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Raffaele De Grada 1916 2010

Raffaele De Grada 1916 2010

(4 Ottobre 2010) Enzo Apicella
E' morto all’età di 94 anni Raffaele De Grada, comandante partigiano, medaglia d’oro della Resistenza, critico d'arte.

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DIRITTI DEI LAVORATORI

Le elezioni europee e il dibattito per l'unità dei comunisti

Lettera aperta a tutte le organizzazioni comuniste

(14 Maggio 2009)

In vista delle prossime elezioni (per il Parlamento europeo, per il referendum e per il rinnovo di numerose istituzioni locali) precisiamo fin da subito che le nostre riflessioni hanno lo scopo di analizzare la situazione sociale e politica attuale e di evidenziare come purtroppo nessuno degli aspiranti ai seggi di onorevole o di consigliere negli enti locali abbia in questi mesi marciato nelle due direzioni necessarie e perciò giuste:

Cari compagni, salute a voi!

La difficile fase politica, internazionale e nazionale, che stiamo attraversando ed il nostro modo di reagire e comportarci ci inducono ad inviarvi questo documento per comunicarvi le nostre considerazioni e riflessioni in merito.

ELEZIONI DELLA PRIMAVERA 2009
In vista delle prossime elezioni (per il Parlamento europeo, per il referendum e per il rinnovo di numerose istituzioni locali) precisiamo fin da subito che le nostre riflessioni hanno lo scopo di analizzare la situazione sociale e politica attuale e di evidenziare come purtroppo nessuno degli aspiranti ai seggi di onorevole o di consigliere negli enti locali abbia in questi mesi marciato nelle due direzioni necessarie e perciò giuste:
1 - promozione, organizzazione e direzione di lotte di massa anticapitalistiche con il fine, necessariamente prioritario, di far pagare la crisi ai padroni;
2 - reale riunificazione dei comunisti.
Le considerazioni che seguono hanno anche una ben più ampia, finalità: iniziare e/o proseguire il dibattito teso a chiarire le idee al nostro interno, in vista dell’azione immediata e delle sue prospettive.
Iniziamo col dichiarare che, come compagni di Unità Comunista la nostra posizione è netta: non siamo minimamente interessati a partecipare, come candidati o sostenitori di liste, alle prossime elezioni di primavera: pensiamo ciò non per partito preso, bensì sulla base di alcune elementari considerazioni sull’attuale fase sociale e politica, cui ci sentiamo costretti a far nuovamente riferimento per evitare banalizzazioni ed equivoci.

