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Emergenza rifiuti e lotte di resistenza

(9 Settembre 2008)

Le molteplici resistenze determinatesi in Campania contro le conseguenze di oltre tre lustri di gestione emergenziale dello smaltimento dei rifiuti, rappresenta un interessantissimo osservatorio su alcune dinamiche della conflittualità sociale e le risposte dello stato nella fase attuale.

Non che negli anni precedenti fossero mancate le proteste contro l’insediamento di nuove discariche o la riapertura di vecchi siti oramai più che saturi, come pure vi era stata la mobilitazione contro il costruendo inceneritore di Acerra. Ma la scellerata politica di gestione emergenziale dei rifiuti, vittima della sua stessa logica, ha collassato improvvisamente non trovando più spazi disponibili per depositare gli enormi volumi d’immondizia prodotti in attesa di poterli profittevolmente bruciare nei previsti inceneritori.
Gli spazi utilizzabili come sversatoi si sono andati riducendo sia a causa delle proteste, diventate endemiche intorno ai siti delle discariche, sia per i provvedimenti della magistratura, che sollecitata dall’attenzione sollevata dai comitati, ha cominciato ad indagare sulle condizioni in cui erano tenute le discariche esistenti o sui nuovi siti che si pretendeva di individuare.
Aggrovigliato nel suo stesso dispositivo e dalle proteste diffuse sui territori il sistema di gestione emergenziale è andato in tilt.
Ma invece di fare punto e cercare di ripensare le modalità con cui affrontare sia sul piano emergenziale che su quello prospettico il problema dello smaltimento dei rifiuti si è data una ulteriore accelerata alla logica che aveva caratterizzato tutta la fase precedente.
L’affare rifiuti è infatti un piatto troppo succulento per rinunciarci a cuor leggero. Esso rappresenta un eccezionale dispositivo messo in piedi, anche se non sempre in maniera pianificata, allo scopo di appropriarsi di denaro pubblico, scaricando sulla collettività i costi sociali ed ambientali che ne derivano.

E’ evidente che quando parliamo di emergenza rifiuti il pensiero va ai rifiuti solidi urbani. Ma nell’emergenza RSU si tende ad annacquare se non addirittura a far sparire l’altra e vera emergenza: quella dei rifiuti tossici il cui smaltimento si può a giusta ragione definire la madre di tutti gli affari illegali e legali che la camorra, le imprese produttrici di scorie e rifiuti e le imprese smaltitrici, il potere politico hanno fatto intorno alla gestione rifiuti in Campania. La vera causa del rapido saturarsi delle discariche clandestine ed ufficiali, quella che ha determinato l’inquinamento della percentuale più alta di territorio di tutta la nazione.
Già prima della dichiarazione dello stato di emergenza (1994), lo smaltimento dei rifiuti tossici avveniva prevalentemente in maniera illegale, sebbene con la copertura e la complicità di significativi pezzi di apparato pubblico, in siti completamente incontrollati o semplicemente bruciandoli [1]. Successivamente, grazie proprio alla gestione emergenziale dei RSU ed allo stupefacente provvedimento di Bassolino con cui si concesse (si badi bene in piena emergenza) per la prima volta lo smaltimento legale di rifiuti industriali e tossici in impianti (inesistenti) della Campania, si sono poste tutte le condizioni perché la camorra –a pieno titolo nel ciclo dei rifiuti solidi urbani-, potesse smaltire anche nelle discariche legali. Non meraviglia, quindi, che discariche come quella di Montesarchio (BN) o di Lo Uttaro (CE) abbiano accolto dal tal quale ai fanghi di risulta di produzione industriale ad altri rifiuti speciali.
