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Violenza sulle donne

Violenza sulle donne

(30 Aprile 2012) Enzo Apicella

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RISPONDIAMO ALL’ATTACCO DEL GOVERNO CONTRO LA VITA E L’AUTODETERMINAZIONE DELLE DONNE, COSTRUIAMO LO SCIOPERO GENERALE!

(15 Luglio 2021)

Questo l'intervento del nostro comitato, presentato dalla compagna Loubna, all'assemblea di Bologna di domenica 11 Luglio

simbolo comitato 23 settembre

Lavoratrici e lavoratori, compagne e compagni,
intervengo a nome del Comitato 23 settembre.

Le politiche europee e governative colpiranno duramente le lavoratrici e le disoccupate nei prossimi mesi. L’attacco avviene su molti piani. Abbiamo già parlato in precedenti occasioni dell’impatto del covid sulla salute delle donne, e, in occasione della morte di Luana d’Orazio, della questione della sicurezza sul lavoro che sarà sempre più sacrificata sull’altare di una rapida ripresa; dell’attacco all’autodeterminazione e della violenza che le donne subiscono sul posto di lavoro, all’interno della propria casa e nella vita sociale.

Con lo sblocco dei licenziamenti e l’approvazione delle nuove disposizioni contenute nel Family act, l’attacco si estende al diritto al lavoro , ai servizi, alle possibilità di condivisione del lavoro domestico e di cura.

In più, il governo Draghi si è recentemente schierato con le destre e il clero cattolico per fare pressione sulle donne e costringerle a ritornare a rinchiudersi nelle case, scaricando sulle loro spalle il problema del calo delle nascite. Questo attacco vuole ribadire il ruolo primario delle donne come produttrici di figli e di servizi gratuiti di riproduzione e cura. Il tutto non a vantaggio delle donne o delle famiglie, ma del sistema capitalistico che governa la nostra economia e le nostre vite.
Sul piano economico, l’azione di governo si basa sui finanziamenti stanziati in sede europea. La disparità di genere è presente non solo in Italia, ma in tutto il mondo.

In Europa, le donne sono meno occupate rispetto agli uomini, sono costrette a ridurre il proprio orario di lavoro per far fronte alle necessità di cura della famiglia, dedicano alla cura della casa più del doppio delle ore dei loro compagni.

Il 76% delle donne immigrate dedite al lavoro di cura e assistenza, che in Europa sono 45 milioni, lavorano in nero. Il divario salariale, presente anche nelle qualifiche più alte, in assenza di provvedimenti specifici, potrà essere superato, secondo i calcoli ufficiali, tra 202 anni…

Non esiste a livello europeo una previsione di spesa per colmare il divario di genere, esiste però la clausola che vincola i miliardi stanziati a favore dei singoli stati ad investimenti in due settori produttivi precisi: la cosiddetta riconversione verde e il digitale. Ambedue i settori sono a bassissima occupazione femminile, le donne e le lavoratrici, già pesantemente colpite dal Covid, non trarranno benefici particolari da questa consistente erogazione di denaro, mentre saranno tenute, al pari di tutti i lavoratori, a rimborsare negli anni futuri i debiti contratti dai governi.

In Italia, le condizioni delle lavoratrici e delle donne “senza privilegi” hanno già subito un peggioramento su più livelli. Nel primo semestre 2020, 470.000 donne hanno perso il lavoro, di queste, nel solo mese di dicembre 2020, 96.000 donne con figli minori in età prescolare non hanno visto rinnovato il contratto a tempo determinato o sono state costrette a licenziarsi a causa dei turni incompatibili con l’accudimento dei figli.

