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Il dilemma dei generali

Il dilemma dei generali

(23 Giugno 2012) Enzo Apicella

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(11 Gennaio 2020)

I nodi che la nuova Intifada ha davanti

Questo ritorno è in atto. Ed è potente. I massacri, le minacce di massacri, la coriacea resistenza dei regimi contestati che si fanno forti del supporto dell'establishment capitalistico globale, non hanno potuto impedire il riemergere alla superficie del moto rivoluzionario dopo così pochi anni. In sé e per sé è una grande vittoria. Ma adesso queste sollevazioni si trovano davanti dei complicati nodi da sciogliere. Quello fondamentale è: cosa dovrà venire dopo la fine degli odiati regimi attuali, che tipo di potere, quali compiti economico-sociali dovrà assolvere, quale collocazione internazionale avrà? Finora non c'è stata una risposta chiara, tantomeno una risposta chiara in termini di classe ed egemone, a questi interrogativi. Se c'è, non riflette ad oggi gli interessi dei proletari e degli sfruttati, la forza sociale numericamente maggioritaria nelle mobilitazioni, e determinante nello scuotere i poteri costituiti. Questa mancanza è anzitutto il riflesso locale di un deficit globale di autonomia della classe lavoratrice, e rende incerto anche il cammino, tutt'altro che concluso, al rovesciamento degli attuali assetti di potere. Tuttavia i sommovimenti rivoluzionari continuano, non accettano più dei semplici cambiamenti di facciata e di toni. Le rivoluzioni imparano strada facendo a superare le proprie esitazioni e i propri errori. Nell'apprendere ciò che è necessario apprendere è decisiva, per le masse, l'esperienza diretta. E poiché si tratta in larghissima prevalenza di masse di giovani, c'è da attendersi che apprenderanno più in fretta. I segnali ci sono. Gli ostacoli, anche.
Esaminiamo un po' più da vicino l'evoluzione della situazione prima in Sudan, poi in Algeria.
In Sudan i termini che meglio sintetizzano il messaggio della “gloriosa rivoluzione” sono: “libertà, pace, giustizia”. Libertà sta per libertà democratiche, negate in quel paese pressoché “da sempre”, prima dal colonialismo britannico, poi, salvo brevi parentesi, da ricorrenti regimi militari o clerico-militari. Pace sta per fine delle guerre intestine che dal 1983 hanno devastato il paese nelle regioni del Sud, Darfur, Sud Kordofan, Blue Nile, provocando oltre 2 milioni di morti, 4 milioni di rifugiati e sfollati, e una catena di carestie. Giustizia sta per “giustizia sociale”, e giustizia sociale per alcune misure basilari contro la dilagante miseria. L'illibertà, le infinite guerre e la miseria di massa sono i portati del vecchio/nuovo colonialismo (sanzioni Usa, morsa del FMI, etc.) e del vecchio regime tributario verso le petrolmonarchie del Golfo. Perciò, per trasferire la parola d'ordine “libertà, pace, giustizia” dal piano ideale a quello materiale, bisognerà necessariamente battersi contro i vincoli esterni, passare sopra le macerie del sistema di potere organizzato da Bashir e dai suoi, e creare un “potere popolare” rivoluzionario democratico capace di affrontare con decisione i nemici esterni e interni.
Al momento la marcia verso questa meta si è arrestata a un compromesso al ribasso, visti i rapporti di forza, concluso a inizio agosto tra il vertice dell'esercito e la Sudanese Professionals Association, un organismo che riunisce associazioni professionali di diversi ambiti (medici, avvocati, ingegneri, insegnanti, giornalisti, etc.). Tale compromesso non comporta rotture con gli usurai del FMI (ma la rinegoziazione del debito) né prevede lo scioglimento delle odiate RSF (Rapid Support Forces) responsabili degli eccidi degli scorsi mesi. La nascita di nuove istituzioni civili, fondata sui classici meccanismi elettorali, è dilazionata di 39 mesi, e sul loro funzionamento c'è l'ipoteca dei militari. Si è aperta perciò una “fase di transizione” caratterizzata dalla coabitazione all'interno del Transitional Sudanese Government tra i comandi militari e la SPA, che è il perno delle Forces for Freedom and Change, una coalizione di decine di forze politiche e sociali, e ha finora svolto un ruolo importante all'interno delle mobilitazioni. È da notare che nel suo trentennio il regime militare-confessionale di Bashir aveva permesso alle associazioni professionali dei ceti medi una certa libertà d'azione. Aveva invece sciolto i sindacati operai nel 1989, salvo farli rinascere dall'alto tre anni dopo come “sindacati d'impresa” con la missione anti-operaia di “mobilitare le masse per la produzione e per la difesa dell'autenticità dello stato islamico”. Perciò il proletariato industriale del Sudan (minatori, operai degli zuccherifici, ferrovieri, portuali, aeroportuali, autisti) e quello dei