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(15 Agosto 2012) Enzo Apicella

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DIRITTI DEI LAVORATORI

Relazione introduttiva del segretario nazionale Fausto Bertinotti

VI° congresso nazionale del Partito della Rifondazione Comunista

(10 Marzo 2005)

Sara lavora nel mondo del Web. La sua storia, ci racconta Aldo Nove che l’ha raccolta per Liberazione, è quella di tanti giovani che hanno vissuto le illusioni di un ‘nuovo’ che non ha significato nuovo lavoro ma nuove illusioni, vecchie prefigurazioni di un futuro che non è mai arrivato. Se chiedi a Sara come va, ti risponde: malissimo. Perché? Perché sono stufa di vivere con l’ansia, sempre. Perché questa volta davvero non mi aspettavo di essere trattata in modo così disumano…….. L’ennesimo licenziamento, anzi l’ennesima promessa di assunzione, rimangiata all’ ultimo momento. Questa è la vita del lavoratore precario. E francamente è una vita insostenibile. Bisognerebbe mandarla a memoria quella storia perché è la storia di una generazione, dei nostri figli, dei giovani del tempo della globalizzazione e del neoliberismo, del capitalismo del nostro tempo. E’ una storia prima di ricerche di lavoro tradizionale, poi nel web con internet. E’ una storia di attesa di un futuro che non arriva mai, di pochi soldi, di interruzioni, di riprese di licenziamenti, di chiamate a lavorare e di lasciate a casa, di incertezze sull’oggi e sul domani, di mobbing, di lavoro interinale. Sentite come finisce: Oltre alla scorrettezza di un lavoro promesso e non rispettato, avevo vissuto tre mesi di mobbing per nulla. Mesi in cui tornavo a casa la sera e piangevo. Tutto questo per una lavoro. Che all’ultimo momento non ho avuto. Anche se fino all’ultimo momento ero stata tranquillizzata sul rinnovo. Comunque, a un certo punto l’agenzia interinale mi richiama. Cosa ti propone? Un contratto di dieci giorni, sempre nella stessa azienda. Dieci giorni? Si. Io mi arrabbio e loro promettono di cercare di fare di più. E in effetti fanno di più. Mi promettono un altro contratto, più vantaggioso. Passa un’altra settimana, mi richiamano e mi propongono un altro contratto. Non più di dieci giorni, ma di quindici…Un delirio? Un delirio. Profondamente offensivo. E adesso eccomi qua. Barcamenandomi tra un lavoretto e l’altro, senza nulla di concreto in mano, senza nessuna prospettiva. Quali sono le tue idee politiche? Per anni sono stata di sinistra. Credevo nei suoi valori, nelle sue idee. Adesso? Da qualche tempo non credo più a niente.

Ecco io credo che il nostro primo compito sia quello di restituire alle Sara la fiducia nella sinistra, di restituire alle Sara la politica come possibilità e capacità di attraversare la tua vita quotidiana, la tua esperienza concreta, la tua condizione sociale e umana, di restituire alle Sara la voglia e la possibilità di partecipare alla politica per cambiare la vita e il mondo. Sara mette in luce drammaticamente la crisi della politica, la fuoriuscita della crisi della politica comincia quindi necessariamente dalla condizione di Sara. Il bandolo della matassa risiede nel rapporto tra il lavoro e la vita delle persone, tra esse e l’organizzazione della società. Essi sono cambiati moltissimo: è vero che siamo entrati in un ciclo diverso, altro da quello che abbiamo conosciuto in tutto il dopoguerra. Ma non è vero che questo nuovo ciclo è quello dell’eccedenza del lavoro, della fine del lavoro. Il lavoro operaio è addirittura aumentato nel mondo in questi ultimi anni mentre proprio la ricerca dell’assolutizzazione della concorrenza e della competitività da parte di tutte le classi dirigenti rivela tutto il peso del lavoro nell’accumulazione dell’ultimo capitalismo. E non è vero che i mutamenti che hanno investito il lavoro stiano dando luogo ad un miglioramento della condizione lavorativa. La verifica empirica è implacabile: nei paesi sindacalizzati le nuove generazioni che entrano nel mercato del lavoro stanno peggio delle generazioni che le hanno precedute. E’ la prima volta che accade nella storia contemporanea; per la prima volta il progresso sociale si arresta e c’è una regressione nella civiltà del lavoro. Per questa via ci vengono incontro le gigantesche novità che cambiano il lavoro a partire da quelle forse più inattese: la crescita di una accumulazione del capitale senza una crescita contemporanea di una classe operaia unificata e omogenea. Al contrario la tendenza che investe il lavoro è alla divisione e alla frammentazione. Ciò che è stata chiamata l’economia della conoscenza, invece che un processo di liberazione, genera una disuguaglianza organica, si potrebbe dire essenziale. L’ultimo capitalismo mette effettivamente all’opera una conoscenza diffusa ma la connette ad una organizzazione sociale che gerarchizza e segmenta il lavoro. Le conoscenze vengono usate nel processo lavorativo ma esse sono organizzate e riconosciute nella organizzazione del lavoro solo nei punti alti o di organizzazione realmente autonoma per poi decrescere nella piramide fino a scomparire con la sostituzione addirittura dei numeri ai nomi delle persone nei punti bassi dell’organizzazione della produzione e dei servizi. Raniero Panieri, nelle riflessioni sul macchinismo agli inizi degli anni ’60, aveva visto che la tecnologia sotto il segno capitalistico abbatte le vecchie divisioni del lavoro ma tende ad affermarne una nuova quale mezzo di sfruttamento “della forza lavoro in una forma ancor più schifosa”. E’ difficile dargli torto analizzando, sotto il segno della globalizzazione capitalistica, gli effetti della rivoluzione elettronica, cioè il processo di sostituzione del lavoro industriale di tipo meccanico verso una produzione a rete, che configura un passaggio dal taylorismo al taylorismo digitale. In esso al lavoratore viene chiesto di ragionare secondo la logica di un cervello artificiale, la macchina, mentre il meccanismo produttivo estende il suo controllo dentro e fuori l’azienda, per estenderlo al lavoratore-consumatore. Una nuova servitù. Così il capitalismo del taylorismo digitale tende a separare quel che usa da chi ne è il portatore. Così da negare ad esso qualità e diritti.

Inoltre l’introduzione nel ciclo economico dell’informazione come merce mette a valore una grande quantità di lavoro accumulato nel corpo sociale senza che essa sia remunerata. La quantità di lavoro vivo assunta nella nuova macchina è di dimensioni gigantesche mentre una parte crescente della attività umane entra a far parte, senza nessun riconoscimento, dell’accumulazione capitalistica. Il lavoro così dilaga laddove non era previsto come tale e il ciclo produttivo si amplifica surrettiziamente investendo le diverse attività umane. La tendenza alla mercificazione di tutto l’agire umano previsto da Marx compie un balzo in avanti.

