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Il consiglio di Enzo Apicella

(25 Giugno 2006) Enzo Apicella
Il 25 e il 26 giugno vota NO al referendum costituzionale sulla "devolution"

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Referendum: è ora di fare chiarezza tra "mezzi No", "Sì mascherati" e ricerca di "maggioranze trasversali"

(1 Giugno 2006)

Inizialmente erano i soliti rompiscatole, i soliti "mai contenti" a lamentare qualche silenzio e qualche ambiguità di troppo. Da alcuni giorni, però, che vi sia qualcosa di poco convincente nel comportamento del centrosinistra comincia ad essere denunziato anche da penne sicuramente degne di attenzione quali Stefano Rodotà e Giovanni Sartori.

Certamente, e si è ormai giunti a soli 25 giorni dalla scadenza referendaria, non può essere sfuggito a nessuno come da parte del centrosinistra gli aspetti legati al Referendum siano stati sino ad oggi trattati in maniera molto superficiale. Continue dichiarazioni per il NO non sono mancate, certo, ma sempre con la chiara intenzione di evitare di usare il tema per marcare profonde differenze con il centrodestra. Le critiche su alcune parti della riforma, in modo particolare sulla figura del Primo ministro, sono via via divenute sempre più blande e limitate alle questioni di tipo funzionale, lasciando inalterate le "durezze di toni" per la sola "Devolution". Del resto, c'è da passare per matti nel dirsi fortemente contrari ad un progetto di revisione che introduce "norme antiribaltone" e, al tempo stesso, dirsi disponibili a fornire garanzie al centrodestra, come ha fatto l'On. Fassino quando si è trattato di arrivare ad una scelta del Presidente della Repubblica "condivisa", che altro non erano che l'esatta riproposizione di quanto contenuto nel progetto di revisione sottoposto a referendum confermativo (L'on. Fassino tra i sostenitori del Sì al referendum costituzionale?). E non essendoci appunto dubbi circa le piene capacità d'intendere e di volere dell'On. Fassino, il timore che le idee di una certa area del centrosinistra siano molto affini a quelle del centrodestra è più che motivato.

Tanto più che è di questi giorni un'appello (No al referendum per una riforma migliore), largamente sottoscritto da costituzionalisti e esponenti politici di centrosinistra, nel quale non vengono messi in discussione i principi ispiratori, bensì gli strumenti attraverso i quali realizzarli: "Siamo infatti contro questa riforma perché i meccanismi in essa prescelti distorcono o addirittura capovolgono i punti di partenza ispirati ad alcuni validi principi (legittimazione diretta del Primo Ministro, superamento del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari, rafforzamento del sistema delle autonomie)". E che si tratti di un "indietro tutta" a tutti gli effetti, un ritorno alla "Bozza Amato del dicembre 2003", è confermato dalla franchezza con la quale i firmatari dell'appello scrivono chiaramente di non condividere "il simmetrico ricorso di alcuni oppositori del testo ad allarmismi esagerati e ingiustificati sui poteri del Primo Ministro e sulla divisione dell’Italia. Per bocciare il testo, basta e avanza criticare ciò che c’è davvero, senza bisogno di aggiungere ulteriori pericoli e c’è bisogno di indicare esplicitamente una prospettiva migliore di riforma."

A fronte di queste esternazioni di un'area politicamente significativa del centrosinistra, il fronte del NO che nella battaglia parlamentare era arrivato a sostenere gli scenari più apocalittici si è improvvisamente dissolto. O meglio: chi l'ha mai visto?

Considerate quindi le raccomandazioni di chi ora dice di non esagerare con gli allarmismi e visto il silenzio di chi invece sosteneva di esserlo, ci sarà poco da sorprendersi se il 25-26 giugno ci ritroveremo a votare in pochi per un referendum che parrebbe non possedere più "motivi dirompenti".

Un film già visto con il referendum costituzionale del 2001, dapprima fortemente voluto dal centrodestra quando era all'opposizione e poi messo in sordina dallo stesso centrodestra una volta divenuto maggioranza di governo. Più che una battaglia referendaria, quindi, in grado di marcare nette differenze tra centrosinistra e centrodestra, ciò che si va prospettando è una sorta di prova generale delle larghe intese. Un fronte trasversale per le riforme istituzionali senza riguardo alcuno per i compagni di viaggio. Ed è questa la verità scomoda che oggi imbarazza l'intero centrosinistra.