Sul versante dei rifiuti urbani invece, in una prima fase gli affari si facevano prevalentemente attraverso le ditte fornitrici di automezzi e di personale per la raccolta, la ricerca di cave e discariche affittate e gestite da imprenditori in grado di controllare i territori e di potervi smaltire ogni tipo di sostanza. La logica emergenziale infatti consentiva di bypassare tutte le normative vigenti in materia di assegnazione degli appalti e sul loro controllo. Poi sono entrati in gioco i grandi capitali nazionali sotto forma di ATI (Associazione Temporanea di Imprese), non senza il forte supporto dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI) per spartirsi la grande torta che si andava apparecchiando con i soldi pubblici, e allora si è passati a contratti di appalto attraverso cui passa il moderno assalto alla diligenza chiamati General Contractor e Project Financing[2] dove il contraente ha praticamente carta bianca per fare tutto quello che gli aggrada mungendo tutto quanto è possibile dai fondi pubblici, persino il capitale di investimento.
Qui il cerchio si è chiuso poiché la politica dell’incenerimento dei rifiuti con l’assegnazione del progetto alla Impregilo tramite sue controllate ed il finanziamento della futura produzione di energia elettrica attraverso i Cip 6 ha determinato una situazione di imbarazzo per la stessa ditta appaltatrice, non sapendo dove arraffare prima e meglio tutto quel ben di dio che si era procacciata con il sostegno delle amministrazioni locali e nazionali.
Come capita per tutte le opere pubbliche di ultima generazione la contrattualistica adoperata consente alla ditta appaltatrici, soprattutto quando essa si presenta come General Contractor, di avere la più ampia possibilità di scelta sulle modalità di realizzazione del contratto assunto, dilazionare il più possibile i tempi della costruzione dell’opera introducendo continue varianti e facendo lievitare enormemente i costi. Nel caso specifico alle ditte assegnatarie è stato consentito di non rispettare nemmeno il capitolato di appalto.[3]
La FIBE, mentre con una mano arraffava tutto quanto gli era possibile in termini di finanziamento per la costruzione dell’inceneritore (che in realtà avrebbe dovuto autofinanziare recuperando poi attraverso i proventi futuri derivanti dalla produzione di energia), con l’altra continuava a gestire i rifiuti prodotti quotidianamente in quanto essi rappresentavano la manna presente e futura su cui tenere ben salde le mani. Presente, perché consentivano di lucrare da subito con il business delle discariche, dei siti di stoccaggio e dei famosi impianti CDR che avrebbero dovuto produrre combustibile da rifiuti, appunto, futura perché questi impianti erano stati pensati, sin nel loro originario progetto, come “sofisticati” impacchettatori di mondezza tal quale da trasformare interamente in fumo, cenere….e denaro.
Via allora alla produzione di “ecoballe”, così chiamate dai creativi amministratori ed imprenditori solo per sminuirne il contenuto tossico e rendere più accattivante la loro trasformazione in futuro combustibile per gli inceneritori, nonostante esse non siano assolutamente utilizzabili a tal fine tanto per ragioni ambientali quanto per il loro potere di combustione.
Infatti il trattamento dei rifiuti avrebbe dovuto produrre combustibile di qualità con un alto potere calorico soprattutto attraverso materiali quale plastica e carta mentre il resto sarebbe dovuto andare a riciclo oppure trasformato in FOS e/o Compost, ma ciò avrebbe ridotto incredibilmente la quantità di rifiuti da bruciare sulla cui base era invece calcolata la remunerazione per l’incenerimento.
Agli occhi della classe politica che ha gestito l’emergenza in tutti questi anni ed ancora di più per gli imprenditori e finanzieri coinvolti, la raccolta differenziata, o comunque un corretto trattamento dei rifiuti solidi urbani, rappresenta un vero e proprio crimine da evitare ad ogni costo poiché significherebbe perdere una quota enorme di profitti derivante dal futuro incenerimento della mondezza accumulata oltre che naturalmente quelli provenienti dal servizio di stoccaggio generosamente fornito.
Si è arrivati al punto di prevedere, tra le clausole inserite nel contratto in atto, una penale per quei comuni che avessero provveduto di propria iniziativa alla raccolta differenziata per compensare il mancato introito derivante dal minor conferimento di rifiuti da utilizzare quale combustibile.