Parallelamente cambia la struttura d’impresa e il nesso tra crescita degli investimenti e dinamica dell’occupazione diventa problematica. Il pieno impiego non è più espressione di occupazione stabile e garantita, può invece pretendere incertezza di lavoro e flessibilità, può darsi insieme lavoro e povertà, si può essere poveri pur lavorando. Anzi la precarietà diventa la cifra, il codice della nuova condizione sociale che dal lavoro si allarga a tutte le attività umane e alla vita. La precarietà è promossa dalla nuova organizzazione del lavoro ed è alimentata potentemente dalle politiche neoliberiste degli stati, dei governi e delle istituzioni sovrannazionali dell’economia, dal primato della finanza, dalla diffusione della logica del mercato fino alla crescente collocazione fuori dal territorio interessato dei luoghi di decisione strategica delle imprese. La precarietà è l’esito sociale di quella rivoluzione capitalistica restauratrice che abbiamo chiamato globalizzazione. La lotta contro la precarietà è il fondamento necessario per fuoriuscire da questo quadro, per fondare un’alternativa di società. Per riprendere questo cammino a cui ci sospingono i grandi movimenti di questo inizio secolo, credo sia necessario rispondere a due domande. In quale tipo di società si produce questa contesa (e dunque contro chi)? E qual è il tipo di rapporto che la costruzione dell’alternativa deve configurare con la modernizzazione in corso? Sono domande molto impegnative, ardue, difficili ma ineludibili per la fondazione di una politica del cambiamento. La stessa nostra sfida col riformismo scaturisce dalle risposte a questi interrogativi. Le nostre sono di certo solo avvii di una risposta al cui sviluppo possiamo solo proporci di contribuire insieme a tutti quelli, e sono molti, con cui è possibile questa ricerca e questo cammino. Intanto, si può ancora parlare di capitalismo? Si può ancora parlare di capitalismo per definire la società in cui viviamo? Noi pensiamo che non solo si possa, ma si debba, se si vuole restituire un senso forte ad una politica riformatrice. Il problema semmai è di capire di quale capitalismo parliamo. Se mi venisse posta la domanda, riconosco un pò rozza ma non priva di significato: oggi c’è più, meno, o uguale tasso di capitalismo rispetto, all’Italia di 30 anni fa? Risponderei senza esitazione: c’è più capitalismo. Del resto se esiste un’età dell’oro del capitalismo, questa è ormai alle nostre spalle. Essa è stata quella del compromesso democratico conquistato dopo la vittoria contro il nazifascismo e favorito dalla presenza nel mondo del campo del socialismo reale. Il compromesso democratico conquistato dalle lotte di classe e democratiche del movimento operaio. Oggi gli attacchi sistematici allo stato sociale, al potere contrattuale dei lavoratori, alle legislazioni sociali, ad ogni forma di intervento pubblico nell’economia sono l’espressione di un “capitalismo predatore” che punta a fare del lavoro, come mai prima d’ora, una pura variabile dipendente. Una sorta di modernissimo ritorno all’uso dei canoni dell’800 che vorrebbero il lavoro, se fosse possibile, senza il lavoratore e la lavoratrice, cioè vorrebbero il lavoro senza la soggettività. Non potendolo avere, l’ultimo capitalismo punta a demolire e a impedire il formarsi tra i lavoratori della coalizione, cioè cerca di negare il principio da cui nasce l’organizzazione, l’esercizio del conflitto, il contropotere degli oppressi e da cui è nata la politica moderna. La precarietà è la base strutturale della negazione della coalizione, le leggi dei governi neoliberisti e molte politiche d’impresa si propongono di accompagnarla. La cancellazione della politicità della questione del lavoro, la riduzione del conflitto sociale a patologia, e della questione sindacale a specificità settoriale, a tecnicità sono delle coordinate culturali interne allo stesso processo. Per questa via tutti i capisaldi su cui si è venuta costituendo, in particolare in Europa, una civiltà del lavoro vengono messi in discussione. Salario, orario, controllo sulle prestazioni lavorative, diritti delle lavoratrici e lavoratori divengono pure variabili dipendenti, dipendono dalla competitività e dalla concorrenza. L’impresa e il mercato non tollerano limiti tanto più perché il capitalismo predatore è anche capitalismo flessibile e instabile. Esso scarica sulla società, sulle classi subalterne, sulla natura e sulle persone non più soltanto i costi dello sviluppo, della crescita e della crisi, ma anche quelli di un’esposizione al rischio dell’incertezza crescente delle sue varie componenti. Ma così anche la democrazia, se intesa anche come partecipazione e come sovranità popolare, subisce un declino e uno spiazzamento e la politica viene divorata dall’economia (capitalistica). Cos’è accaduto, a meno della lotta, delle resistenze, dei conflitti, dei movimenti, nell’Italia del governo Berlusconi se non proprio tutto questo? E non è questo il segno che si legge in trasparenza nello stesso trattato costituzionale europeo, seppure depurato dal peso esorbitante del primato assoluto della destra? Questo sovrappiù di capitalismo, questo turbo capitalismo, se segna, il nostro presente, induce a una prima conseguenza politica: per fare una politica di riforme c’è bisogno che essa possa fare riferimento ad una forza antagonista, che nasca dalla nuova condizione sociale di oppressione e di alienazione e dal processo di costruzione della sua nuova unità. L’ultimo capitalismo dà ragione a Marx che dice che il capitale tende a sottomettere tutto a sé perché si pone come totalità e ancora gli dà ragione quando Marx sostiene che però il capitale non ce la fa a sussumere tutto dentro di sé. Ma non è vero oggi quel che noi stessi abbiamo creduto per molto tempo che il capitalismo unificasse, contro di sé, il lavoro. Non è vero perché oggi lo sviluppo capitalistico divide, frammenta, isola il lavoro. Unificare ciò che il capitale divide è il compito arduo, in controtendenza ma assolutamente necessario che ci sta dinnanzi. Esso riguarda la coalizione delle lavoratrici e dei lavoratori, percettori di salari, stipendi e pensioni, e del lavoro autonomo, nelle mille forme delle nuove dipendenze, delle forme autonome e però eterodirette, delle ricerche di spazi di creatività e di autogoverno. Sono le stabilità resistenti eppure a rischio e le precarietà crescenti, il vecchio e il nuovo e le loro mille sovrapposizioni. Il primo maggio e il may-day. Bisogna costruire un fronte, una connessione. Il principale sindacato industriale del paese la Fiom che già stava a Genova, l’ha intuito; dall’una e dell’altra parte e, soprattutto, nelle relazioni sociali spontanee, nei luoghi di incontro e di aggregazione più aperti, si fa strada più di una consuetudine di incontro, di dialogo, di unità. Ma il più resta da fare, resta da costruire una nuova unità dell’antagonismo sociale, un soggetto sociale e politico, vorremmo dire un nuovo movimento operaio. Nella precisa consapevolezza ormai acquisita che non si tratta di un’operazione racchiusa nella sfera economica, che il rapporto di unità con i soggetti portatori di diverse culture è parte integrante di questa ricerca, non è solo quella dei giorni di festa. Questo non solo per delle ragioni assai importanti come quelle che Giorgio Agamben è venuto scrivendo sul rapporto necessario per dar vita ad un processo costituente del proletariato tra, da un lato, culture, soggettività, senso di sè e, dall’altra, la collocazione sociale del proletariato, ma perché, come ci ha insegnato il pensiero femminista, non cambia di fondo il lavoro se non cambia il rapporto tra produzione e riproduzione, tra uomo e donna e perché, come ci hanno insegnato le culture ecologiste, non c’è trasformazione del lavoro se non cambia il rapporto con la natura. E viceversa. Così l’approdo a cui eravamo giunti per somma di esperienze o di culture ora si rivela un asse strategico imprescindibile per contrastare i processi si spoliazione dell’ultimo capitalismo e per costruire la nuova alleanza, l’alleanza storica necessaria. E’ l’asse che propone di coniugare il tema della liberazione del lavoro con quella della liberazione dal lavoro. Tutto sembra dirci che l’una cosa sia ormai impraticabile senza l’altra e che dal loro legame dipende la possibilità di lavorare ad una reale connessione tra il conflitto di lavoro e i movimenti.