servizi (postali, infermieri) è entrato nella sollevazione con un handicap di disorganizzazione che sta cercando di superare con la propria riorganizzazione sindacale. Il suo peso è stato comunque determinante per infliggere al vecchio blocco di potere i primi colpi. Sono stati gli scioperi generali del 28-29 maggio e del 14 luglio a “convincere” i generali a compiere, e rapidamente, un primo cedimento alla sollevazione. L'accordo siglato il 18 luglio e formalizzato il 4 agosto elude però le più drammatiche questioni sociali: le guerre intestine, le condizioni di miseria ed emarginazione di sfollati e rifugiati, i salari e i diritti dei lavoratori, la punizione dei crimini compiuti dagli Janjaweed e dagli alti comandi militari, l'abolizione della shari'a e il riconoscimento dell'eguaglianza dei diritti per le donne, l'ipertrofico bilancio militare, il debito estero, etc. Per cui è molto probabile, se non certo al 100%, che l'attuale governo di coalizione non andrà lontano. Brutto segno, se questa previsione dovesse essere smentita.
Il Sudan Revolutionary Front, che raggruppa i movimenti guerriglieri delle zone più povere del paese, il Partito comunista sudanese, il Coordinamento generale degli sfollati del Darfur, Girifna ed altre forze ancora hanno disconosciuto l'intesa di agosto e invitato a continuare la lotta contro il governo Hamdok, che pretende di essere un governo di pacificazione nel nome della terzietà e superiorità dei “competenti” - l'ingannatrice formula del “governo dei tecnici” (del capitale) già sperimentata qui in Italia. Se da un lato i colloqui tra governo e movimenti guerriglieri sono iniziati, dall'altro le proteste di massa (di limitata estensione: migliaia o decine di migliaia, al massimo) non sono finite. Il loro baricentro è nel proletariato (nel senso più ampio del termine) e nei contadini poveri dei villaggi: gli sfollati non vogliono più sopravvivere accampati e abbandonati; ci sono operai, minatori e tecnici che pretendono l'allontanamento dei vecchi dispotici e corrotti dirigenti d'impresa, la punizione dei militari che hanno represso per decenni le proteste dei lavoratori e l'allontanamento delle forze di rapido supporto (ex-Janjaweed) dagli impianti minerari; i kanabi, lavoratori stagionali del Darfur, non accettano più di essere discriminati; i portuali contestano i contratti-capestro imposti da ditte estere; gli abitanti dei villaggi funestati dall'estrazione e dalla produzione di sostanze cancerogene chiedono la fine di questi tormenti. I sindacati hanno avanzato la richiesta di un salario minimo a 195 dollari (sul presupposto che una famiglia di 5 componenti abbia bisogno, per vivere, di almeno 340 dollari mensili) e rivendicano la totale detassazione dei salari più bassi con l'introduzione di una tassa patrimoniale sulle ricchezze. Queste spinte di lotta che premono per andare avanti, restano finora frammentate. Ma non sono isolate perché continuano anche le proteste studentesche per lo stato rovinoso dell'istruzione, la carenza di pane, il dissesto dei trasporti, etc. E restano in piedi anche molti comitati di quartiere, che hanno avuto un ruolo-chiave nelle mobilitazioni degli scorsi mesi, e comitati di resistenza nati sui luoghi di lavoro, nei villaggi (dove si chiede l'annullamento dei debiti dei contadini) e in alcune città.
Sul fronte opposto anche le cricche e le gang che per trent'anni hanno sostenuto il patto caserma-moschea stanno riorganizzandosi con il supporto dei padrini sauditi ed egiziani, all'insegna di cortei e slogan contro le donne (vedi il movimento di Abdel Hai Yusef). Né si sono evaporate le milizie islamiste, mentre è rimasta in campo la figura minacciosa di Dagalo-Hemeti, il capo delle Forze di supporto rapido, che appare già in campo per le presidenziali future. Quanto alle potenze estere, nemiche giurate della sollevazione, gli Stati Uniti, per ora, non aboliscono le sanzioni decretate nel 1993 in modo da mantenere un autonomo spazio di condizionamento degli attori del compromesso. Insieme con loro, e in concorrenza con loro, Russia e Cina manovrano per frenare, svuotare il moto rivoluzionario impantanandolo nelle secche di una molteplicità di distinte e separate trattative. FMI e Banca mondiale, da parte loro, non promettono regali di sorta. A certi esponenti dell'SPA piace poetare sulla “rivoluzione di velluto”. Le forze della controrivoluzione capitalista-imperialista, però, tutto preparano al moto rivoluzionario sudanese salvo che un cammino sul velluto. Sembrano averlo afferrato quei militanti di strada che giurano: “Se questo consiglio [il governo di coalizione] non soddisfa le nostre aspirazioni e non risponde ai nostri interessi, non esiteremo a fare un'altra rivoluzione. Lo rovesceremo proprio come abbiamo fatto con l'ex-regime”.

