si chiamano (e ci spiace dover utilizzare i nomi dei burattini) “Legge Turco-Napolitano”, “Legge Bossi-Fini”, “Decreto Minniti-Orlando”, “Decreto Lupi” – per l'appunto, la continuità.
Se poi vogliamo entrare nello specifico del “Decreto Sicurezza”, il suo carattere anti-proletario è evidente fin dagli inizi. Sottolineiamo: anti-proletario, perché è questo il suo senso reale. Non solo “anti-immigrati”, come tutte le congreghe di “anime belle” continuano a interpretarlo, spargendo lacrime e buoni sentimenti sempre utili a velare la realtà. Il decreto è anti-immigrati in quanto è anti-proletario: distinguere fra immigrati e proletari, battere insistentemente su uno degli aspetti dimenticando l'altro, significa introdurre ulteriori divisioni all'interno di un proletariato che, come è nella sua natura di obbligato (per sopravvivere) venditore della propria merce forza-lavoro, è ed è sempre stato internazionale, frutto di epocali migrazioni mondiali verso i luoghi in cui più famelico è il capitale.
Diciamo di più: lo “schifo della politica borghese” (come abbiamo scritto nel numero scorso), sia “di destra”, “di centro” o “di sinistra”, è tale che tutto ciò – la becera messa in campo delle misure repressive come pure gli strilli di moralità offesa delle “anime belle” – è esclusivamente in funzione delle prossime elezioni politiche europee, in cui si deve decidere chi si siederà al miserabile e rivoltante banchetto di capitalismi nazionali (e internazionali) sempre più in crisi.
Non possiamo qui entrare nel merito specifico dei singoli articoli (lo si potrà eventualmente fare in un secondo tempo). Vogliamo invece sottolineare l’indirizzo generale del “Decreto Sicurezza”, il suo carattere apertamente anti-proletario.
Così, il permesso di soggiorno viene fortemente limitato e condizionato (e soppresso quello “per motivi umanitari”). Le misure restrittive contro i richiedenti asilo e per gli immigrati in attesa di rimpatrio sono irrigidite (il periodo di permanenza in quegli alberghi a cinque… sbarre che si chiamano CPR è portato da 90 giorni a 180; i casi in cui lo status di rifugiato può essere negato o revocato sono ampliati; si fa divieto di iscriversi all’anagrafe o di richiedere la residenza nei comuni a chi è in attesa ai richiedenti asilo; si introduce la possibilità di negare la cittadinanza anche a chi è sposato/a a un/una italiano/a; s’introduce la revoca della cittadinanza per i reati di “terrorismo” o – si badi bene – di “eversione dell’ordine costituzionale”). Sono poi potenziate le strutture di reclusione amministrativa (leggi: i lager, della cui “umanità” abbiamo avuto abbondanti esempi!); si modifica sostanzialmente, limitandone il raggio di competenza e le tipologie di richiedenti, lo SPRAR, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati che operava per garantire – come si legge sul suo sito – “interventi di ‘accoglienza integrata’ che superano la sola distribuzione di vitto e alloggio, prevedendo in modo complementare anche misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico”. Seguendo l’esempio di altri paesi, si introduce poi in pratica il “reato di solidarietà”, volto a colpire tutti coloro che diano una mano ai immigrati o rifugiati, stanziali o in transito… A questo punto, chiediamoci: chi sono questi “immigrati” e “rifugiati” e “chiedenti asilo” se non proletari puri – uomini e donne, giovani e vecchi, che la tragica esperienza della traversata, per terra o per mare (e più spesso per terra e per mare), ha strappato a qualunque collocazione sociale precedente per trasformarli esclusivamente in braccia presenti o future da gettare nel girone infernale del mercato del lavoro capitalistico, in manodopera a bassissimo prezzo, spesso clandestina e ricattabile, emarginata e vittima di ogni genere di sopruso, pregiudizio e violenza? Proletari puri, senza riserve: è contro di loro che si accanisce il Decreto.