La seconda impegnativa domanda riguarda la natura intrinseca della rivoluzione tecnica che attraversa la globalizzazione neoliberista, quella che ha dato vita a ciò che è stata chiamata l’economia della conoscenza. Essa aveva sollevato grandi aspettative. La critica alla neutralità della scienza e della tecnica, una delle più forti e importanti eredità della contestazione operaia e studentesca della fine degli anni ’60, era stata soffocata dall’idea che stesse venendo alla luce una innovazione orizzontale, invece che verticale, attiva invece che passivizzante, insomma una risorsa per i più, per le moltitudini. Anche a sinistra così si è pensato. Non ho alcuna avversione per chi indaga tutti gli spazi possibili e, persino impossibili di un’innovazione di sistema, ne capisco persino la possibilità di subirne una fascinazione. Nel corpo a corpo di ricerca capita ai più grandi e intellettualmente generosi, si pensi al Gramsci di Americanismo e Fordismo. Ma è ora di prendere atto, e anche alcuni acuti sostenitori dell’apertura di credito alla nuova frontiera, lo stanno assai utilmente facendo, che la realtà ha falsificato le aspettative dei riformatori e l’economia della conoscenza si è rovesciata in un paradosso. Essa ha visto una crescente mercificazione della conoscenza e una tendenza potente a ridurre il salario al minimo. La combinazione dei due fattori si accompagna ad una sistematica esclusione da ogni circuito di chi non serve, sia sotto il profilo del lavoro che dell’economia. In essa dunque si da luogo ad una disuguaglianza organica, che si può chiamare essenziale perché è, essa e proprio essa, la leva di questo tipo di sviluppo: uno sviluppo fondato sulle esclusioni. Il processo interroga a fondo la civiltà e molti sono i richiami che fanno tornare alla mente gli scrittori della crisi di civiltà prima della repubblica di Weimar da Walter Benjamin a György Lukacs, da Bernstein a Karl Korsch a Martin Buber. C’è un divario crescente tra le potenzialità tecnico-scientifiche del mezzo e la cultura delle popolazioni. La constatazione è drammatica. Essa rovescia l’assunto positivista e progressista secondo cui ad uno sviluppo tecnico-scientifico corrisponde, prima o poi e seppure con una diversa distribuzione, un progresso, un avanzamento. La cultura delle popolazioni, forse la ricchezza più feconda per l’umanità, viene colpita e regredisce. Studi approfonditi prendono in esame il fenomeno dell’impoverimento culturale delle popolazioni, ma ognuno di noi ne ha conferma empirica e ne fa ogni giorno oggetto di commenti sul paese di ieri, sullo sport di ieri, sulle arti di ieri, sulla politica di ieri, sulle parrocchie, sulle sezioni e sui caffè di ieri. Più scientificamente si può dire che siamo di fronte ad una riduzione della conoscenza relativa, tra ciò che è entrato a far parte della conoscenza in generale e ciò che noi sappiamo. Non vedo come si possa ignorare le conseguenze distruttive su ciò che chiamiamo coscienza. Non vedo come si possa sfuggire alla constatazione di quanto ciò logori la democrazia, costituisca un fattore di crisi del controllo sociale sulla scienza, sulla tecnica, sulla decisione delle grandi organizzazioni e istituzioni. E’ ormai ampiamente verificato come le tecnologie elettroniche, sulla cui potenza, pervasività, ampiezza d’accesso e frequenza d’uso non si può dubitare, non producono espansioni del sapere sociale che invece, come ognuno di noi sa per esperienza diretta, si produce in percorsi complessi fatti di apprendimento e di insegnamento, fatto di scambio, di relazioni dirette e mediate, di partecipazione e di comunità, di costruzione di una comunità scientifica allargata. L’innovazione tecnica del nostro tempo non ha prodotto, non produce l’espansione del sapere sociale. Produce invece ciò che degli studiosi dell’innovazione hanno chiamato il paradosso del tempo. Esso consiste nell’accelerazione del circuito delle informazioni e del numero delle informazioni disponibili a cui però corrisponde una riduzione del tempo della nostra elaborazione cosciente, del tempo cioè di riflettere, pensare, ragionare.

Si può precipitare nel panico. In ogni caso si determina una perdita di senso del proprio fare. Così mentre gli strati alti della popolazione e della stessa popolazione lavorativa acquisiscono nuove potenzialità e spazi creativi, gli altri, sia nelle funzioni di consumo che di lavoro, subiscono una tendenza all’impoverimento delle relazioni. E’ anche per questa via che dall’alto si scavano i fossati della precarietà. Si consuma una crescente mercificazione della cultura, dell’arte e della ricerca, insieme ad una marginalizzazione del processo formativo, della scuola. Mercificazione della conoscenza e precarizzazione del lavoro sembrano essere i lati estremi ma convergenti di questo tipo di accumulazione capitalistica in Occidente. Ma si può dire Occidente? Noi pensiamo che siamo giunti, stiamo giungendo ad un passaggio storico cruciale, in cui con il sopraggiungere dell’ultimo capitalismo viene alla luce proprio la figura originaria rispetto alla storia dell’occidente. Claudio Napoleoni affinchè la liberazione fosse possibile indicava il compito “di guardare in modo diverso al rapporto tra l’uomo e il mondo, diverso cioè da quello stabilito dalla prospettiva della produzione-appropriazione-dominazione”. Non so se si può usare la nozione di occidente, ma se sì, certo il suo nomos, la sua figura originaria, come riconosce anche Carl Schmitt, quella risiede nella triade appropriazione-produzione-dominazione. Ma ora è l’esito nella innovazione, nella società e nel mondo di questo paradigma che spaventa perché si intravedono le conseguenze quando è portato, com’è, alla sua estrema conseguenza. L’Europa, non una figura mitica, questa Europa passata per le tragedie provocate dal suo colonialismo, passata per l’orrore delle guerre tra i suoi paesi, e per l’orrore assoluto di Auschitz, questa Europa del deposito di conquiste democratiche e civili della sua storia che è storia delle lotte tra le classi e delle realtà di vita democratica prodotta dal movimento operaio, questa Europa non quella del trattato, ma l’Europa possibile, quella attraversata dai movimenti della pace e dai movimenti no-global, questa Europa può tirare il freno, ritrarsi da una modernizzazione senza civiltà, evitare il precipizio e intraprendere un altro cammino per sé e per gli altri. Prima che sia troppo tardi. Vorrei riproporvi le parole di un uomo di un compagno che a questa ansia per il futuro dell’umanità, per il rischio di distruzione ha saputo trovare le espressioni più penetranti: Luigi Pintor scrive sul Manifesto il 10 ottobre 2001: “Togliamoci dalla testa che questa guerra sia come quelle che abbiamo conosciuto nell’ultimo mezzo secolo. Non è ancora la terza guerra mondiale che immaginavamo ma ne ha tutta la potenzialità catastrofica.

La spirale terrorismo-guerra-terrorismo non lascia scampo. Anche nel 1939 era difficile capire che cosa stava succedendo e che non sarebbe stata una parentesi. Finché ci furono quaranta milioni di morti per poi ricominciare da capo.