LA FASE
Dopo un anno e mezzo di lavoro al servizio di padroni, banchieri, gendarmi e parassiti di ogni risma, il governo Prodi cadde: non ne sentimmo la mancanza, così come non la sentirono milioni di uomini e donne, lavoratori, pensionati e famiglie ridotti quasi alla fame e impossibilitati ad arrivare alla terza settimana a causa soprattutto di: finanziarie lacrime e sangue, ininterrotti attacchi allo stato sociale, licenziamenti e precarietà del lavoro, del reddito e della vita; tra le misure di prodi ricordiamo lo scippo del TFR, i tagli delle pensioni e l’aumento dell'età pensionabile, la privatizzazione dei beni comuni, l’introduzione di nuovi ticket sanitari mentre si è rimasti immobili di fronte agli aumenti delle tariffe, della benzina, della luce e del gas. Per conseguenza i lavoratori sotto pagati sono saliti a venti milioni; cinque milioni di famiglie che facevano fatica ad arrivare a fine mese, prezzi alti come in Germania e salari bassi come in Grecia.
Con le finanziarie del 2007 e del 2008 si è proseguito in continuità colle precedenti azioni governative berlusconiane e prodiane di trasferimento di risorse dai salari ai profitti e alle rendite finanziarie, chiedendo sacrifici immediati ai lavoratori a fronte di promesse rimaste tutte sulla carta. Sono state potenziate le missioni di guerra in Afghanistan ed in Kosovo e ne è stata decisa una di nuova in Libano. Prodi ha aumentato le spese militari, ha autorizzato, fregandosene del parlamento, l’ampliamento della base americana di Vicenza, ha mantenuto l'accordo di cooperazione militare con Israele e la partecipazione italiana all'embargo contro il popolo palestinese. Ha mantenuto ed aumentato i privilegi economici alla chiesa cattolica come l'esenzione dall’ICI, non ha abrogato né la legge Biagi, mantenendo la precarietà, né la Bossi-Fini ed anzi ha cercato (ed in parte c'è riuscito) di introdurre nella legislazione italiana norme razziste, giustificandole come misure di sicurezza. Se risanamento dei conti pubblici c'è stato lo hanno pagato, ancora una volta, i lavoratori ed i ceti medio - bassi in generale.
Nonostante tutto ha avuto il sostegno e la complice adesione dei sedicenti comunisti di Rifondazione e dei Comunisti italiani di Diliberto, che la classe e le masse hanno giustamente punito non votandoli quando si sono presentati alle ultime elezioni politiche come sinistra Arcobaleno.
A Prodi è succeduto Berlusconi. La soluzione per la crisi economica in corso che, sia il governo di Berlusconi ( e il suo il Popolo delle Libertà) che Veltroni (ed il Partito Democratico), offrono in Italia al capitale, di cui si contendono con qualche sfumatura di diversità la rappresentanza, è quella di far pagare la crisi economica ai lavoratori, attraverso un attacco feroce all'occupazione, ai diritti e al salario, praticando con enfasi un'esemplificazione vistosissima della capacità repressiva dello Stato contro le lotte e la resistenza allo sfruttamento, con l'obiettivo dichiarato di mantenere il salario dipendente e il profitto indipendente. Entrambi, di fronte alla crisi ed alla recessione, hanno risposto alle esortazioni sempre più pressanti di Montezemolo e Confindustria mettendo a punto, sostanzialmente assieme, una serie di provvedimenti a favore delle banche e degli industriali e persino una nuova legge elettorale per le elezioni europee. Si tratta però di una strada tutta politicista (in una finta competizione non più bipolare ma ormai quasi bipartitica) mirante prioritariamente al cambiamento della gestione dello stato secondo un modello verticistico ed autoritario con poteri sempre più ampi al presidente del consiglio ed ai vertici esecutivi ed all’annullamento dei residui spazi di democrazia borghese , con l'obiettivo esplicito di ingabbiare le lotte, la resistenza, le aspirazioni al cambiamento da concretizzarsi con il superamento del modello di stato, di suo funzionamento e delle garanzie contenute nella COSTITUZIONE.

LA CRISI ECONOMICA E RECESSIVA, diventata globale, ha investito anche l’Italia.
Ci troviamo in presenza di una crisi capitalista generale, la prima di una grandezza paragonabile a quella esplosa nel 1929 ed alla cosiddetta “Grande Depressione” del 1873-1896. Si tratta di una crisi la cui durata, profondità e portata geografica saranno sicuramente di maggiore ampiezza delle precedenti, che trascende abbondantemente l'aspetto finanziario o bancario e colpisce l'economia reale in tutti i suoi aspetti. Investe l'economia globale e oltrepassa le frontiere statunitensi.
E’ una crisi di sovrapproduzione e contemporaneamente di sottoconsumo. Non a caso è esplosa negli USA, perché questo paese da oltre trent'anni vive artificialmente del risparmio esterno e del credito esterno; le imprese si sono indebitate al di sopra delle loro possibilità; inoltre anche lo Stato si è indebitato, non solo al di sopra delle sue possibilità, per affrontare più guerre, senza aumentare le tasse, ma riducendole; i cittadini sono stati spinti sistematicamente dalla pubblicità commerciale ad indebitarsi per sostenere un consumismo esagerato, irrazionale e sprecone.
Però a queste cause bisogna aggiungerne altre: l'accelerata finanziarizzazione dell'economia, l'irresistibile tendenza ad operazioni speculative sempre più rischiose. Le politiche neoliberali di deregolamentazione e liberalizzazione hanno reso possibile che le figure più potenti dei mercati imponessero la legge della giungla: caduta della produzione, dei prezzi, dei salari, del potere d’acquisto.
Il sistema finanziario nella sua totalità sta per esplodere. Le perdite bancarie in USA ammontano ormai ad oltre 500.000 milioni di dollari ed un altro bilione è in arrivo. Oltre una dozzina di banche sono in bancarotta e centinaia in attesa della stessa sorte. Oltre un bilione di dollari è stato trasferiti dalla FED al cartello bancario, ma sarà necessario un altro bilione e mezzo per mantenere la liquidità delle banche nei prossimi anni.
La risposta a questa crisi, pertanto, non può essere solo economica o finanziaria. Le classi dominanti faranno esattamente questo: utilizzare un vasto arsenale di risorse pubbliche per socializzare le perdite e riassestare i grandi oligopoli. Rinchiusi nella difesa dei loro interessi più immediati non hanno però nessun elemento di una visione per concepire una strategia più integrale. La crisi non ha toccato fondo. Ci troviamo in presenza di una crisi capitalista generale. Nessuna altra è stata così grande. Quella tra 1873 ed il 1896 durò 23 anni e si chiamò Grande Depressione; quella del 1929 è durata non meno di 20 anni. L'attuale crisi è integrale, di civiltà, multidimensionale; trascende abbondantemente l'aspetto finanziario e bancario, colpisce l'economia reale in tutti i suoi aspetti.
Il cuore del problema è la tenuta del sistema del credito. La politica dei «salvataggi» è stata fin qui costosissima e inutile, vista la sproporzione quantitativa tra le voragini nei conti e le disponibilità in mano ai singoli governi.
La crisi dell'economia reale ci sarebbe stata anche senza la crisi finanziaria: eravamo già da lungo tempo in una grave crisi di sovrapproduzione, cui quella finanziaria si è sovrapposta ma certamente non ne è stata la causa.
Il modo di affrontare la crisi da parte dei diversi governi a livello mondiale mostra l'incapacità delle rappresentanze politiche del capitale di uscire da una crisi economica e politica che si è sviluppata ben oltre le loro possibilità di controllo