Come conferma in una intervista al Corriere del Mezzogiorno del 10 agosto 2008 l'ex subcommissario per la raccolta differenziata Giulio Facchi -uno degli imputati nel processo che coinvolge anche Antonio Bassolino e Piergiorgio Romiti-: «La proposta della società si basava sul presupposto di trattare nei Cdr il 100% dei rifiuti prodotti, senza la raccolta differenziata, nonostante già all’epoca la normativa imponesse di riciclare almeno il 35% dell’immondizia prodotta. Fibe sperava di guadagnare più soldi»
In pratica secondo un realistico calcolo fatto da Rabitti[4] dati alla mano, con il finanziamento previsto dal governo alla produzione di energia dagli inceneritori questi diventano convenienti persino se in essi si brucia semplicemente acqua……
Intanto i siti per le discariche si andavano moltiplicando mentre spesso si riaprivano quelli già chiusi per avvenuta saturazione, rendendo i siti ancora più pericolosi di quanto già non lo fossero per il loro impatto ambientale

Se questo a grandi linee è il dispositivo architettato e creativamente arricchito nel corso di questi anni di gestione emergenziale dello smaltimento dei rifiuti risulta davvero paradossale e suona davvero beffarda l’accusa rivolta alle varie forme di resistenza di essere mosse da logiche particolaristiche.
Tutto ciò a fronte di un gigantesco ingranaggio messo in atto al servizio di interessi particolari degli stakeholder degli ovattati salotti finanziari e politici, che non hanno esitato a trasgredire le leggi, già per altro piegate abbondantemente a loro favore, che si è servito della camorra per gestire gli aspetti più scabrosi di questo immenso accaparramento di ricchezza pubblica, che ha prodotto una devastazione ambientale apocalittica.
Che tale accusa fosse ripresa ed amplificata ossessivamente da vari opinionisti e mezzi di comunicazione la dice lunga sul grumo di interessi che si è andato accorpando dietro l’affare rifiuti.
Non stiamo parlando solo di giornali come il Mattino di proprietà di Caltagirone direttamente coinvolto nella Impregilo, capofila appunto del consorzio FIBE, ma di tutta la grande stampa nazionale con Repubblica ed il Corriere che si sono distinti a loro volta per pezzi calunniosi e denigratori tali da rappresentare una criminalizzazione dei movimenti con implicita invocazione di intervento agli apparati repressivi dello stato. La Rai locale non è stata da meno confermando di essere la dependance mediatica del bassolinismo finora imperante.
Una canea non interrotta nemmeno di fronte alla scoperta delle malversazioni della Impregilo cui la magistratura è arrivata a sequestrare i beni per i vari imbrogli messi in atto (non ultimo quello di aver mistificato il prodotto dei Cdr gestiti dalle sue consociate da dove usciva praticamente immondizia tal quale), alla quotidiana scoperta di discariche abusive di rifiuti tossici in cui risultavano coinvolti amministratori locali, oltre che imprenditori di tutta Italia quali committenti di tali smaltimenti, così come nessuno ha battuto ciglia di fronte alle intercettazioni di Bertolaso e suoi collaboratori dove parlava esplicitamente di sversamenti di rifiuti non a norma nelle discariche ufficiali proprio nei giorni in cui Berlusconi lo rinominava Commissario straordinario.
Del resto di cosa avrebbero dovuto preoccuparsi dal momento che sul piano della politica istituzionale si è determinata una vera e propria union sacrée con il solito corollario della cosiddetta sinistra radicale che, pur partecipando a tutte le istanze di governo delle amministrazioni locali e nazionali responsabili di tale saccheggio, cercava di presentarsi come interlocutrice delle varie resistenze al solo scopo di depotenziarle. Un ruolo in cui si è particolarmente distinto il parlamentare del Prc Sodano, presente in tutte le vertenze come mediatore con gli apparati statali e puntualmente sostenitore di quelle soluzioni di governance, che in nome di qualche concessione di facciata davano via libera alla sostanza dei programmi del Commissario straordinario.