In Algeria i nodi fondamentali da sciogliere sono analoghi. La principale differenza è che in Algeria il movimento generale non si è fermato davanti alla elezione di Tebboune, prosegue disconoscendo la sua legittimità. Ma anche in Algeria il nodo del dialogo con l'elite militar-affaristica ancora in sella è aperto. E c'è già una differenziazione tra la tendenza ad esplorare la possibilità di un compromesso che è riconducibile a settori delle classi medie, e la tendenza a proseguire fino alla convocazione di un'“assemblea costituente realmente sovrana”. Nei mesi scorsi la Conferenza nazionale della società civile che ha coinvolto un'ottantina di associazioni professionali e organismi socio-politici, si è pronunciata per una transizione democratica che avvenga sotto un “governo delle competenze nazionali”, un governo di “tecnici”, cioè – un'ipotesi che sta comparendo negli ultimi tempi anche a Beirut e Baghdad, e che appare un suggerimento delle “istituzioni internazionali” per disattivare la mobilitazione di massa. Si cerca di incanalare l'odio di massa per l'incompetenza e la corruzione degli attuali governanti su un binario che porterebbe le sollevazioni al loro suicidio. Mentre il neo-presidente Tebboune tende la mano all'Hirak fregiandolo addirittura del titolo sacro di “benedetto”, si affacciano sulle piazze personaggi non troppo discreditati del vecchio regime, come l'economista Smail Salmas che preconizza un'economia perfino più orientata alle esportazioni di quella attuale, e quindi maggiormente dipendente dal mercato mondiale. Da varie parti si parla di “grandi cantieri per le riforme”, inclusa la riforma della costituzione. Per cui pure in Algeria la sollevazione è davanti ad un dilemma: andare avanti fino in fondo facendo tabula rasa del vecchio assetto di potere (“i generali nella spazzatura”) e della sua subordinazione agli interessi del capitale globale euro-gringo e cinese, ottenere che “il potere sia riconsegnato al popolo” mobilitato nelle strade e auto-organizzato; oppure accettare l'offerta del nuovo titolare di El Mouradia, altisonante nelle formule e poverissima di contenuti reali (Tebboune ha solo ventilato una riduzione del prezzo delle patate...), fermare o almeno frenare le mobilitazioni, e delegare ai “competenti” e alle opposizioni di sua maestà una trattativa dall'esito fallimentare scontato.
Al momento sembra prevalere una incerta via di mezzo: proseguire la mobilitazione, senza però farla trascrescere in un movimento di sciopero generale illimitato per dare la spallata decisiva, e senza riempire di contenuti sociali stringenti la parola d'ordine centrale di questo anno di massicce dimostrazioni del venerdì: “civile, non militare”. In questo mix di decisione/indecisione si fa strada l'idea insidiosa di porre una sola pre-condizione al “dialogo”: la liberazione dei detenuti politici di opinione. E cerca di inserirsi anche la nuova direzione dell'UGTA, il vecchio sindacato di stato che è stato finora del tutto solidale con l'esercito e il clan di Bouteflika, ma che – investito dalla protesta dei suoi stessi iscritti - ha dovuto liquidare il suo inamovibile segretario Said, accusato di avere reso il sindacato uno strumento del padronato, per sostituirlo col più giovane e dinamico Saim Labatcha. Costui, dialettizzandosi con il richiamo alle origini della rivoluzione anti-coloniale dominante nelle manifestazioni, ha promesso di riportare il sindacato “sulla strada dei fondatori” per farne un sindacato “indipendente, democratico, combattivo” al servizio