Dalle vicende e dalle esperienze di questi ultimi anni, esce sconfitta la sedicente "sinistra radicale" che ha svenduto le speranze dei lavoratori in cambio di un ruolo di secondo piano nel teatrino delle istituzioni e della politica, alimentando l’illusione di poter influenzare da sinistra un esecutivo completamente subordinato ai poteri forti del capitalismo italiano.
Bisognerebbe aprire una seria riflessioni sulla fine degli spazi di agibilità per le ipotesi socialdemocratiche di cogestione della crisi. E, invece, il progetto fallimentare della Cosa Rossa, in crisi, e non solo elettorale, ancora prima della sua nascita, sta ormai lasciando dietro di sé un esercito di militanti delusi, passivizzati, senza prospettive politiche e si ripropone per le prossime elezioni europee con la lista di sinistra, anticapitalista che unisce quattro forze politiche: PRC, PdCI, Socialismo 2000, Consumatori uniti. Della partita elettorale faranno parte anche le liste di “Sinistra e Libertà”, la nuova formazione di Vendola-Bertinotti-Fava-Mussi-Nencini-Francescato, di “Sinistra Critica” di Cannavo e compagnia, che non si è riuscita ad aggregare alla lista di Ferrero e Diliberto, e forse anche del mini partito di Ferrando.

Ad essere sconfitto è anche il ceto sindacale confederale che in nome del "governo amico" si era già fatto paladino delle compatibilità della Confindustria e che sta continuando una politica simile anche con Berlusconi: ha soffocato le lotte dei lavoratori, ha ridotto al minimo le richieste salariali - pochi euro in tanti anni -, ha negoziato accordi penalizzanti come quello sul welfare. Le tantissime morti sul lavoro non possono non essere considerate anche il frutto di questa politica sindacale.