I sostenitori del No con "la porta aperta" sanno benissimo che non potrebbero mai compattare l'intero centrosinistra sugli stessi obiettivi portati avanti dal centrodestra con la riscrittura della Costituzione che ci apprestiamo a votare. Quale strada migliore, quindi, se non quella di riaprire il dialogo con il centrodestra, come fu con la Bicamerale presieduta da D'Alema, al fine di ottenere i numeri in grado di superare le resistenze di chi, invece, nei confronti della riforma del centrodestra oppone differenze sostanziali circa il ruolo del Parlamento, gli strumenti di garanzia, i poteri e il modo di elezione del Premier? "Dalle riforme votate a maggioranza alle riforme votate contro parti della propria maggioranza", questo, in sintesi, lo scenario al quale qualcuno sembra stia cercando di lavorare proponendo comitati per il NO più preoccupati di marcare le differenze con il comitato promotore presieduto dall'ex Presidente Scalfaro piuttosto che contro i principi ispiratori del centrodestra. In tal senso, di fronte a questo panorama politicamente e intellettualmente desolante, l'auspicio è quello di essere smentiti con i fatti.

Ma per fugare ogni dubbio è d'obbligo avviare, pur nell'imminenza della scadenza referendaria, un confronto immediato sulle prospettive future che coinvolga, in primo luogo, l'intero fronte del No. Per essere credibili, i costituzionalisti Barbera e Ceccanti sono chiamati a fare uno sforzo. Se ritengono che possano essere salvaguardati i principi ispiratori della riforma del centrodestra, indichino dove il centrodestra avrebbe sbagliato e quali le correzioni possibili.

Chiaramente, è facile sparare a zero su quello che può essere definito il passaggio dal Bicameralismo perfetto al Bicameralismo impossibile, e non è certamente questo un tema rispetto al quale valga la pena spendere più di due parole. Quello che interessa capire è come realizzare alcuni principi contenuti nell'appello e, nelle intenzioni, nella riforma del centrodestra: - solo agli elettori spetta scegliere il Governo nelle elezioni politiche per l‘intera legislatura, senza aprire la strada ad inaccettabili forme di trasformismo post-elettorale; - spetta solo agli elettori scegliere il governo per l'intera legislatura e che a tale scopo vanno riconosciuti al Primo Ministro quei poteri che consentono allo stesso di mantenere coesa la maggioranza, ivi compresa, con adeguati contrappesi, la proposta di ricorso anticipato alle urne.

Non si può infine concludere senza un accenno alle questioni legate alla legge elettorale. Come anche l'appello Barbera-Ceccanti dimostra, è impossibile affrontare i temi della Forma di Governo senza tenere conto della legge elettorale. L'attuale legge elettorale, un maggioritario di coalizione, per quanto riguarda la Camera dei Deputati ha ampiamente dimostrato di poter garantire la formazione di una maggioranza parlamentare solida e il bipolarismo. Voler quindi tornare ad un maggioritario uninominale di collegio senza verificare quali modifiche potrebbero essere apportate all'attuale legge elettorale, introducendo ad esempio la preferenza, per restituire così agli elettori anche la possibilità di scelta dei candidati oltre a quella già riconquistata di essere loro a scegliere gli equilibri interni alle coalizioni (e non il mercato delle vacche da bassi corridoi della politica), puzza di manovra egemonica dagli scopi inconfessabili.

Ma al di là di questo, se c'è un'esperienza che ha prodotto un livello di degrado politico senza precedenti, questa è stata proprio la forzatura bipolare. Ed è sorprendente come non si riesca a reintrodurre un concetto plurale che possa restituire, sia agli elettori che alle forze politiche, un livello minimo di libertà e agibilità politica. Garantire la governabilità non significa spaccare il paese, a tutti i costi, in due schieramenti. La legge elettorale, certamente, come strumento per agevolare la formazione di maggioranze stabili, ma mai e poi mai come strumento per appiattire il quadro politico. Garantire la governabilità non può e non deve significare la riduzione al lumicino di alcune forze di opposizione che rappresentano quote significative di elettorato. Soffocare sul nascere, attraverso i meccanismi di conta di tipo maggioritario, ogni istanza politica di peso che potrebbe portare contenuti nuovi, non può che condurre all'ingessatura e al degrado dell'intero sistema politico.

Franco Ragusa

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