Tali interventi di “mediazione” sono avvenuti sempre a valle del durissimo intervento da parte delle forze di polizia, e solo se queste non ottenevano l’effetto sperato di scompaginare completamente le resistenze in atto. Per evitare di dover alzare ulteriormente lo scontro da parte dello stato con il rischio di pagare costi notevoli sia in termini di possibile radicalizzazione ed estensione della lotta che di perdita di immagine e di credibilità della presunta natura super partes delle istituzioni su cui si regge tutta la finzione democratica, si gioca puntualmente la carta del depotenziamento della lotta attraverso presunte trattative in cui ai comitati, o meglio ai suoi presunti rappresentanti, viene offerta la possibilità di decidere come collaborare alla realizzazione di quei provvedimenti contro cui sono nati.
Si tratta in realtà di uno degli aspetti decisivi dell’articolazione della reazione istituzionale nei confronti delle resistenze, non sempre né necessariamente pianificata, ma come conseguenza dei ruoli assunti dalle varie figure in gioco.

A livello centrale lo Stato dispiega tutto il suo peso repressivo di tipo poliziesco giudiziario e legislativo per rispondere alle sfide messe in atto dal rifiuto delle popolazioni di subire passivamente lo scempio dei propri territori e della propria salute.
Così contro comunità inermi e assolutamente non attrezzate né intenzionate a cercare uno scontro di tipo militare, si scatena la presenza minacciosa e spesso operativa di forze di polizia decisamente sproporzionate rispetto all’entità delle mobilitazioni con l’evidente scopo di annichilire qualsiasi volontà di resistenza. D’altro canto siccome in qualsiasi formale stato di diritto l’azione di tale misure repressive avrebbe difficoltà a trovare giustificazione si procede a modificare la norma stessa in nome dell’emergenza.
Confermando una dinamica già individuata da Marx nel “18 Brumaio” il potere sembra trarre alimento dalle insorgenze con cui deve scontrarsi per ricalibrare i suoi apparati e suoi strumenti normativi. In genere si tratta di piccoli spostamenti, di apparentemente leggere e temporanee modifiche delle norme esistenti, oppure più semplicemente di una loro interpretazione particolare che non aboliscono lo stato liberale nel suo complesso bensì fanno diventare norma l’eccezione. Quest’ultima, apparentemente indirizzata ad affrontare un specifica questione, ben presto viene estesa ed utilizzata anche per altri aspetti fino a diventare norma definitiva e generale, quale patrimonio maturato dallo stato per svolgere il suo ruolo di difensore di ultima istanza dello stato di cose presenti caratterizzato dalla ricerca del profitto ad ogni costo e dalla conseguente divisione in classi che ne deriva.
Del resto, a ben considerare le cose, nemmeno il fascismo per andare al potere ha dovuto negare lo stato liberale inserendosi nelle progressive trasformazioni introdottevi in precedenza, né vi ha mai rinunciato formalmente successivamente, limitandosi ad introdurvi delle variazioni, così come tante delle sue “riforme” (vedi solo a titolo d’esempio il codice Rocco) non sono state rinnegate dal successivo ritorno alla democrazia, ma assunte come efficaci ed aggiornati strumenti utili alla difesa della proprietà privata e a contrastare l’eversione legata ai nuovi livelli di antagonismo.
Le eccezioni si vanno quindi moltiplicando e stabilizzando tanto sul piano della risposta alle resistenze quanto su quello del rispetto delle norme del diritto amministrativo e penale. In tal modo è stato possibile legittimare le innumerevoli trasgressioni messe in atto dagli amministratori e dalle imprese coinvolte. Trasformando il famoso motto in senso ancora più beffardo: “fatto l’inganno trovata la legge”[5]. Il governo Berlusconi con il suo piglio decisionista ha ancora più accentuato tale tendenza arrivando a dichiarare siti di interessi militare le discariche ed i cantieri per gli inceneritori, e a prevedere pene superiori ai cinque anni per chi intralcia il normale(?) smaltimento dei rifiuti; contemporaneamente si è previsto che nelle discariche si può sversare tutto quanto era considerato fino ad ora illegale (le eccezioni per le singole voci di sostanze rese compatibili con le normali discariche riempiono svariati fogli del decreto in questione).