La retorica micidiale della guerra e dei patriottismi ci assorda tra invocazioni al proprio dio e strategie da farmacia. L’obiettivo non è una pacificazione ma la vittoria. La vittoria non ha prezzo e non conosce limiti. Spetta ai più forti e noi lo siamo. L’odio si sommerà all’odio e devasterà gli animi più che le armi i corpi. Che futuro è? Un futuro senza futuro. Il terrore e la guerra non più come escrescenza ma come normalità.

Mi scuso per non aver previsto il crollo di quelle torri e che la terza guerra mondiale sarebbe scoppiata in nuove forme nel 2001 invece che nel 2010. Ero un ottimista. Però ho scritto per anni della malattia mortale che grava sull’umanità in questo mondo dissestato e diseguale.

Ero un pessimista.

Tragedia e frivolezza convivono nei media e nella vita pubblica. Siamo lontani da una presa di coscienza di quel che accade, senza la quale non c’è speranza. Vorrei vedere mezza Italia concorde ad Assisi. Vorrei vedere le civiltà superiori e l’Onu fondare in tre mesi uno stato palestinese come hanno fondato uno stato israeliano.

Non accadrà. Ma senza una presa di coscienza tempestiva e universale il futuro non ha futuro. Lo dico e non mi scuserò in avvenire per averlo detto e ripetuto.”

Questa presa di coscienza del carattere potenzialmente distruttivo della spirale guerra-terrorismo è oggi la costruzione, la conquista della pace. La pace è la stella polare della politica del nostro tempo, non è solo assenza di guerra è la guida per la costruzione dell’altro mondo possibile. Esso è gia cominciato a vivere nei movimenti, nel movimento della pace. Una nuova cultura politica sta venendo alla luce ed è affermata anche in modo semplice da moltitudini che prendono coscienza, che manifestano senza aver bisogno di rigide piattaforme e di potenti organizzazioni, che si mettono in cammino. Cos’era, se non questo, la manifestazione del 19 febbraio a Roma per la liberazione di Giuliana Sgrena? Solo chi non capisce questa nuova lingua dei percorsi di liberazione, può pensare che essa sia stata meno politica di altre più militanti, in realtà siamo invece di fronte a nuove esperienze di massa che contengono annunci, embrioni di una cosa che possiamo chiamare la riforma della politica, con la sua riappropriazione da parte di centinaia di migliaia di individui affinché la politica possa tornare a riattraversare la vita, le emozioni, i sentimenti. La vita contro la morte, la pace contro la guerra e il terrorismo. Il movimento ha avuto ragione su tutto. Il partito della guerra torto su tutto. La guerra è stata fatta, hanno detto, perché l’Irak possedeva armi di distruzioni di massa. Senza questa motivazione Bush con i suoi alleati non sarebbero stati politicamente in grado di farlo. Le armi di distruzione non c’erano. Le truppe di occupazione si sarebbero dovute ritirare. E dovrebbe far riflettere il paradosso più volte richiamato secondo il quale se l’esercito degli USA volesse davvero trovare armi di distruzione di massa non in Irak le dovrebbe cercare, ma invece proprio negli Stati Uniti dove ne troverebbe la più granda quantità esistente al mondo. Hanno deposto Saddam, non era l’obiettivo dichiarato della guerra, ma se fosse stato quello vero, seppure nascosto, dopo la sua caduta, se ne sarebbero dovuti andare dall’Irak. E non vale l’argomento che restano per garantire la sicurezza perché altri, non coinvolti nella guerra, lo avrebbero potuto fare davvero. Milioni di irakene e di irakeni sono andati a votare appena ne hanno avuta l’occasione. Altri ne sono stati impediti dalla guerra di occupazione e dal terrore. C’è il rischio alto, di una balcanizzazione del paese dell’esplodere di conflitti religiosi. Noi che abbiamo imparato a fare della democrazia e anche del voto un elemento fondativo della politica in cui crediamo ci siamo persino emozionati. Ma anche quei voti chiedono la pace, la sovranità per il popolo irakeno, la fine del regime di occupazione. Non sono un paravento per nascondere la terribile realtà: la guerra continua. La guerra col suo carro di morte, ieri e oggi, e di odio per l’oggi e per il domani. Il dottor Salam Ismael ha portato aiuti a Fallujia. Ecco l’inizio del suo racconto com’è apparso su Liberazione: “ La prima cosa che mi ha colpito è stato l’odore, un effluvio difficile da descrivere, e che non dimenticherò mai. L’odore della morte. Centinaia di cadaveri erano in decomposizione nelle case, nei giardini e nelle strade di Falluja. Corpi che si putrefacevano là dove erano caduti – corpi di uomini, di donne e bambini, molti semi- divorati dai cani randagi.

Un’ondata di odio aveva spazzato via due terzi della città, distruggendo case e moschee, scuole e ospedali. Era questo il potere terribile e spaventoso dell’assalto militare statunitense.”

Questa è la guerra di Bush e dei suoi alleati. Non c’erano le armi di distruzione in Irak, non c’è più Saddam, perché la guerra prosegue? Perché il governo italiano, come continuiamo a chiedere con forza, d’intesa con tutto il movimento pacifista, non ritira le sue truppe come ha fatto Zapatero allineandosi a Francia e Germania che mai le avevano inviate? Perché malgrado la crescita del terrorismo, la guerra di Bush continua?

Perché la guerra prosegue malgrado il suo evidente fallimento e la sua manifesta crisi?