esclusivo della classe operaia. Nel vuoto o semivuoto di altre iniziative, Labatcha si segnala chiedendo la revisione degli accordi tra UE e Algeria in quanto svantaggiosi per i lavoratori algerini e propone una svolta radicale nella politica fiscale fissando un dignitoso livello di salario minimo, abbassando le imposte sui salari e introducendo un'imposta patrimoniale sulla ricchezza. In questo modo punta a strappare una nuova delega da parte del proletariato industriale allontanando gli operai dalle piazze, dove sono stati finora in modo disperso, confusi nella folla, senza una propria distinta posizione. Per quanto la perdita di credibilità dei gruppi islamisti lasci spazi che nei primi anni '90 gli erano preclusi, specie nella grandissima massa dei disoccupati, dubitiamo assai che l'UGTA, per decenni sindacato di stato allineato al governo, possa portare a termine una simile rigenerazione. Così come dubitiamo assai che ciò che rimane in Algeria, Sudan, Libano, Iraq dei vecchi partiti “comunisti” interamente stalinizzati e nazionalizzati, possa avere un ruolo da protagonisti nel prosieguo dello scontro. I sommovimenti rivoluzionari sono sempre la culla di nuove forze e di nuove leve. E finché avanzano, hanno una creatività esplosiva che riduce in polvere tutto ciò che il tempo ha rinsecchito.
Certo, data la forza del fronte controrivoluzionario interno ed esterno, nessuno può dire come la situazione evolverà. Lucida ci pare l'analisi di M. Rechidi, il segretario del Partito socialista dei lavoratori:
«Le radici profonde dell'Hirak popolare sono sempre vive: il potere corrotto e autoritario, l'assenza delle libertà democratiche, il disastro economico e sociale prodotto dalle politiche liberali e dal dominio delle potenze straniere e delle loro multinazionali sul nostro paese. Detto in altro modo, ciò che milioni di algerini e di algerine denunciano attraverso la parola d'ordine “basta con il sistema”, è ancora lì. (…) Dopo questo episodio politicista effimero [il riferimento è alla grancassa di stato intorno alla partecipazione popolare ai funerali di Salah – n.], l'Hirak può guadagnare in maturità, dopo dieci mesi di mobilitazioni, facendo un salto di qualità, strutturandosi da un lato con l'auto-organizzazione di base, e dall'altro introducendo, accanto alle rivendicazioni democratiche, le rivendicazioni economiche e sociali [dei lavoratori – n.]. È in questo modo che potremo arrivare a costruire un rapporto di forza che ci permetterà di arrivare ad un'Assemblea costituente sovrana! La lotta continua!».
A sua volta Samir Larabi (di questa stessa area politica) nota come sia più che mai necessario creare comitati popolari, collettivi auto-organizzati, se si vuole costruire l'alternativa al regime di potere attuale. È inimmaginabile, sostiene, far cadere il sistema attuale senza aver preparato il “sistema alternativo”, “un potere popolare fondato sull'auto-organizzazione, quella dei comitati di officina, dei sindacati combattivi e anzitutto dei comitati popolari in tutte le province dell'Algeria. È questa costruzione, la dinamica della costruzione dell'auto-organizzazione che rimpiazzerà il sistema attuale”. Un passo dopo l'altro, ci si sta avvicinando nella lotta alle questioni decisive per la vittoria di questo movimento rivoluzionario d'area. E senza dubbio un altro passaggio obbligato del suo procedere in avanti è quello della tessitura di fili unitari tra i diversi paesi. Dice bene Sara Abbas, intervistata sugli avvenimenti sudanesi da “Historical Materialism” (il 27 maggio):