Sull’altro versante assistiamo alla presenza di forze e singolarità che pur ponendosi dalla parte dei movimenti fondano tutto sulla ricerca del dialogo con le istituzioni, l’interlocuzione e la contaminazione partendo dal presupposto secondo cui di fronte ad una manifesta volontà popolare delle comunità in lotta queste non possono fare a meno di recepire tali istanze.
Nella maggioranza dei casi, come abbiamo detto, si tratta di figure anch’esse istituzionali, appartenenti ad amministrazioni locali sospinti a loro volta dalla determinazione messa in campo dai cittadini coinvolti dalle scelte governative. Si tratta in genere di un settore abbastanza trasversale tale da comprendere indistintamente forze facenti riferimento tanto all’opposizione quanto alla compagine governativa.
I secondi di norma si limitano a prendere posizioni di facciata per non perdere il futuro appoggio della propria base elettorale e puntano direttamente sul loro legame con i partiti e gli uomini di governo proponendo un lavoro di lobbyng che dovrebbe convincere i governanti delle buone ragioni di chi si oppone, ma da subito si candidano a trovare soluzioni che possano rappresentare una diminuzione del danno. Il tutto si traduce in una richiesta di “compensazione” alle popolazioni per il disagio subito in cambio della sostanziale disponibilità a far passare senza una vera resistenza i provvedimenti contro cui è nata la protesta, strappando magari delle generiche promesse formali circa la limitazione dell’impatto delle opere in costruzione.
I primi si caratterizzano invece per uno schieramento più netto ed una maggiore internità ai movimenti di lotta cui offrono spesso la propria voce in quanto ritenuta più autorevole ma anche strutture e provvedimenti presi dalle amministrazioni da essi gestite per supportare le ragioni della protesta. Ad essi viene dato un ruolo predominante in virtù della loro maggiore visibilità e in alcuni casi hanno subito direttamente la repressione poliziesca nei momenti di più acuto scontro.
Ma, al di là di vicende e delle eccezioni individuali, il dato caratterizzante anche di tali soggetti rimane il loro ruolo istituzionale per quanto marginale esso possa essere. Si tratta di un abito di cui non vogliono e non possono spogliarsi che finisce per avere un peso determinante su tutto il loro agire politico. Essi oltre a proporre strategie di lotta prevalentemente simboliche, sono costitutivamente portati a proporre la strada della mediazione e della interlocuzione con le controparti, a dimostrare la ragionevolezza e la compatibilità delle rivendicazioni del movimento, senza arrivare mai a mettere in discussione la logica complessiva che sottende le scelte del potere centrale. Quando si arriva agli aut aut decisivi posti dal governo immancabilmente essi ripiegano su forme di resistenza passiva fatte di ricorsi alla magistratura o ad altri enti preposti, su ipotesi di proposte “alternative” anch’esse miranti alla riduzione del danno, alla limitazione delle conseguenze più deleterie dei progetti governativi. Qui si inseriscono, o si fanno inserire, “di diritto” i cosiddetti esperti. Si tratta in genere di docenti universitari, attivizzatisi sulla questione specifica; una autentica risorsa se e fino a quando non diventano, in nome della loro maggiore rappresentatività e della presunta incorruttibilità a loro derivante da una “scienza” tautologicamente super partes, coloro ai quali si delega la rappresentanza delle ragioni della protesta e, quindi, le possibili soluzioni tecniche alternative.