La risposta sta nella teoria della guerra preventiva, nella politica imperiale degli USA di Bush, nella loro scelta di una organizzazione unipolare del mondo e non solo di una politica unilaterale. Quest’ultima può anche cambiare, riguarda il sistema di relazioni tra gli stati e le congiunture politiche, è l’altra che deve essere messa in discussione, appunto la teoria della guerra preventiva, l’organizzazione unipolare del mondo e della globalizzazione. Questo è il compito dell’Europa se vuole affermarsi come soggetto mondiale autonomo, questo è il compito del movimento per la pace. E’ un compito che si nutre anche di obiettivi parziali e imperfetti che possano segnare altri elementi di crisi nella strategia della guerra e prime conquiste dei movimenti. Guardiamo con questa ottica a ciò che avviene in terra di Palestina in cui ogni spiraglio di trattativa, di affermazione di diritti negati al popolo palestinese vanno appoggiati incoraggiati anche quando oppressi da un muro che costituisce un’intollerabile e sistematica violenza. E che noi chiediamo venga fermato e rimosso. Altro, la pace, appunto, deve essere la garanzia che pure è dovuta al futuro dello stato di Israele. La pace contro la guerra, in Palestina come nel mondo. Vorrei usare le parole di Alì Rashid per delineare un’agire, un far politica proposta per il suo popolo, che anche il nostro agire. La pace non può essere solo assenza di guerra, perché è la guerra che segna il nostro tempo, che entra nelle nostre vite, che plasma le relazioni umane, che condiziona l’economia. La guerra è nemica dell’umanità, della partecipazione e della trasformazione. Il terrorismo è nemico dell’umanità, della partecipazione e della trasformazione. La guerra e il terrorismo sono nostri nemici. La spirale guerra-terrorismo avevamo intuito che avrebbe segnato tutto ciò che non gli si oppone apertamente, che non gli si dichiara irriducibilmente estraneo. Essa arriva sino a noi nelle forme di una moltiplicazione della violenza, della perdita di valore della vita umana. Le forme dell’orrore si moltiplicano, prendono di mira i bambini e la donna, l’infanzia e le donne come a dire di una volontà di devastazione all’origine della vita. La penetrazione delle organizzazioni criminali dalla mafia alla camorra nelle grandi e disgregate periferie urbane del sud, non è altro che questo, parla lo stesso linguaggio di violenza e di morte. Non è il riemergere di forme arcaiche, è un lato di questa modernizzazione che succhia dalla guerra e dal terrore il primato del dominio attraverso la forza e la violenza, la sospensione della legalità, il controllo del territorio, privato di ogni forma di autogoverno, di comunità condivisa e partecipata. Sono le ricchezze ricavate dalle attività criminose che vengono mese in rete confondendosi da un lato con i flussi degli incontrollabili processi finanziari, e dall’altro, facendosi impresa attraverso cui esercitare un più penetrante controllo del territorio. Sono imprese che sommano la flessibilità e il basso costo del lavoro a cui tende per altro l’intero sistema, con un sovrappiù di dipendenza del lavoratore ricattato dalla catena malavitosa in cui l’azienda è inserita. Sono imprese capaci di delocalizzare, specie in paesi dove il regime di bassi salari si somma ad una particolare esposizione dell’economia al contagio dell’economia criminale. Così la violenza della guerra e del terrorismo scende i vari gironi attraverso la contaminazione dell’economia e delle produzioni culturali e dell’informazione fino ad incontrare la solitudine della nuova condizione urbana per esplodere in violenze imprevedibili e contagianti. Si produce così una crisi della coesione sociale, la crisi della comunità, entro cui passa, nel territorio, l’imbarbarimento delle relazioni quotidiane così come nel mondo la barbarie è portata dalla guerra. Ieri le arginava nel mondo l’eredità della vittoria contro il nazifascismo, persino nella realtà sfigurata di Yalta dei blocchi contrapposti. Ieri l’arginava, nel territorio una forte cultura popolare nata dalla lotta di classe nelle fabbriche e vissuta nei quartieri popolari attorno ad esse, alimentata dalle leghe sindacali, dalle sezioni del PCI, del PSI, dei partiti della sinistra, ma anche dalle parrocchie e da un rapporto con l’intellettualità e la cultura che formava un senso comune. Oggi gli argini e le casematte dell’ultimo novecento sono saltate o resistono con affanno. Ma la globalizzazione capitalistica e le politiche neoliberiste non sono riuscite a fare il deserto. I movimenti di questi anni vanno costruendo nuovi argini e nuove casematte e vecchie si sono riformate. Nel mondo, con la rinascita di un movimento mondiale, ha preso corpo una potenza democratica in formazione, pacifica e non violenta che si oppone alla guerra. Nel territorio, sono cresciuti spazi democratici con ciò che ha già seminato il movimento, con la ripresa del conflitto sociale, con la reinvenzione di nuove forme di aggregazione, di socialità, di disobbedienza, di spazi liberati, di autogoverno. Ieri, alla fine del secolo scorso, la partita sembrava chiusa e c’era chi aveva cantato la fine della storia nel capitalismo. Oggi la partita si è riaperta e proprio sul fondo della questione, cioè su dove va la storia. Dobbiamo far vivere, insieme, il senso di speranza e di fiducia di questa grande contesa che si riapre sul destino dell’umanità e percepire il senso drammatico di questa contesa. Perciò abbiamo fatto ricorso alla formula socialismo o barbarie. Essa non è meno incisiva per il fatto che la barbarie sappiano cos’è, lo impariamo dal mondo in cui viviamo, mentre il socialismo che vogliamo costruire è esso stesso una ricerca aperta, incompiuta. Non un modello di società futura già definito, da realizzare magari attraverso la presa del potere. Potere che invece abbiamo imparato va sottoposto ad una critica permanente chiunque lo detenga. Per questo parliamo di una ricerca, quella del superamento della società capitalistica che cammina sulle gambe dei movimenti, ponendosi domande, dandosi risposte, verificando il cammino. Abbiamo fatto ricorso alla formula socialismo o barbarie per dare, per intero il senso della sfida del nostro tempo. E per sottolineare una similitudine con il drammatico tornante di cui ci parlava Rosa Luxemburg e che si dà quando il predominio borghese di classe non dà più luogo al progresso storico. Una condizione che si può dare, abbiamo imparato, più volte, come rischio e come potenzialità ravvicinata. Il fatto che essa possa non sfociare, fino in fondo, nell’uno o nell’altro corno del dilemma non smentisce l’approccio. Chi non vede quando si affaccia il rischio di catastrofe, può anche fondarsi su elementi tecnici non del tutto infondati, ma resterà politicamente muto. La pace è la nostra alternativa alla catastrofe e ciò che ordina la politica della trasformazione, la rivoluzione, si potrebbe dire, del nostro tempo. L’aveva inteso bene padre Balducci sia nel cogliere il rischio, sia nell’individuare la linea d’uscita.

“La situazione è drammatica solo perché la transizione, unica alternativa alla catastrofe, non può essere il semplice prodotto dei processi in corso, essa chiede un dispendio aggiuntivo di libertà creativa. Lasciati a se stessi o assecondati con quella etica della rassegnazione, questi processi non potranno non condurre al loro sbocco naturale, che è la distruzione.”

Questa libertà creativa di cui parlava Balducci è l’assunzione della pace come bussola dell’agire per la trasformazione della società.