«La prima ondata di rivolte arabe ci ha dato alcuni ammonimenti, ad esempio: che gli attacchi della controrivoluzione giungono velocemente e in profondità, e che non dobbiamo smantellare troppo presto i movimenti di strada perché sono tutto quello che abbiamo. Guardando ora al futuro, ad un livello molto strategico, dobbiamo sostenerci a vicenda (non solo nel mondo arabo, ma in Medio Oriente e in Africa in senso lato) perché ogni vittoria rende più solida la base delle nostre correnti rivoluzionarie. E ogni dittatore e regime repressivo che rimane in piedi lavora per minare i nostri movimenti in tutta la regione. Una cosa ancora più importante: dobbiamo passare dal nazionalismo all'internazionalismo. È un compito decisamente arduo per questa regione. Ma dobbiamo. Va bene l'orgoglio per la tua nazione, ma il nazionalismo è un'arma a doppio taglio. Mobilita e al tempo stesso offusca la vista. Il primo passo per arrivare all'internazionalismo è bloccare la competizione a chi soffre di più. Le nostre sofferenze non sono uniche; le nostre oppressioni gravano anche su altri [popoli], e così dev'essere anche per le nostre resistenze, se vogliamo prevalere. Per non restare fermi all'attuale situazione, dobbiamo resistere esattamente nello stesso modo. Il Sudan e l'Algeria ci mostrano la forza dell'attingere al nostro straordinario registro culturale e storico per informare le nostre tattiche di resistenza».
In effetti, a quel che ci è dato sapere, si sono instaurati nei mesi scorsi rapporti di confronto e di collaborazione tra le sollevazioni sudanese ed algerina. Lo testimonia, tra gli altri, Frieda Afary della Alliance of Middle East Socialists che parla anche di “espressioni di sostegno [alle rivolte in Sudan e Algeria] da parte di progressisti e rivoluzionari in Tunisia, Marocco, Libano, Siria (Idlib), Egitto”. Ancora poca roba, diranno gli eterni scettici, però la direzione di marcia è quella giusta!