Ma non tutti hanno ceduto alle lusinghe e ai tentativi di corruzione. Non tutti hanno accettato la logica del regime bipolare né sono disponibili ad accettare tutto, anche il peggio, per la paura di Berlusconi.
Le manifestazioni di Roma in occasione della visita di Bush in Italia, gli scioperi generali indetti dal sindacalismo di base, le lotte di Vicenza estesesi nel Paese tutto contro la nuova base Usa, le manifestazioni dei metalmeccanici, le lotte in Campania contro le discariche e gli inceneritori, così come le tante altre mobilitazioni popolari, hanno dimostrato che c'è una vasta rete di movimenti di massa, forze sindacali non concertative, di strutture popolari di base, di lavoratori coscienti che ha espresso la propria autonomia da padroni ed istituzioni, che ha continuato e continua a resistere alla prevalenza degli interessi del capitale.
Si tratta di una rete le cui rivendicazioni e i cui bisogni (lavoro, salario, salute,casa, servizi sociali, ambiente, pace) devono essere il centro dell'azione di agitazione e di lotta che le forze politiche del movimento d’ispirazione comunista dovrebbero sviluppare in questo periodo di crisi economica, sociale, politica e istituzionale.
La maggior parte della classe non è organizzata e rischia di perdere coscienza di sé e della sua potenziale forza di cambiamento. Oggi i partiti storici della sinistra non esistono più: la fase politica è fortemente cambiata. La gente è ormai stufa, questa è la verità: per molti (soprattutto in settori proletari e sottoproletari, purtroppo non adeguatamente politicizzati): Prodi è comunista, governava coi comunisti, e perciò quindi la colpa delle malefatte del governo è dei comunisti, anche vostra che continuate a dichiararvi comunisti. Se iniziassimo a guardare la realtà, in maniera libera da schemi e conseguenti equazioni, forse riusciremmo a capire il perchè parte del cosiddetto popolo di sinistra e della classe operaia e dei lavoratori non si rivolge più a noi comunisti, ma a Beppe Grillo e persino, anche, a Di Pietro!
Alla periferia dei due principali azionisti del “mercato elettorale” (come oramai, senza un minimo di pudore, lo definiscono giornali e mass media) vivacchiano cespugli e cespuglietti vari, prima sedotti e poi abbandonati: a destra gli impresentabili fascisti di Storace; al centro la premiata ditta dei nostalgici della DC guidati da Casini, Pezzotta e Tabacci; a “sinistra” (del PD), la melma informe dell’ex Arcobaleno, un’accozzaglia di personaggi in cerca d’autore (e di poltrone) tra cui si distinguono i leader dei due partiti (ex)comunisti, che arrivano al punto di candidarsi alle amministrative ancora una volta a ruota di scorta del Partito Democratico e compagnia bella.
Tra marche e sottomarche, non c’è spazio per alcuna alternativa: tutti i contendenti alle prossime elezioni sono, chi più chi meno, il prodotto di un sistema corrotto e marcio quanto la monnezza che, a causa loro, continua (e continuerà) ad invadere le strade della Campania, nonostante l’inizio di attività dell’inceneritore di Acerra!
In occasione delle elezioni del prossimo giugno da più parti è scattata una folle gara elettorale per raccogliere le briciole cadute dalla tavola di Rifondazione e del PdCI. Siamo in presenza di un proliferare di liste e listarelle, che si autodefiniscono: comuniste, anticapitaliste, di classe, di alternativa, e chi più ne ha più ne metta: qualcuna di queste, come Sinistra Critica, addirittura sostenitrice di Prodi fino a qualche mese fa: Sono liste tanto ambiziose nei proclami quanto autoreferenziali nei fatti, e destinate inevitabilmente a dar vita a una surreale competizione all’insegna dello zero virgola qualcosa in più o in meno cadauno.
Comprendiamo l'ansia di alcuni compagni che si sentono "coinvolti” (ma sono travolti) anche da questa scadenza elettorale, e capiamo come molti di noi siano continuamente tirati "per la giacca", non solo dai capetti dei micro partitini, ma anche da compagni che, ispirati ed anche condizionati dalle vecchie e consolidate pratiche dello scomparso ‘grande PCI’, si lasciano trascinare e coinvolgere nel teatrino elettorale,
Da comunisti pensiamo che le elezioni possano essere, al meglio, un'occasione per dare maggiore visibilità alle battaglie e al programma d'azione dei comunisti, se e quando c’è.
In giro per l'Europa esistono una miriade di gruppetti m-l e trotzkisti che non contano nulla nelle lotte e vivono ai margini dei movimenti reali, salvo comparire, quasi per magia, al momento delle elezioni per raschiare il fondo del barile e raccattare voti qua e la in libera uscita dalla sinistra di governo, raggiungendo il più delle volte percentuali da prefisso telefonico e tornando nel più completo anonimato una volta passata la sbornia elettorale.
In Italia tutto ciò ce lo eravamo risparmiati fino a poco tempo fa. Oggi ci affligge anche nel nostro paese a seguito della Bolognina di Rifondazione. Per rendersi conto della modestia di queste operazioni basta guardare ai dati delle ultime elezioni politiche, dove erano presenti troppe liste comuniste o sedicenti tali: oltre all’Arcobaleno, Sinistra critica, il PCL, il PDAC e i CARC, nessuna delle quali ha conseguito risultati significativi. La stessa situazione si produrrà alle prossime elezioni del 2009: assisteremo a un vero e proprio impazzimento con 4 o 5 falce e martello, ognuna delle quali in lotta per accaparrarsi lo 0,01% più dell'altra e vincere così la palma di vero partito comunista o di vera sinistra anticapitalista.
La scelta del PD di correre da solo ha letteralmente sparigliato le carte non nel breve, bensì nel medio - lungo periodo. Se non si capisce questo non capisce nulla della fase politica in corso!
In quanti sapranno resistere alle sirene dell'"unità della sinistra", del "tornare all'ovile", del "siamo tutti sulla stessa barca”, “tutti uniti all'opposizione"? Non molti, temiamo. Emblematica è la vicenda dei Comunisti Uniti ( aggregato abbastanza informe di iscritti al PdCI e a Rifondazione e rimpolpato da esponenti di alcuni gruppi che con noi avevano condiviso per una certa fase l’esperienza del Coordinamento per l’Unita dei Comunisti e del seguente Movimento Costituente U.C. e infine da alcuni compagni ‘comunisti senza partito’) che si sono impegnati persino con una raccolta di firme per ottenere che la lista di Ferrero e Diliberto scegliesse almeno una tra le cosiddette circoscrizioni “sicure” e la destinasse solo ed esclusivamente a candidate e candidati operai, precari, disoccupati nonché a figure significative dei movimenti di lotta. Queste aspettative e le conseguenti illusorie speranze non hanno nessuna possibilità di trovare spazio in questa situazione, da parte del ‘ceto politico’che solo verbalmente e strumentalmente si proclama comunista. Ad invertire l’opera incessante di decomunistizzazione dei lavoratori, alimentata da Berlusconi e dal governo, dai padroni, dalla stampa e dai mass media, ormai totalmente omogeneizzati ed adeguati e perciò padronali e reazionari, non sarà di sicuro una falce e martello in più o in meno sulla scheda elettorale o la presenza tra gli eletti di operai e di esponenti del movimento (per queste elezioni europee quasi sicuramente improbabile e sul cui ruolo istituzionale, dove e quando ci sono già stati, abbiamo ancora molto da analizzare, riflettere e concludere).