Questo ben prima dello sblocco dei licenziamenti. La lotta per la difesa del posto di lavoro e del salario per le disoccupate è dunque più attuale che mai. Nei luoghi di lavoro, spesso un ipocrita senso di “parità” obbliga le donne reduci da gravidanze o parti difficili a lavori pesantissimi, (ad esempio, nella logistica, sollevare pesi da 15 chili anche 100 volte al giorno). L’assistenza ai figli ammalati o ricoverati in ospedale è concessa, ma a scapito del salario. Le molestie e il razzismo nei confronti delle donne immigrate sono pane quotidiano nei luoghi di lavoro e nella vita sociale.

L’adozione stabile dello smart working, la moderna forma di lavoro a domicilio cui saranno obbligate soprattutto le lavoratrici, porterà all’isolamento, ad un maggiore sfruttamento, ad una difficoltà ancora maggiore di organizzarsi e di lottare per i diritti propri e di tutti i lavoratori.
Il comitato 23 settembre denuncia questa situazione e appoggia le lotte che la combattono.

Non esistono provvedimenti del governo italiano volti ad aumentare l’occupazione femminile e a migliorare la condizione generale delle lavoratrici. Esiste però una “legge quadro” approvata l’anno scorso e ora in fase di attuazione, rivolta, più che alle donne, alle coppie con figli: il Family Act.

Esso prevede:
un aumento dei congedi parentali obbligatorio per i padri da 5 a 10 giorni dopo il parto, un permesso di 5 ore per i colloqui con i professori, l’inserimento nei Contratti nazionali della gestione di eventuali altri congedi. Tutto è ancora da definire, ma è certo che misure così limitate non saranno in grado di favorire la condivisione del lavoro domestico e di cura all’interno delle famiglie. Questa sarà possibile con una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro e con la consapevole assunzione da parte dei padri di questa responsabilità.

Il secondo provvedimento riguarda l’assegno unico per i figli, destinato a tutte le categorie di occupati e disoccupati, lavoratori dipendenti e autonomi, per un massimo di 167 euro a figlio , entro i diciotto anni di età, con una maggiorazione del 30% a partire dal terzo figlio. Questo assegno che entrerà in vigore nel 2022, sarà preceduto da un provvedimento ponte, che riguarderà i figli di lavoratori autonomi e disoccupati che non percepiscono assegni familiari.

Nel caso di affido condiviso, l’assegno sarà diviso a metà tra i genitori (indipendentemente dal reddito di ciascuno), inoltre, diversamente dalle disposizioni attualmente in atto, i lavoratori immigrati i cui figli sono rimasti nel paese di origine non ne avranno diritto.

L’assegno sostituirà tutte le precedenti forme di sussidio esistenti (tra cui il bonus bebè, assegni famigliari, detrazioni per figli a carico) e costituirà un limitato beneficio solo per il 63% delle famiglie, il restante 27 % non avrà benefici o ci andrà a perdere. Denunciamo il fatto che questo provvedimento non porterà nessun reale cambiamento sostanziale per chi deve affrontare le spese della crescita dei figli, in particolare per le famiglie monoparentali che sono le più povere e in grande maggioranza gestite da donne.

Per quel che riguarda i servizi, siamo ben lontani dall’obiettivo stabilito in sede europea che stabilisce che il 33% dei bambini da zero a tre anni debba poter usufruire dei nidi, specialmente al sud, dove la percentuale resta anche sotto il 10 %.
La scarsità dei finanziamenti per questo servizio fondamentale per la crescita dei bambini e per l’accesso al lavoro delle donne (poiché in assenza sono le donne a dover rinunciare ad avere un’occupazione e la relativa minima autonomia) ha pesantemente abbassato la qualità dei nidi, che subirà un ulteriore peggioramento con l’istituzione dei cosiddetti “micronidi”, soluzioni casalinghe di parcheggio dei figli in strutture private, prive di controlli, e con personale per nulla qualificato. Chiediamo che l’istituzione di nuovi nidi diventi una priorità nelle misure del governo! Fra le misure previste vi è anche un aiuto all’imprenditoria femminile e un “microcredito di libertà”. Si parla anche di “favorire l’occupazione femminile”, o”facilitazioni alle aziende che assumono donne”, le classiche cose che, in assenza di piani precisi e di indicazioni di spesa, lasciano il tempo che trovano.