Rompere il silenzio!
Denunciare il “nostro” imperialismo!


I grandi poteri globali lo vedono meglio di noi. Osservano con molta preoccupazione la durata o lo svolgimento degli avvenimenti algerini, sudanesi, libanesi, iracheni. C'è poca ciccia per loro. E, specie in Algeria, è palpabile una radicata avversione verso di loro. Non demordono, si capisce. UE, Stati Uniti, Russia, Cina, e le petrolmonarchie hanno subito riconosciuto l'elezione di Tebboune. Scrutano gli sviluppi della situazione per vedere se e come possano trarne vantaggi. Dopotutto la borghesia algerina è in grosse difficoltà non solo per via delle piazze bollenti; le risorse del fondo sovrano si sono esaurite nel 2017, sicché nel 2018 il bilancio statale è stato costruito con un deficit record del 13%. Quanto a risorse finanziarie, gli altri paesi in rivolta sono messi peggio. Il Libano ha un debito pubblico pari al 152% del pil, e anche se le sue banche sono tuttora piene di depositi, appare vicino al collasso. Il Sudan, dissanguato dalle criminali sanzioni occidentali e dalle guerre intestine, è al 126%. L'Iraq è appena attorno al 60%, ma il dissesto della sua economia e dei servizi non è inferiore a quello del Sudan. Gli avvoltoi globali lo sanno. E sono lì in agguato, pronti con nuovi prestiti usurai e consigli corrispondenti. Per intanto si accoltellano sulla spartizione del bottino libico (150 miliardi di dollari subito, a dir poco), e approfittando del caos libico e di altre tensioni mettono ancor più gli stivali sul terreno africano e medio-orientale. Trump invia in zona altri 14.000 soldati. La Francia bombarda una decina di paesi africani pressoché quotidianamente. L'Italia – che ha appena varato una massiccia spedizione bellica in Niger - ha i suoi inamovibili contingenti militari in Iraq (circa 1.000 uomini, 305 mezzi terrestri, 12 aerei) e Libano (oltre 140 uomini). E in tutti e tre i casi i contingenti militari sono lì anche per istruire le locali forze di repressione contro i “disordini”. Per non parlare delle imprese, a iniziare dalle onniprensenti ENI, Saipem, Ansaldo, Astaldi, Danieli, Condotte, Leonardo, Iveco, Salini-Impregilo, Technimont, Todini, etc., col codazzo dei sciur Brambilla, leghisti o piddini cambia niente. Nella sola Algeria ci sono oggi più di 2.000 italiani, 20.000 francesi, 42.000 cinesi, e non si tratta di turisti...
No, non ci saranno “rivoluzioni del sorriso” né in questo paese né in questa regione. Il Mediterraneo è già da tempo un mare di guerra: la guerra agli emigranti dall'Africa e dal Medio Oriente. E giorno dopo giorno sta affollandosi di navi e contingenti militari d'ogni provenienza. Il Medio Oriente è in stato di guerra permanente dal 1948. Ecco l'altro nodo inaggirabile delle sollevazioni arabe e medio-orientali: il confronto-scontro con gli interessi imperialisti. Sotto questo profilo è di buon auspicio che, rispetto alle sollevazioni del 2011-2012, le piazze arabe e iraniane di oggi si aspettino ben poco dalle democrazie occidentali, le stesse che hanno appena svenduto per l'ennesima volta i curdi, dopo averli usati cinicamente nella guerra all'Isis. Non a caso da più parti, quando si vuol delineare il tipo di democrazia che le piazze arabe e africane vogliono, si avanza il concetto di afrocrazia. Un concetto senza dubbio molto nebuloso e dichiaratamente interclassista, ma che pretende possa e debba darsi in Africa una democrazia differente da quella che regna in Occidente, una democrazia popolare fondata su antiche tradizioni che consentirebbero la diretta consultazione dei cittadini, il dialogo, il consenso, l'inclusività, la leadership revocabile, etc. Utopia, senza dubbio. Indicativa, però, di due sentimenti di massa promettenti: gli oppressi arabi, africani, iraniani, non ne possono più di essere schiacciati da regimi (capitalisti) dispotici e autoritari. E dopo aver perso la fiducia nel “modello del socialismo reale”, la stanno perdendo anche nel “modello occidentale”, considerato elitario, manipolatorio e corrotto.
Il più naturale complemento di questo duplice sentimento, è il rifiuto, mai così ampio, del “modello patriarcale”, dell'“eterna sottomissione” della donna. A parte l'America Latina, non c'è oggi un'area del mondo in cui le donne siano altrettanto in prima fila negli scontri sociali, nella contestazione dei poteri costituiti, pubblici e privati. Vanti pure la rugosa Europa “avanzata” le sue nuove “lady di ferro” alla testa dei governi, a Bruxelles, alla BCE, che è impossibile distinguere dai loro partner di sesso maschile accomunati nel gelido unisex dei funzionari del dominio capitalista-imperialista! Dall'“arretrato” mondo arabo e medio-orientale ci arrivano ben altre figure di donne vere coraggiose, ribelli, rivoluzionarie, in un caleidoscopio di colori e di vivide personalità quali solo i movimenti rivoluzionari sanno generare.