25 aprile e 1° maggio 2009: le strutture sociali e sindacali del movimento e le organizzazioni politiche ed i gruppi d’ispirazione comunista.
Per le strutture sindacali e sociali del movimento e le organizzazioni politiche ed i gruppi d’ispirazione comunista queste date, ormai simboliche e rappresentative per il movimento operaio e sindacale italiano, sono state il momento di più bassa capacità d’organizzazione e d’intervento; la realtà socio politica avrebbe sicuramente richiesto di più di quel poco che siamo stati in grado di realizzare. Abbiamo avuto a celebrare ufficialmente la Resistenza, questo 25 aprile 09, Berlusconi ed esponenti governativi in Abruzzo; il segretario del PD, Franceschini dagli Abruzzi è volato a Milano, dove, come in significative località italiane, comprese alcune città martiri, è stata frequentemente realizzata la compresenza di membri del governo e del PDL con esponenti dell’ANPI, del PD e dei sindacati confederali. Già il vecchio PCI aveva tentato di monopolizzare la Resistenza in un’interpretazione edulcorata e funzionale alla sua linea politica di ‘via italiana al socialismo’ (essa era stata lotta unitaria e popolare, guidata dal CLN, nel quale erano presenti tutti i partiti, per la cacciata dei nazisti e dei fascisti ed il ritorno alla democrazia; frutti positivi di questa stagione di azione unitaria e dei governi di unità nazionale, con dentro i comunisti, fino a quando De Gasperi e gli americani ne avevano imposto l’estromissione, erano stati la Repubblica e la Costituzione, cui erano seguiti il disastroso ’48, la ‘guerra fredda’, i ‘blocchi contrapposti’, la minaccia atomica, le guerre e la corsa agli armamenti. Il modello cui ispirarsi era quello di una politica di collaborazione unitaria, già universalmente realizzata e vincente nella II guerra mondiale contro la minaccia nazifascita, per la coesistenza pacifica tra i diversi sistema sociali e per i governi di unità nazionale, in ogni paese,); ma non era una novità nè, come enfaticamente propagandato, Togliatti aveva imposto la giusta linea con la svolta di Salerno al partito, ancora settario e non disposto a cedere alla monarchia: già dalla seconda metà degli anni ’30, con la ‘dichiarata necessità’ di superare gli errori praticati dalle forze del movimento operaio durante e dopo la I guerra mondiale contro i militari sacrificati ed eroicizzati e contro il nazionalismo dominante, era stata introdotta nella propaganda comunista una rivalutazione del sentimento nazionale e dell’amor di patria, le parole d’ordine “riconciliazione del popolo italiano”, “fratelli in camicia nera”, “non per la disfatta ma per la salvezza del paese”, “non irridere al sacrificio di colui che lotta (anche in camicia nera) per un ideale in cui crede” e nel 1935, al VII Congresso dell’Internazionale Comunista, la fine della lotta “classe contro classe”, il superamento del concetto di trasformazione della guerra tra stati imperialisti in guerra per la conquista del potere da sostituire con l’unità di tutto il popolo e di tutti gli stati democratici e contrari al nazi fascismo, per i “fronti popolari” “ le politiche nazionali”, “la difesa dell’URSS, patria del socialismo” e la collaborazione con le forze democratiche (nonostante il clamoroso fallimento, già verificato, delle esperienze dei fronti popolari in Francia ed in Spagna), fino ad arrivare nel 1943 allo scioglimento della III Internazionale. Alcuni di questi concetti ci vengono riproposti ancora oggi, da Napolitano e da tanti esponenti del PD, favorendo l’opera di Fini e Berlusconi e di attacco alla Resistenza e di riabilitazione e legittimazione dei ‘repubblichini’ gia iniziata da esponenti del vecchio PCI (massacri operati dai partigiani, le foibe e cose simili), continuata da Bertinotti e da altri in Rifondazione.
La nostra opposizione a tutto ciò sta calando di tensione e di capacità propagandistica ed ideale. Molti combattenti della Brigata Garibaldi vedevano nella lotta armata contro nazisti e fascisti l’inizio della lotta armata per la conquista del potere da parte del proletariato; una lettura attenta degli avvenimenti e dei documenti prodotti negli anni dal ’43 al ‘48 lo dimostrano chiaramente: le armi nascoste dai partigiani comunisti, l’eliminazione fisica di numerosi nemici di classe anche dopo il 25 aprile, la massiccia e violenta reazione di massa all’attentato a Togliatti ne sono solo alcuni dei clamorosi esempi che le organizzazioni politiche ed i gruppi d’ispirazione comunista hanno il dovere di pubblicizzare ed esaltare, è questa ‘la nostra memoria storica’ .