L’altro terreno su cui è in atto un attacco permanente è quello della pressione sulle donne perché non sfuggano al loro ruolo di madri e si dedichino con più convinzione a questa loro funzione, sempre all’interno della famiglia “regolare”. Di fronte al calo delle nascite, si affronta con molta superficialità l’analisi del perché le donne sono restìe a mettere al mondo i figli. A questo scopo oltre agli ostacoli in aumento per quel che riguarda l’interruzione volontaria di gravidanza, o l’attivazione di consultori, si sta sempre più prefigurando, a partire dalla pandemia, una nuova figura di casalinga che contemporaneamente lavora a casa, fa i lavori domestici e accudisce e cura figli e anziani.

Su questo terreno siamo di fronte ad un salto di qualità: una mobilitazione internazionale da parte di stati che rifiutano qualunque difesa delle donne contro la violenza e sono contrari alla loro autodeterminazione, (un esempio per tutti: la Turchia).

In Italia vediamo la mobilitazione capillare delle associazioni “pro-famiglia”. Queste hanno dato vita, qualche settimana fa, agli “Stati generali della natalità”, un convegno inaugurato dal Papa e dal presidente del consiglio Draghi.

Il calo costante della natalità in Italia è stato presentato come una catastrofe causata dal dilagare dell’egoismo e dell’individualismo (chi non fa figli non pensa al futuro, dimostra di non avere a cuore la crescita del Pil, di non pensare a chi pagherà le pensioni, d’altro canto, avere figli insegna a non essere consumisti, ad essere parsimoniosi, i figli sono libertà e altre stupidaggini del genere). La cosa interessante di questo incontro è stata, oltre alla partecipazione di Chiesa e Stato al massimo livello, l’impostazione generale data dal suo organizzatore. Costui ha dichiarato che per affrontare questo grave problema intendeva mettere attorno ad un tavolo gli amministratori delegati di banche e imprese, i dirigenti del mondo dello sport e dello spettacolo, i media e non so chi altro, per discutere dei compiti della famiglia! Le donne non vengono interpellate e nemmeno nominate….

Noi denunciamo questa azione politica che diffonde la sua propaganda fin nei programmi scolastici, che aumenta i finanziamenti alle scuole cattoliche, che interferisce con le leggi in nome della libertà di espressione.

Molte donne subiscono violenza nelle loro case, sono accusate e portate in tribunale quando cercano di rivendicare il diritto alla custodia dei figli per sottrarli all’influenza di padri e mariti violenti. E la magistratura, che non sancisce questi soprusi, contribuisce ad alimentarli!

Noi denunciamo la campagna internazionale che è in atto contro le donne e la loro lotta contro la violenza e gli abusi. Umiliare le donne, trattarle come merce, chiudere gli occhi contro le violenze che subiscono in famiglia non ha mai fatto bene alla causa dei lavoratori, non aiuta le loro lotte, ma è un regalo al sistema capitalistico e ai padroni che ci vogliono isolati e divisi, sulla base del sesso e della razza. La repressione che ha ucciso Adil e che colpisce ogni giorno chi lotta non ha mai risparmiato le donne quando hanno osato alzare la testa! Chiediamo alle compagne e ai compagni che partecipano a questa assemblea di assumere tra gli obiettivi del prossimo sciopero generale la lotta per i nostri diritti di donne e di lavoratrici.
Chiediamo di dare un significato più ampio allo slogan che abbiamo portato in tante nostre manifestazioni: chi tocca una, tocca tutti!

Il capitalismo ha bisogno di sfruttare e opprimere sempre di più le donne nel lavoro, nella famiglia e nella società tutta.
Il nostro nemico è il capitalismo, la nostra lotta si fermerà solo quando verrà abbattuto!

Comitato 23 Settembre

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