Costruire la pace, a partire dei movimenti nella società, dai comportamenti sociali e umani, per giungere ad investire le politiche degli stati e delle istituzioni e fondare nuove forme di organizzazione della società e dell’economia. Nuovi modelli di sviluppo diremmo, se la critica al paradigma dello sviluppo quantitativo, quello che si misura in Pil, per intenderci, non ci rendesse critici nei confronti dello stesso uso del termine sviluppo. Costruire la pace è il nostro compito. Noi eleggiamo l’Europa, l’altra Europa rispetto a quella di Maastricht e del trattato, come tessera di questo mosaico di pace . Un’Europa della traduzione, ha detto Etienne Balibar, cioè del dialogo tra le culture e le civiltà, un’Europa che dal Mediterraneo trae la lezione fondamentale: mare nostro, perché costruito tra diversità e comunioni. L’Europa politica a cui lavoriamo è, in primo luogo, un soggetto di pace nel mondo, che contribuisce a creare una civiltà in cui la guerra è un tabù. L’Europa che vogliamo ripudia la guerra, come recita l’articolo 11 della nostra Costituzione, ma come, invece, non fa l’Italia reale. Ma il filo della pace va tirato a guidare le nostre azioni, non solo ciò che rivendichiamo ma per ciò che facciamo. Nonviolenza, partecipazione e democrazia. La non violenza non è una nostra invenzione, l’abbiamo imparato a Genova quando il movimento di fronte ad una strategia della repressione che lo voleva schiantare si è sottratto alla spirale repressione, violenza, nuova repressione e ha invece dato luogo ad una pratica di massa che, passando per Firenze, è giunta fin qui. E per questo che possiamo ancora custodire il dolore per l’uccisione di Carlo come l’accompagnamento a questo cammino di liberazione dall’ingiustizia, dall’oppressione e dalla violenza. La nonviolenza come hanno insegnato coloro che anche in Italia l’hanno pensata e praticata in tempi lontani ben prima di noi, da Aldo Capitini a Danilo Dolci, non è una poesia per anime belle, né tanto meno una qualche riduzione del conflitto col potere e col sistema. Non è una pratica compromissoria. Essa costituisce al contrario una pratica sociale attraverso la quale le classi subalterne, le masse, le moltitudini, le persone prendono nelle mani il loro futuro, lottando senza più delegare, lottando e imparando dagli altri, lottando e conquistando, lottando e già praticando l’obiettivo, cambiando la società, la realtà, e anche se stessi. Nonviolenza è un percorso di liberazione contro la violenza del potere e del sistema, contro la guerra. Un anticorpo contro le barbarie da cui può prendere corpo una nuova stagione di partecipazione, di democrazia partecipata. La conquista della pace è costruzione di comunità e la messa al lavoro politico di quell’attività continua di autotrasformazione che la caratterizza, di azione sociale attiva, di occasione di nuovi e non autoritaritari fattori per la coesione sociale, secondo l’ispirazione dettata dalle parole di Giovanni Franzoni: “la comunità non esiste ma è ripetutamente possibile”. Ed è possibile concretamente perché insieme ai movimenti e ai conflitti sociali in Italia sono sorte esperienze importanti di democrazia partecipativa che hanno cominciato a vivere anche nelle istituzioni, come nelle pratiche dei nuovi municipi, dei bilanci partecipativi. La critica ai limiti della democrazia rappresentativa ha già cominciato a dar luogo a nuove realtà sociali e nuove istituzioni. Ma costruire la pace vuol dire, e a questo obiettivo noi tutti siamo ancora lontani, costruire un vero e proprio cambio di asse del modello sociale. Torna così, per noi che qui stiamo, l’Europa come realtà minima necessaria per operare questo cambio che col rilancio dell’obiettivo del disarmo, ripropone lo stesso filo che avevamo annodato sul lavoro, quello della riconversione dell’economia, di un diverso rapporto tra la produzione e la riproduzione, tra l’economia e la natura. Dal disarmo può prendere slancio un’Europa di pace. Questa Europa non ha bisogno di un suo esercito. Al contrario annodando il filo del disarmo l’Europa potrebbe promuovere una campagna per la riduzione delle spese militari, di riconversione delle industrie delle armi a partire dalla messa al bando di quelle più distruttive, di superamento delle servitù militari che condannano paesi liberi ad essere occupati da basi militari di altri paesi. E’ in questo quadro di un protagonismo di pace dell’Europa che il superamento della NATO acquisterebbe un senso ancor più forte. Ne guadagnerebbe una prospettiva di rilancio delle Nazioni Unite a governo di un mondo multipolare. E i paesi del Terzo mondo potrebbero sperare che qualche altra parte del mondo non sia già dimentica, dopo qualche mese, e dalla catastrofe dello tsunami, catastrofe naturale di cui non può però vantare innocenza il nostro modello di sviluppo né l’organizzazione imperiale del mondo. Forse un’Europa che al posto degli eserciti schiera la protezione civile e sa vedere che il maremoto fa esplodere la faglia tra ricchi e poveri, forse un’Europa così può parlare, oltreché ascoltare, i tanti sud del mondo. Il cambio del paradigma produzione-appropriazione-dominazione è dunque ciò che propone l’assunzione del tema della pace quale centro fondativo della politica, quale linea di rinascita della grande politica. E il tema della pace chiama nel mondo di oggi il tema della trasformazione e lo chiama non attraverso una riverniciatura ideologica bensì a partire dalla vita, delle ansie e delle aspettative immerse nella vita di ogni giorno.

Un altro mondo è possibile. E’ in questo quadro caratterizzato da un conflitto di fondo sulle sorti della civiltà, che investe così direttamente l’Europa e il suo futuro che si colloca il nostro problema qui, in Italia. Qual è il senso della contesa che in maniera strisciante ma forte investe da tempo il paese? Qual è la posta in gioco, l’oggetto della sfida? E dove stiamo rispetto ad essi? Sono domande di fondo. La nostra opinione è che questo conflitto si sia venuto radicalizzando con la crisi delle politiche neoliberiste, l’allargarsi della opposizione sociale, della protesta e della rabbia di larghi settori del paese a cui tuttavia non corrisponde alcun cambiamento. C’è solo la riproposizione delle stesse politiche neoliberiste già fallite. Così matura una crisi ancor più profonda se non interviene rapidamente un inversione di tendenza reale, un cambio. Si gioca qui il possibile esito della contesa di classe, sociale e politica ovvero la possibilità di determinare o no la discontinuità, la rottura con un intero ciclo. Una questione, se così la si intende, che va ben oltre il problema delle elezioni politiche del 2006, sebbene passi per esse. La prima domanda a cui dobbiamo rispondere non è, se in caso di sconfitta di Berlusconi, dobbiamo o no far parte di un governo di alternativa, bensì qual’è il problema che il paese ha di fronte e come può essere risolto. Il ciclo breve, anche se a noi appare come un tempo tanto lungo da essere intollerabile, il ciclo breve del governo delle destre in Italia sta infatti dentro il ciclo lungo del dominio delle politiche neoliberiste che hanno accompagnato una riorganizzazione dell’economia della società e della politica, che dura ormai da un quarto di secolo e ci ha condotti a questo punto di crisi. Il problema di fronte a noi è il seguente: dopo 25 anni è possibile riprendere un cammino di riforme sociali e di struttura che rompa questo ciclo, riaprendo un percorso progressivo oppure andiamo incontro ad una regressione sociale, democratica e nei diritti di civiltà da diventare irreversibile per un lungo tempo, segnando così la definitiva collocazione dell’Italia fuori dalle aspettative, dalla speranza e dalle conquiste che sono state il segno più profondo lasciato dalla Resistenza, dalla Lotta di Liberazione, dall’Antifascismo? Questa è la sfida. Quel che dobbiamo sapere è che questa sfida è oggettivamente aperta e attraversa già la vita delle popolazioni.

La crisi sociale non potrebbe essere più acuta. Le nuove generazioni misurano, sulla propria condizione il futuro del paese. La crisi di fiducia nel nostro futuro è palpabile. De resto come potrebbe non esserlo se, come abbiamo visto, per la prima volta, in tutto questo lungo dopoguerra, i figli stanno peggio dei padri? La precarietà e l’incertezza risalgono dalle nuove generazioni e dai soggetti più esposti fino a segnare la condizione di tutte e di tutti, fino condizionare la vita delle persone e del paese interno.