È in tali disponibilità che si inserisce la manovra delle istituzioni centrali, per dividere il fronte di lotta, creando una contrapposizione tra buoni e cattivi, tra ragionevoli ed estremisti. Quanto più è stato centrale il ruolo di rappresentanti del movimento affidato a tali figure tanto più devastanti sono le conseguenze sulla tenuta della mobilitazione e del movimento stesso nel momento in cui esse decidono di “interloquire” con i programmi governativi. In genere segue una fase di scoraggiamento e di rabbia per la fiducia tradita, di rassegnazione per l’impotenza verificata contro un dispositivo rivelatosi troppo imponente ed articolato per essere affrontato da una singola comunità in genere abbastanza isolata dal resto della popolazione cui è stata presentata l’immagine di una lotta egoistica e particolaristica oltre che irragionevole.
Non si tratta solo della vicenda dei rifiuti in Campania, in cui tale dinamica si è ripetuta in maniera quasi ossessiva, da Serre a Savignano, da Giugliano a Chiaiano ma, con tempistiche e parziali variazioni dettate dalle specificità locali, di uno scenario presentatosi in tutte le realtà di resistenza.
L’esempio più clamoroso a tale proposito è rappresentato dalla recente evoluzione subita dalla resistenza contro il Tav, dove il fronte di lotta ha resistito abbastanza compatto per maggior tempo, proprio perché sulla vicenda si è determinata una notevole continuità dei livelli di partecipazione e di autorganizzazione. La quasi totalità dei sindaci precedentemente ostili alla realizzazione del TAV senza se e senza ma, compreso Ferrentino, presidente della comunità montana locale oltre che sindaco di uno dei paesini della valle, più volte indicato come simbolo della lotta, hanno prima accettato si sedersi al tavolo della trattativa con il governo, dove era evidente che l’oggetto era non il se ma il come realizzare il tracciato del TAV, e poi hanno elaborato un proprio progetto di fattibilità del progetto stesso. Nelle intenzioni dichiarate si trattava di una ipotesi che vincolava la realizzabilità della tratta a tante condizioni e ad una tempistica tale da rendere quasi sconveniente ed irrealizzabile il progetto. Sembra una proposta che tiene ferma l’opposizione al Tav, avere un realismo ed una propositività tali da contrastare efficacemente tutte le accuse di particolarismo e di estremismo ambientalista cui è stata sottoposta la lotta in questi ultimi anni.
Nella realtà il governo ha subito utilizzato tale proposta per valutare come integrarla con il suo progetto.
Non sappiamo se la trattativa proseguirà, visto che il principale obiettivo del governo era quello di far smobilitare la lotta, creare divisioni e demoralizzare le popolazioni. Una volta raggiunto tale risultato la commissione può benissimo essere mandata a farsi benedire facendo prevalere di nuovo il piglio decisionista ed i supremi interessi nazionali identificati con quelli dei grandi capitali dietro le grandi aziende costruttrici e con il sostegno al movimento delle merci quale linfa vitale dell’attuale sistema sociale.
Per fortuna la maggioranza degli attivisti e della popolazione locale ha provvisoriamente reagito in maniera omogenea rigettando la prospettiva sostenuta dai sindaci, cogliendo perfettamente la trappola in essa contenuta e mantenendo una relativa compattezza.
Non vi è dubbio però che le conseguenze di tale azione a tenaglia contro l’autonomia e la radicalità del movimento farà sentire i suoi effetti sia sul versante della sua compattezza ed estensione quanto sul piano della sua percezione fuori dalla Val di Susa.

Tornando alla vicenda rifiuti in Campania va detto che essa, proprio a causa della sua presunta emergenzialità e specificità territoriale-antropologica che gli si è cucita addosso da parte dei media mainstream, si è trasformata in un ottimo laboratorio in cui sperimentare forme di eccezione allo stato liberale senza che ciò fosse percepito al di fuori di tali territori come trasformazioni da trasferire in seguito anche ad altre emergenze e territori. Si tratta della stessa dinamica messa in atto nei confronti dei migranti, dove i vari governi succedutesi hanno via via introdotto deroghe ed eccezioni al diritto in nome della specificità e dell’emergenza immigrati, ancora una volta fatti percepire come qualcosa di altro e di estraneo al consesso della popolazione aborigena, riuscendo a determinare una sostanziale indifferenza ed estraneità, quando non addirittura consenso, rispetto alle sospensione dei diritti per una parte sempre più consistente della popolazione.