Anche per il 1° Maggio, per essere adeguati a quanto richiede l’attuale fase di crisi, avremmo dovuto preparare e realizzare una vasta mobilitazione proletaria, contro i padroni e contro i sindacati collaborazionisti ed asserviti al padronato. Il 1°maggio non è ‘la festa dei lavoratori’ ma giornata internazionale di lotta di classe, aal quale non si può attribuire un valore emblematico e/o simbolico, deve essere il punto d’approdo, meglio se più vistoso, di una continua lotta di classe che unifica le masse contro i padroni ed il capitalismo e che per essere condotta più efficacemente ha bisogno dell’azione coordinata dei comunisti rivoluzionari.
Ma queste forze restano ancora purtroppo divise e frammentate, e per questo rischiano di rimanere semplici microscopiche organizzazioni cristallizzate ed auto referenziali senza manifestare e praticare la possibilità di evolvere unitariamente in una struttura più avanzata e più rispondente alle necessità che il conflitto di classe impone. Se queste dimensioni organizzative potevano avere una loro ragion d'essere quando rappresentavano la "sinistra della sinistra", in quanto esercitavano la funzione di pungolo e di ostacolo alla deriva revisionista dei partiti storici della sinistra, oggi questa funzione non solo non è prioritaria, ma addirittura risulta oggettivamente conservatrice.