La precarietà non è più l’espressione di un’arretratezza, non è il nostro passato da cui potersi sottrarre in un processo, anche se lento e difficile, di emancipazione, ma è diventata il nostro destino. Non stà alla nostre spalle ma dinnanzi a noi, non è la zavorra del passato riassunta nella figura del caporalato di cui fatichiamo a liberarci, ma l’espressione della modernità di questa globalizzazione. Lo si vede persino nell’uso obbligatorio della lingua inglese con cui vengono chiamate tutte le nuove figure lavorative della precarietà. Guardiamo alla condizione dei migranti. Nel precedente secolo, la condizione di migrante rappresentava un cuneo del passato che penetrava nel presente del nuovo paese. Il migrante era sfruttato come “prima” si sfruttavano i lavoratori di quel paese; non aveva diritti come “prima” non avevano diritti quelli che poi li avevano conquistati; aveva poco salario come “prima” avevano poco salario gli altri. In un lento, faticoso, spesso anche drammatico processo, si poteva pensare di guadagnare una condizione di uguaglianza, verso l’alto. Oggi al contrario, la condizione del lavoratore migrante esprime la modernità di una condizione di lavoro servile, di una tendenza alla generalizzazione della precarietà che è perseguita per tutti i lavoratori e che vede nel migrante il suo lato più esposto. Il migrante non rappresenta più il passato di una condizione che non c’è più per i locali, ma al contrario egli sperimenta la modernità, si fa per dire, di una condizione in cui la globalizzazione neoliberista intende trascinare tutti. Ecco perché la lotta per i diritti di cittadinanza per i migranti è parte della ricostruzione di un nuovo movimento operaio, e parte della costruzione di una coalizione sociale vincente. La regressione sociale è il futuro che ci propone la globalizzazione capitalistica. Guardiamo al fenomeno dell’allargamento delle povertà, anche attraverso l’insieme degli studi, delle analisi, delle esperienze che le associazioni di volontariato come la Caritas propongono con un allarmante serie di dati sui nuovi poveri. Non si tratta più solo di emarginati, che pur crescono drammaticamente, come ci dicono le storie di strada. Si tratta di una condizione del tutto diversa dal passato. Una condizione da cui non si tende più ad emanciparsi, anche gradualmente, ma in cui si rischia, al contrario, di precipitare anche da parte di settori prima garantiti, o almeno immunizzati da questo rischio dal lavoro e dallo stato sociale.