Detto almeno l'essenziale sull’ampiezza e la radicalità di questi movimenti, occorre anche rilevare la loro difficoltà ad “andare fino in fondo”, a dotarsi di una strategia e di una tattica per farla finita con i rispettivi regimi e prendere il potere, in assenza di organizzazioni rivoluzionarie a base proletaria, mentre le borghesie contro cui si battono possono farsi forti del loro intreccio con il capitale internazionale. Questa assenza ci accomuna a quelle aree, e gli avvenimenti di così grande portata in corso nel mondo arabo – e in parallelo, non casualmente, in America Latina - ci mostrano quanto è urgente colmarla anche nelle metropoli dell'imperialismo. E ci sollecitano a lavorare alla formazione di una tendenza internazionalista rivoluzionaria e a coordinarci alle forze che ovunque si muovono in questa direzione.
Queste nostre note sono ancora sommarie e insufficienti, ne siamo coscienti. Tuttavia ci basterebbe aver suggerito a menti aperte e calde di confrontarsi con le sollevazioni arabe e medio-orientali, di imparare da esse, e di dare sostegno senza se e senza ma ai nostri compagni e compagne di classe e di lotta che stanno sfidando i loro e i nostri governi. Il contributo che i sommovimenti arabi e iraniani stanno dando alla ripresa della lotta di classe in Europa è vitale: come si fa a non vedere il nesso profondo tra lo scuotimento ininterrotto del suolo algerino e l'accensione della lotta di classe in Francia? Ci viene da chiedere agli organismi che fanno parte della Rete sindacale internazionale: come mai state tardando tanto a prendere iniziative di sostegno alla ripartenza dell'Intifada araba? Ci viene da chiedere ai militanti anti-militaristi tuttora attivi in Italia: cosa aspettiamo a denunciare le nuove manovre di guerra (non solo in Libia! Non solo in Siria!) e ritornare a propagandare con forza l'immediato ritiro di tutte le truppe italiane e degli affaristi-avvoltoi italiani dalla regione? Ci viene da chiedere alle militanti femministe per il 99%: non è venuta l'ora di attaccare frontalmente la lugubre arabofobia e islamofobia che ha strutturato l'immagine corrente delle donne arabe e “islamiche”? non è arrivato il momento di schierarci anima e corpo dalla parte di queste magnifiche combattenti? Cosa aspettiamo, compagni e compagne?