Sta forse proprio in tale aspetto uno dei maggiori scogli incontrati dai movimenti di resistenza: la difficoltà a percepire innanzitutto e a trasmettere poi la non eccezionalità delle vicende in cui sono coinvolti e delle misure introdotte dal potere politico a sostegno degli interessi capitalistici.
Purtroppo il percepire, anche da parte delle maggioranza delle popolazioni mobilitate, la propria vicenda come il frutto di una emergenza, di cui si tratta nel migliore dei casi giustamente di evitare di pagare le conseguenze, non favorisce la possibilità di innescare un meccanismo che riempia di significato tali mobilitazioni dandogli una valenza generale in cui possano riconoscersi anche altri settori di popolazione non immediatamente coinvolte, tra le quali la lettura del fenomeno delle resistenze risulta essere ancora più fortemente percepito come territoriale e dettato da emergenze specifiche.
Come scrive Antonio Chiocchi: “….. il sistema autoreferenziale dell’emergenza permanente: a misura in cui funziona e sparge i propri veleni, tende ad ingabbiare dentro circuiti autoreferenziali anche le sue vittime e i suoi oppositori potenziali. E difatti, l’opposizione alle discariche rimane, in gran parte, prigioniera dentro il proprio circuito autoreferenziale. Ecco perché le sue azioni ed i suoi linguaggi non riescono a creare l’agorà comunicativa globale.”[6]
L’asimmetria dello scontro tra singole comunità, non sempre interamente coinvolte nelle mobilitazioni, spesso non comunicanti nemmeno tra di loro quando non esplicitamente in concorrenza, e l’apparato centralizzato dello stato in grado di concentrare tutta la sua potenza di volta in volta sui singoli punti di resistenza rende difficile inceppare in maniera definitiva il complesso del dispositivo emergenziale mettendone a nudo la sua natura particolaristica ed antisociale.
Una considerazione che non vuole certo associarsi al coro denigratorio e sminuente delle resistenze contro le conseguenze della gestione rifiuti, ma una presa d’atto di una difficoltà reale che non sono riusciti a superare, nonostante le ottime intenzioni, nemmeno i tanti attivisti impegnati nella rete salute e ambiente campana pure presenti in alcuni dei principali episodi di resistenza.
Probabilmente si tratta di una fase inevitabile da attraversare affinché, alla luce anche delle precedenti esperienze, tale consapevolezza diventi patrimonio diffuso e possa trasformarsi in elemento propulsivo in future mobilitazioni.
Infatti non è solo lo stato a rimodularsi nello scontro con le resistenze, ma gli stessi movimenti, sia pure in maniera non lineare e meccanica, apprendono dal confronto con il potere affinando le proprie capacità di contrapposizione. Attraverso canali apparentemente indecifrabili le esperienze e acquisizioni di altre lotte distanti nel tempo e nello spazio, si travasano nei nuovi movimenti in un gioco di azione e reazione reciproca con il potere sulla base dell’insopprimibile antagonismo degli attuali rapporti sociali che danno continuo alimento allo scontro.
Chi ha osservato da vicino alcune delle mobilitazioni contro la gestione dei rifiuti in Campania, non può non aver notato come in esse si siano riaffacciate sotto nuova forma metodi di lotta e di organizzazione sperimentati in altri cicli e realtà di lotta come quella no global, del movimento contro la guerra oppure in Val di Susa.
Intanto rimane il dato del forte coinvolgimento di significativi settori di popolazione assolutamente non abituati a partecipare a mobilitazioni, ad un protagonismo che apre porte comunicative e spunti di coscienza in grado si squarciare la mistificazione quotidiana nel rapporto tra cittadini e potere politico, sul ruolo delle istituzioni ed il loro essere funzionali al mantenimento del potere economico di settori particolari della società.[7]
Tali acquisizioni derivanti dall’esperienza diretta che nessuna importazione di coscienza dall’esterno può sopperire, rappresenteranno un elemento decisivo nei futuri cicli di lotta, al di là ed oltre la sorte delle attuali resistenze. Probabilmente un maggiore grado di autonomia e disillusione nei confronti degli apparati dello stato e del potere saranno il punto di partenza delle future mobilitazioni che renderanno meno agevole quel lavoro di sfiancamento e di depotenziamento esercitato dalle varie figure presenti in tali resistenze nel tentativo di operare una riconciliazione con le istituzioni.