Pensiamo solo a come pesano i costi della sanità sull’aumento dell’insicurezza sociale. Pensiamo a come una sanità, in parte già privatizzata, anche per via di leggi e dispositivi penalizzanti, si rende ostile al mondo di chi ha bisogno di cure. Pensiamo alla condizione abitativa. La casa è un’altra spia del fallimento delle politiche neoliberiste. Alla liberalizzazione del mercato e alla privatizzazione e dismissione del patrimonio abitativo pubblico, non ha corrisposto, la liberazione del mercato e il soddisfacimento dei bisogni, bensì il monopolio della rendita immobiliare speculativa. L’Italia è divenuta il fanalino di coda dell’Unione europea nell’offerta di alloggi a canone sociale. E, oggi, avere o non avere casa è questione decisiva rispetto al rischio di precipitare nella disperazione quando la perdi, specialmente se da vecchio, mentre la mancanza di una casa da abitare diventa un impedimento per molti giovani a progettare la propria vita. Si potrebbe continuare fino ad arrivare al peso duro e allarmante dell’attacco alla previdenza pubblica, al diritto alla pensione. Se la crisi sociale del paese è l’ottica da cui guardare al destino dell’Italia, capire fino in fondo il peso che le politiche del governo Berlusconi hanno nel processo di disgregazione sociale diventa decisivo nella costruzione di una politica di alternativa. Non è che le politiche neoliberiste comincino col governo Berlusconi, gli stessi governi di centro-sinistra colpevolmente si erano messi, seppure con moderazione, spesso su questa via, ma è col governo Berlusconi che prende corpo un’idea complessiva di un’Italia come grande nord-est: un’Italia aggressiva all’esterno e all’interno che fonda la competitività delle merci italiane sulla riduzione del costo del lavoro e sull’assolutizzazione della flessibilità, che punta sulla riduzione dello stato sociale a stato sociale minimo (l’economia compassionevole), che promette una sistematica irresponsabilità sociale, si veda il discorso sulle tasse, ai ricchi e ai ceti possidenti. È questa politica che fallisce clamorosamente: produce i guasti sociali previsti ma viene sconfitta anche sul tema della crescita dell’economia e della competizione. E’ qui che si sta consumando la crisi del rapporto tra il governo e il paese. Troppe volte anche a sinistra si manifesta un atteggiamento aristocratico e sbrigativo nei confronti del berlusconismo, atteggiamento che non consente di vedere il disegno di cui è portatore; disegno che può essere sconfitto ma che ha una sua forza. C’è una logica in quella follia. Se guardiamo alle modifiche istituzionali e nel rapporto tra i poteri perseguita da Berlusconi vediamo riemergere l’antica teoria della Trilateral: se i canali democratici portano domande, rivendicazioni a cui il sistema non sa o non vuole rispondere; allora ostruisci i canali democratici così che si spenga la domanda. E’ l’attacco al sistema delle autonomie, a tutte le autonomie, quella del parlamento, quella della magistratura, quella dei sindacati, quella del governo locale, a cui il federalismo da i poteri solo per fare la politica che vorrebbe il governo, a quello delle popolazioni a cui si nega la possibilità di decidere sulla propria esistenza. E l’attacco alle autonomie si accompagna ad una concentrazione di poteri nell’esecutivo e nell’asservimento ad esso di assi centrali per i nuovi destini della democrazia, come la cultura e l’informazione, a partire da quella radiotelevisiva. Basti dire che nella modifica costituzionale del governo se c’è un contrasto tra il capo del governo e il parlamento, non c’è la crisi di governo ma è il capo del governo che manda a casa il parlamento. Un disegno, dunque, non solo delle provocazioni, un disegno di cui sarà meglio vederne bene l’insidia per non avere domani brutte sorprese. Bisogna essere attenti a cogliere i nessi, i collegamenti che legano i diversi aspetti della politica di questa particolare specie di neo-conservatori, che sono quelli italiani. Nessi che li possono portare, per difendere la causa della guerra, a una riscoperta del sacro nella politica di forza, senza timore di poter essere considerati blasfemi. Nessi con i quali i nuovi conservatori pensano di tessere i fili di una corazza ideologica con la quale salvare una politica fallimentare. Pensiamo alla legge sulla procreazione assistita. L’impianto confessionale della legge lavora in direzione di uno stato etico che possa sostituire il consenso che non c’è con le prescrizioni, a quel punto e come tali, indiscutibili. Persino le inutili cattiverie previste dalla legge, l’imposizione alla futura madre di norme vessatorie fanno da corredo ad un principio reazionario che ne costituisce il cuore: tu donna non puoi decidere liberamente della tua maternità. Per questo siamo stati con i radicali e con gli altri protagonisti della raccolta delle firme per il referendum e siamo impegnati oggi in uno schieramento largo, di cui le donne sono le protagoniste, per una causa di libertà da affermare con la vittoria dei si al referendum. Lo siamo anche per disvelare il pericolo della operazione ideologica operata dalla destra. Non sarà inutile ricordare la campagna elettorale che ha portato Bush alla vittoria e il peso in essa dell’ideologia. La sconfitta di Berlusconi richiede una forte lotta culturale, la nostra capacità di far emergere compiutamente una cultura politica, se volete un’ideologia, un’idea del mondo, alternativa a quella delle destre. Per questo facciamo della pace la guida di un intero discorso politico. Ma, contemporaneamente, questa lotta culturale deve attraversare la vita quotidiana delle persone e delle popolazioni, deve dare corpo a una critica pratica, radicale e concreta, delle attuali condizioni di lavoro e di vita per risalire da esse alla contestazione delle cause che le producono e ad un processo di riforme sociali ed economiche per rimuoverle. C’è una triade legislativa nell’azione del governo Berlusconi che ha espresso organicamente, il suo intero progetto sociale. Sono la legge 30 sul mercato del lavoro, la Bossi-Fini sull’immigrazione e la legge Moratti sulla scuola. Il centro di ciò che le ispira è l’idea del lavoro come pura variabile dipendente dalla competitività. Con la legge 30 la precarietà diventa legge e può pervadere l’intero mondo del lavoro, prendendo persino il posto della parti normative dei contratti. La messa in discussione del contratto nazionale collettivo completerebbe la scelta di togliere ai lavoratori la possibilità di unificarsi ai fini di costruire un forte potere contrattuale. La legge 30 corrode il contratto. La Bossi-Fini, oltre alla lesione di diritti civili fondamentali per i migranti, con la negazione dei diritti di cittadinanza e con la dipendenza assoluta dall’impresa, li configura come il possibile ventre molle su cui premere per trascinare l’intero convoglio del lavoro verso le stazioni della precarietà, del lavoro nero e grigio. Ma, allora, se il destino per la stragrande maggioranza della popolazione lavorativa è di un lavoro precario e povero, deve avere pensato la Moratti perché sprecare soldi nella formazione, nella scuola? Il governo ha risposto alla domanda con una legge che ha visto subito un’opposizione di massa, a partire dagli insegnanti, perché in realtà essa propone la fine della speranza di una scuola di qualità e di massa. Al contrario, con la legge Moratti, salvaguardato il percorso aperto verso l’alto, anche verso scuole di eccellenza, di uno strato ristretto della popolazione scolastica vocata a divenire parte delle classi dirigenti, per gli altri viene proposto il declassamento sistematico della formazione a formazione professionale. Così nasce quell’insulto al diritto alla formazione che è l’obbligo di scegliere a 12 anni a quale indirizzo avviarsi. A 12 anni non scegli, sceglie per te la famiglia, messa sotto un ricatto tanto crudele quanto oggettivo. Non sceglie neppure la famiglia, sceglie il bilancio familiare. Sceglie la busta paga. Se non sei benestante sei escluso. Si chiama discriminazione di classe. E’ giusto, è necessario ribellarsi. Per questo ci proponiamo come tanta parte dei movimenti, insieme a molte altre realtà sociali e politiche l’abrogazione della legge 30, della Bossi-Fini e della Moratti. Non c’è nulla di estremistico in queste richieste. Se ci sono sulla via che hai intrapreso, dei macigni che ti impediscono il cammino, cosa devi fare se non rimuovere i macigni? Rimuovere questi macigni controriformatori, a noi pare un compito che il governo dell’alternativa a Berlusconi dovrebbe realizzare per dispiegare, liberato il terreno da essi, un nuovo corso riformatore che punti a valorizzare il lavoro e le culture in una nuova connessione creativa. Bisogna battere Berlusconi ma anche le sue politiche. Berlusconi del resto non è una parentesi nella storia del paese chiusa la quale tutto torna al suo posto. Da un la lato Berlusconi è parte di una destra che agisce su scala mondiale, si veda il legame con Bush, dall’altro egli, piuttosto che essere un corpo estraneo al paese, è la narrazione, il racconto di una certa Italia. Dietro il governo delle destre si affaccia la questione dello stato generale del paese e più specificatamente della sua classe dirigente, del capitalismo italiano. La globalizzazione ne ha messo in luce la crisi e ne ha accentuato il declino. E’ un capitalismo allo sbando, che si attarda a replicare politiche già fallite. La grande impresa industriale privata non c’è più. Paradossalmente le uniche grandi aziende rimaste sono pubbliche. Il caso Fiat è emblematico, quasi il prisma attraverso cui leggere il fallimento della grande borghesia del paese. Liberata come aveva preteso dai lacci del potere contrattuale dei lavoratori e dai pretesi laccioli del pubblico, la Fiat è giunta alla sua crisi più drammatica. Senza intervento pubblico la ricerca strategica è uscita dalla politiche del paese, mentre l’illusione piccolo è bello si è frantumata su un mercato mondiale connotato dal ciclo politico del dollaro e dall’ascesa imponente di nuovi grandi produttori come la Cina. Del resto un’economia tutta proiettata verso l’esportazione, sostanzialmente privata della leva del mercato interno, anche per continuare a comprimere i salari gli stipendi e le pensioni è, in queste condizioni, in un’empasse drammatica . Ha ragione Luciano Gallino: o le imprese pensano di portare i salari dei lavoratori italiani al livello di quelli cinesi oppure si deve cambiare strada. Cambiare strada dunque, ma in quale direzione? La via del centro-sinistra mondiale degli anni ’90 è diventata oggettivamente impercorribile. Non vogliamo riproporre la discussione di allora. E’ che oggi è caduta la possibilità di vedere attribuita all’innovazione, alla globalizzazione una fase di crescita ininterrotta e, anche attraverso nuove regole, la possibilità di operare al suo interno la redistribuzione della ricchezza e dei diritti. Anche importanti dirigenti riformisti riconoscono di aver subito in quel periodo il fascino di una lettura liberale dei processi. Comunque non si può tornare a prima di Berlusconi. La crisi e il declino del paese configurano un terreno che propone la riprogettazione di una grande politica di riforma, in un passaggio per alcuni versi cruciale e inedito. La questione investe più in generale l’Europa e solo a quel livello può trovare una soluzione di assetto strategico. E però l’ltalia è un caso particolare di questa Europa e perciò lo scontro oggi è assai significativo anche nella dimensione europea. Qui da noi si presenta più acutamente che altrove, penso alla Francia ma anche alla Germania, uno scontro di fondo da cui, in qualche misura, ne dipendono molti altri. C’è bisogno ora di un progetto di società, di un’idea del paese in Europa come vorremmo che fosse tra 5-10 anni. C’è bisogno della creazione di una nuova strumentazione della politica, del pubblico per perseguire gli obiettivi riformatori. Solo così può nascere un grande processo di partecipazione democratica al programma dell’unione, solo così può crescere la politica. Dobbiamo essere avvertiti, se questo non accadrà la crisi, il declino potrebbero precipitare il paese in una giungla. Sarebbe, per il paese, l’americanizzazione senza lo sviluppo. Il pericolo c’è, c’è una irresponsabilità crescente dell’imprenditoria nei confronti della società, tutto il contrario delle ragioni sociali dell’impresa. I processi di delocalizzazione ne sono una manifestazione e vi concorrono. Così come vi concorre la deterritorializzazione dei luoghi di decisione strategica dell’impresa. Se il padrone dell’acciaierie sta a Terni, a Terni, in qualche modo, tanto più di fronte ad una capacità di mobilitazione dei lavoratori e della comunità, deve rispondere, ma se sta in un altro paese può farsi indifferente a quel territorio. E lo diventa tanto più se il potere pubblico si è di fatto dissolto, diventato irresponsabile anche lui in quanto nascosto dietro la regnatela dei divieti della burocrazia neo-liberista. Ne hai la conferma proprio nella vertenza appena chiusa, sul terreno sindacale, della difesa dei lavoratori, con un buon accordo. Ma la perdita del magnetico a Terni è un’altra sconfitta per le politiche industriali del paese. In realtà privo di strategie di sviluppo il capitalismo italiano, in crisi nel mondo globalizzato, sembra proprio inseguire il sogno (o l’obiettivo) di un ritorno all’‘800. La crisi delle politiche neoliberiste non da luogo automaticamente al loro abbandono, anche perché incontra la crisi della classe dirigente del paese. Perciò è necessario un grande intervento soggettivo, un disegno politico, che punti a costruire una nuova classe dirigente del paese, dando vita ad un nuovo modello economico-sociale in una nuova Europa. È necessario perché il paese è ad un bivio. Questa è la radice strutturale, si potrebbe dire la base materiale e culturale dello scontro con la destra che attraversa l&

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