Per parte nostra proponiamo alla rete degli organismi e dei militanti che partecipò all'assemblea di Napoli del 29 settembre contro il governo Conte-bis per una fronte di lotta anti-capitalista, e a tutti i comitati, i collettivi, i movimenti, i compagni e le compagne che non sono rimasti indifferenti di fronte ad esse, di indire per i primi di marzo un'iniziativa nazionale di sostegno alle sollevazioni arabe e medio-orientali e di denuncia dell'azione di guerra delle potenze imperialiste, e in primo luogo dell'Italia, contro di esse.
È vero: ci troviamo in un contesto pantanoso, con una classe proletaria che appare addormentata, sfiduciata, influenzata da una propaganda razzista mai stata così aggressiva, e dei movimenti di lotta che sembrano impermeabili a queste tematiche. Ma siamo certi di poter fare leva sul fatto che in Italia e in Europa, attraverso le migrazioni internazionali, è nata una classe lavoratrice sempre più immediatamente multinazionale, tale per esperienza diretta, materiale, quotidiana. Un'esperienza che può essere, che è un antidoto, alla diffusione di sentimenti, pregiudizi, comportamenti razzisti tra i lavoratori e le popolazioni autoctone. Da anni le proletarie e i proletari immigrati, a cominciare dalla logistica, stanno dimostrando che non intendono essere trattati come carne da macello. E siamo certi che il messaggio di lotta proveniente di nuovo dalle piazze arabe e iraniane li rafforzerà in questa loro determinazione. Hanno voglia i loro rispettivi governi di spacciare, ancora una volta, la menzogna di “movimenti manovrati dall'esterno”! I fatti mostreranno in modo inequivoco, se già non l'hanno fatto, da che parte stanno i grandi poteri del capitale globale: se sono a favore, o contro queste sollevazioni. Siamo altrettanto fiduciosi nell'effetto-contagio: quello oggettivo c'è già (vedi Algeria-Francia). Si tratta di lavorare in modo intenso e sistematico per quello soggettivo, che non può essere mai del tutto spontaneo, specie quando si tratta di lavoratori appartenenti a paesi dominanti e a paesi dominati, per le ragioni che a suo tempo Marx e Lenin hanno spiegato in modo magistrale. Si tratta, quindi, di compiere il massimo sforzo per preparare il terreno alla rinascita dell'organizzazione politica internazionalista rivoluzionaria della classe proletaria.

Come è avvenuto nel 2011-2012, il fronte della contro-rivoluzione – pur con tutti i suoi laceranti conflitti interni – pare di nuovo saldarsi contro le nuove sollevazioni di massa, mettendo in campo le armi di sempre: guerra, repressione, inganni, illusioni elettorali, confessionalismo, oppressione di genere, nazionalismo, razzismo. Il dovere degli internazionalisti rivoluzionari è raccogliere il grido di lotta che ci arriva dal mondo arabo e medio-orientale (e insieme dalle Americhe centro-meridionali). Lavorare a costituire un fronte proletario internazionale ed internazionalista che si metta di traverso all'aggressione in atto contro la ripresa dell'Intifada araba (contro e le parallele sollevazioni di massa nelle Americhe centro-meridionali). Tessere una rete di collegamento internazionale tra le forze rivoluzionarie che opponga alle catastrofi capitalistiche incombenti la prospettiva del socialismo internazionale.

1 gennaio 2020


(1) È spassoso leggere sul sito del “Sole 24 ore”, a firma R. Bongiorni, la seguente descrizione del sistema fiscale libanese: «Il Libano non è uno solo. Ci sono due realtà, l'una accanto all'altra. C'è il Libano dei ricchi, quell'1% della popolazione che detiene il 25% della ricchezza. E quello dei libanesi normali (di cui un quarto vive con meno di 5 dollari al giorno). Costretti a pagare per ricevere in cambio dei pessimi servizi. Quando si tratta di fisco, il Governo diviene estremamente egualitario. Il sistema fiscale (circa il 60% delle entrate fiscali è costituito dal pagamento dell'Iva) si basa in larga parte sulla tassazione indiretta, applicata dunque ai beni di consumo. Tasse che colpiscono tutti allo stesso modo, ricchi e poveri.» Ben detto, salvo la conclusione (“allo stesso modo”) che è logicamente sbagliata.

Il cuneo rosso – Pagine marxiste – Gruppo comunista rivoluzionario
Tendenza internazionalista rivoluzionaria

Fonte

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