Delle attuali difficoltà dovrebbero prendere atto gli attivisti presenti in queste resistenze per evitare di essere vittime essi stessi della suggestione dell’emergenza pensando di farvi fronte con la ricerca spasmodica di “sponde” che possano dare maggiore credibilità alle lotte e superare il relativo isolamento in cui ci si muove senza andare troppo per il sottile.
In tal modo si rischia di rafforzare quel localismo che a parole si intende superare e di contribuire a quell’accerchiamento promosso da settori istituzionali che spinge in una palude paralizzante. Del resto le comunità che si mobilitano non hanno in mente nessuna risposta di carattere generale, ma partono dal sacrosanto rifiuto di pagare sulla propria pelle le conseguenze di una politica criminale.
Condizioni particolari, spesso indipendenti dalla presenza degli attivisti come si è visto a Pianura, possono anche determinare il successo della singola vertenza con indubbi effetti incoraggianti sulle altre lotte di resistenza.
Ma non è pensabile solo un processo di pura emulazione tra le varie realtà in lotta senza che si delinei un percorso praticabile verso la generalizzazione del movimento se si vuole puntare a contrastare la strategia complessiva che produce l’aggressione ai territori e alla salute.
Troppo spesso sfugge la radicalità della posta in gioco dietro queste mobilitazioni che hanno a che vedere con la micidiale tendenza del capitalismo ad aggredire la stessa natura in maniera irreparabile e a mercificare qualsiasi aspetto della produzione e riproduzione della vita.
Non si tratta di un impossibile tentativo di migliorare la qualità della vita tenendo ferme le relazioni sociali che producono l’attuale degrado (alla maniera di un certo ambientalismo), ma di battersi contro alcuni degli aspetti più deleteri di questo sistema sociale con la consapevolezza della necessità di stroncare alla radice la mortifera tendenza del capitale.
Si aggiunga poi una certa attitudine, ancora dura a morire: quella di pensare al proprio orticello e guardare alla resistenza in corso come al terreno in cui fare proselitismo e radicarsi sul territorio anche a costo di qualche compromesso. Quando questo si dà, e purtroppo accade, l’opera degli attivisti, alimentando la propria autoreferenzialità, diventa un ulteriore ostacolo al superamento delle attuali debolezze del movimento.

Napoli 7/9/08

Note
[1] Vedi l’ottimo testo di Alessandro Iacuelli Le vie infinite dei rifiuti consultabile all’indirizzo web: http://books.google.it/books?id=ltZaxGOKgYcC
[2] Per una puntuale descrizione di queste nuove forme di appalto in salsa italiana vedi tra l’altro: Ivan Cicconi Le grandi opere del Cavaliere ed. Koinè in particolare pag. 91 -115
[3] Eco Balle di Paolo Rabitti ed. Aliberti 2008. pagg. 49 -87. L’autore che è stato consulente tecnico per i tribunali in vari procedimenti sulla questione dei rifiuti fornisce una minuziosa ricostruzione di tutti gli inganni e le trasgressioni messe in atto da amministratori e Imprese nella gestione dell’affare rifiuti in Campania.
[4] Idem pag 199
[5] Idem pag. 123 e s.
[6] Antonio Chiocchi: Napoli infelice tra rifiuti e potere; reperibile all’indirizzo web: http://www.cooperweb.it/societaeconflitto/napoli_rifiuti.html
[7] Nota introduttiva di Antonello Petrillo ad una inchiesta condotta da ricercatori del Suor Orsola Benincasa di prossima pubblicazione

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