Alla luce di questa situazione, allo stesso tempo interlocutoria e confusa, riteniamo che la scelta oggi più saggia è quella di non andare a votare, Da proletari, da comunisti, da anticapitalisti conseguenti ci dichiariamo programmaticamente fuori da tutto ciò: non possiamo essere autolesionisti, né vogliamo legittimare questa che è solo una farsa.
Non abbiamo altra scelta quindi che: NON ANDARE A VOTARE!
LAVORATORI E PROLETARI NON HANNO NESSUNA LISTA CHE LI RAPPRESENTI: DUNQUE NON HANNO NESSUNO PER CUI VOTARE e per almeno due forti motivazioni:
1- A nostro avviso salire su uno degli improbabili carri messi in piedi da qualsiasi delle parrocchie dei "testimoni di Marx", anche solo col voto, significa alimentare due illusioni:
a. che Rifondazione ed i Comunisti Italiani siano ancora, nonostante la loro storia passata e recente dimostri chiaramente il loro ruolo di servi sciocchi e compatibili del sistema dominante, fruibili come organizzazioni comuniste per la lotta di classe
b. che da questa frammentazione qualcuno possa uscirne vincente e/o rafforzato.

2 - Evidentemente non è ancora sufficientemente percepita dalle cosiddette "avanguardie" la tendenza al rifiuto della politica ed all’astensionismo tra settori consistenti delle masse popolari. Non intendiamo enfatizzare questo fenomeno, né tantomeno attribuirgli improbabili patenti anticapitaliste, ma sarebbe un errore sottovalutarlo o far finta di niente.

Detto in estrema sintesi: considerando sia lo stato della situazione sociale che le condizioni politiche generali e particolarmente dei sedicenti comunisti, mancano oggi sia i tempi, sia le condizioni politiche oggettive e soggettive per possibili e credibili operazioni elettorali.

Noi di Unità Comunista preferiamo invece imporci da un compito ben più arduo: lavorare alla ricomposizione delle avanguardie di classe atomizzate e disperse sui territori e nei luoghi di lavoro, riattivarle dopo decenni di delusioni e tradimenti; ricreare quelle forme di collegamento e di organizzazione cancellate dalle nuova organizzazione del lavoro e dai nuovi tempi dettati dal dominio capitalistico. Preferiamo lavorare per la costruzione di un unico partito, comunista e di classe, e non ad alimentare la già abbondante pletora di improbabili partiti bonsaj “dalla giusta linea”, ognuno in guerra col vicino. Preferiamo lavorare, con la classe e nella classe, nelle lotte e nei conflitti, a un vero blocco autonomo di classe inteso come espressione dei settori proletari più combattivi e radicali e non intendiamo certo dar vita a versioni caricaturali composte dal solito ceto politico.
Attraverseremo anche questa campagna elettorale, e se necessario la utilizzeremo, per promuovere ed ampliare le nostre campagne politiche e sociali contro il carovita, la precarietà, lo sfruttamento, la guerra, la repressione, e riteniamo indispensabile avviare un confronto a 360 gradi, scevro di ansie elettoraliste e cretinismi parlamentari,

Per i movimenti e per la sinistra di classe tutta, la fase che attraversiamo avrebbe reso necessaria una presa di posizione chiara e netta agli occhi di tutto il paese. Ci saremmo aspettati che tutte le forze genuinamente antisistema, partendo dal malcontento di settori consistenti di operai, precari e semplici cittadini, facessero un ragionamento semplice ed autonomo: BLOCCO AUTONOMO DI CLASSE finalizzato a dar vita a un movimento costituente comunista adeguato alle sfide ed ai compiti attuali, fermamente ancorato all’idea del SOCIALISMO, necessaria e unica, ed oggi anche possibile, alternativa di sistema, quale soluzione alla barbarie del capitalismo.

La nostre considerazioni vogliono essere un contributo, non una campagna; un passaggio tattico! Abbiamo voglia di discutere con tutti i compagni, disposti a metterci in discussione, come sempre abbiamo fatto. L'unico invito che ci sentiamo di fare in maniera decisa è quello a non prestare il fianco in nessun modo ad operazioni ambigue, a non offrire nessuna ciambella di salvataggio a chi fino a qualche mese fa era parte del governo contro cui siamo nati e ne condivideva le scelte.

Ne va della nostra coerenza.

UNITA’ COMUNISTA
Associazione Marxista di Iniziativa Politica, Cultura e Ricerca
www.unitacomunista.it

Fonte

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