Non basta però dire questo: altri articoli (che le anime belle si guardano bene dal citare) esprimono ancor meglio l’indirizzo apertamente anti-proletario del Decreto. Si inaspriscono infatti (in certi casi, estendendo – guarda un po’! – l’ambito dello stesso fascistissimo Codice Rocco) le pene per i blocchi stradali e per le occupazioni di case – vale a dire, per due azioni squisitamente legate alla condizione proletaria: la lotta per difendere e migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro. Si effettua un odioso giro di vite nei confronti di vagabondaggio e accattonaggio, un terreno questo su cui il potere borghese non ha mai cessato di far sentire il proprio pugno di ferro (dobbiamo ricordare il Vagrancy Act inglese del 1824? a quando allora l’introduzione delle famigerate workhouses per poveri, descritte nei romanzi di Charles Dickens o nello straordinario e attualissimo Situazione della classe operaia in Inghilterra di un giovane ma già… marxista Friedrich Engels?). La classe dominante borghese si tutela insomma contro ogni attacco alla libera circolazione delle proprie merci e alla santissima e inviolabile proprietà privata, contro chiunque mostri di non osservare le “regole della civile convivenza” – quelle “regole” che, com’è noto, la borghesia ha sempre avuto amorevolmente a cuore!
Come non vedere allora, in questi articoli come nell’attuale progressiva militarizzazione della vita sociale, l’aperto attacco del Capitale al proletariato in tutte le sue componenti: autoctone o immigrate, legali o illegali, occupate o disoccupate, inserite o marginali? Come non rendersi conto che queste misure (che in certi casi non fanno altro che mettere nero su bianco ciò che nella pratica sta già avvenendo: si veda la gragnuola di processi intentati, spesso su autentiche, lampanti se non ridicole, montature poliziesche, ai lavoratori – per lo più immigrati, ma non solo – della logistica e a chi è sceso in campo per dar loro man forte) queste misure esprimono l’ansia da parte della classe dominante di far fronte preventivamente a quel risveglio della classe proletaria che l’inasprirsi e approfondirsi della crisi non potrà che provocare: in maniera non episodica, non locale, non attraverso canali istituzionali e democratici, ma con la bruta forza del proprio numero, della propria organizzazione e della propria rabbia.
Il brano citato più sopra dal nostro testo del 1946-48 così continuava:
“La critica rivoluzionaria, non lasciandosi incantare dalle apparenze di civiltà e di sereno equilibrio dell'ordine borghese, aveva da tempo stabilito che anche nella più democratica repubblica lo stato politico costituisce il comitato di interessi della classe dominante, sgominando in modo decisivo le rappresentazioni imbecilli secondo cui, da quando il vecchio stato feudale clericale e autocratico fu distrutto, sarebbe sorta, grazie alla democrazia elettiva, una forma di stato nella quale a ugual diritto sono rappresentati e tutelati tutti i componenti la società, qualunque ne sia la condizione economica. Lo stato politico, anche e soprattutto quello rappresentativo e parlamentare, costituisce una attrezzatura di oppressione. Esso può ben paragonarsi al serbatoio delle energie di dominio della classe economica privilegiata, adatto a custodirle allo stato potenziale nelle situazioni in cui la rivolta sociale non tende ad esplodere, ma adatto soprattutto a scatenarle sotto forme di repressione di polizia e di violenza sanguinosa non appena dal sottosuolo sociale si levino i fremiti rivoluzionari”2.
Si tratta dunque di rapporti di forza. Oggi, la borghesia ha mano libera nel reprimere, nel dividere, nel marginalizzare, nel martirizzare e massacrare proletari e proletarizzati d’ogni provenienza. I proletari saranno costretti a organizzare la propria risposta: come sempre, noi comunisti siamo e saremo con loro, per organizzare e indirizzare quella risposta.
Gennaio 2019

1 “Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe” (1946-48), ora in Partito e classe, Edizioni Il programma comunista , pp.93-94. Cfr. anche sul nostro sito https://www.partitocomunistainternazionale.org/index.php/it/?option=com_content&view=article&catid=25%3Atesti-di-partito&id=292%3Aforza-e-violenza&Itemid=90.

2 Idem, p.94

Partito comunista internazionale (il programma comunista)

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