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Rifondazione e la lotta della INNSE

Il PRC confonde il suo ruolo con quello del sindacato e si ferma nel punto da cui un partito comunista dovrebbe cominciare a svolgere il proprio ruolo.

(10 Agosto 2009)

Il PRC, “Liberazione” e Paolo Ferrero si stanno giustamente “spendendo” parecchio sulla lotta dei lavoratori della INNSE. È sicuramente un buon segno rispetto al passato, anche in funzione di quel ritorno alla classe e al lavoro di massa tanto chiacchierato da tutti dopo le sconfitte elettorali. Come è buon segno che – finalmente – propongano qualcosa! Peccato che queste proposte siano parziali, timide, reticenti, possibiliste alla vecchia maniera, in ultima analisi sempre rispettose e interne al sistema e, soprattutto, si fermino esattamente nel punto da cui, invece, i comunisti dovrebbero cominciare.

Un partito – se vuole essere comunista – non può comportarsi da sindacato.

Ben vero che il sindacato di classe non c’è più da molto tempo, ma questo non autorizza il partito ad assumerne la supplenza. Per la verità non c’è da stupirsene, né si può ascrivere soltanto a Ferrero e agli altri dirigenti questo “equivoco”: dopo decenni di concezione vertenziale del partito (che per anni, almeno, aveva demandato agli organismi di massa la conduzione delle lotte), la successiva eliminazione delle “cinghie di trasmissione” e l’“autonomia” del sindacato (in omaggio ad una unità sindacale di vertice e compromissoria al ribasso) questa inversione di ruoli è ampiamente spiegabile. Il che non la rende meno sbagliata. Semmai si sarebbe dovuta cogliere l’occasione, mantenendo il proprio ruolo di partito e la propria propositività, per chiamare a svolgere il loro ruolo i comunisti presenti nelle organizzazioni sindacali per metterne alle strette – finalmente in modo concreto e su una lotta operaia – le direzioni opportuniste, portando essi quelle proposte e iniziative di impostazione sindacale.

In effetti, cosa hanno proposto il PRC e il suo segretario?

In prima battuta che Stato e istituzioni (Prefettura, Regione, Provincia, Comune) trovassero un nuovo imprenditore privato disposto a comprare la fabbrica e a garantire la continuità produttiva: eccolo il partito che si fa sindacato. Senza contare che abbiamo visto puntualmente come gli investitori privati sono sempre disposti a garantire tutto quello che si vuole se fiutano l’affare, salvo a rimangiarsi tutto alla prima occasione. C’è bisogno di fare degli esempi? Non solo, ma appena si è delineato all’orizzonte uno di questi imprenditori privati che ha “manifestato interesse”, immediatamente il buon Ferrero lo ha definito “serio”. Non so come faccia Ferrero a garantire la serietà di costui, ma è buffo che un segretario di un partito comunista faccia affermazioni del genere.

Solo in seconda battuta Rifondazione e il suo segretario osano qualcosina in più: se la cessione della proprietà (privata) ad un altro padrone non fosse possibile, propongono – nientedimeno – l’“esproprio” ai sensi di quanto previsto dalla Costituzione. “Esproprio” vuol dire passaggio in mani pubbliche della proprietà della fabbrica, ma non vuol dire che ci resti: tant’è che viene lasciata aperta la porta a qualsiasi soluzione, vuoi – di nuovo – la vendita ad un imprenditore privato, vuoi la cessione ad una costituenda cooperativa dei lavoratori, vuoi il mantenimento della proprietà pubblica (ma senza dire in che forma e in che modo). È questa indeterminatezza progettuale e propositiva che impedisce a Rifondazione di spingersi a parlare di “nazionalizzazione”. Non perché le nazionalizzazioni siano prerogativa dei comunisti (per restare in Italia, negli anni ’60 le hanno fatte perfino socialisti e democristiani!), ma perché implicano il mantenimento della proprietà in mani pubbliche. E su questo Rifondazione rimane ancora molto dubbiosa e timorosa di spingersi troppo in là. Ecco perché ci si è limitati allo strumento tecnico-giuridico – la “requisizione” – per sottrarre la fabbrica all’arbitrio della proprietà attuale mettendola temporaneamente in mani pubbliche. Insomma, comunque la si rigiri, la proposta di Rifondazione non ha niente di comunista. E non l’avrebbe avuta neppure se, con un po’ di chiarezza programmatica e di coraggio propositivo in più, si fosse “spinta” a parlare apertamente di “nazionalizzazione”.

Infine, in terza battuta, Ferrero propone una “cassa di resistenza” per “mettere i lavoratori in condizione di poter proseguire la lotta”. Ed anche questa è una egregia intenzione che ripropone uno degli strumenti più importanti e significativi dell’esperienza di classe del proletariato e che il sindacalismo ha progressivamente abbandonato proprio quando, crescendo, avrebbe potuto farne uno strumento formidabile di resistenza per tutte le proprie battaglie, non soltanto di quelle difensive. Così come è formulata, la proposta di Ferrero, per quanto meritevole, manca di respiro e di orizzonte, si iscrive molto bene nella linea scelta per la lotta dell’INNSE, circoscritta a quella fabbrica, tutta interna alla logica del sistema capitalistico, incapace o indifferente a coglierne e a rilanciarne con forza i tratti distintivi di classe, quindi a mobilitare l’intera classe strutturando i nessi politici con le altre contraddizioni che mordono le carni dei lavoratori. Essa evita di riprendere e di generalizzare scelte e percorsi concreti che sono non soltanto nella memoria storica e nell’esperienza della classe operaia, ma – di nuovo oggi e da qualche anno, in assoluta e tempestiva corrispondenza con la drammaticità delle situazioni reali – sono nella coscienza e nella pratica dei lavoratori coinvolti in situazioni di chiusura, smantellamento, cessione o ridimensionamento delle loro fabbriche. Va bene, allora, la “cassa di resistenza”, va bene perfino la “requisizione” ma a patto che si dia all’una e all’altra uno sbocco concreto con una indicazione chiara, certa, con precisi connotati di classe, che colga, sostenga, valorizzi la soluzione che è già nell’orizzonte dei lavoratori. E, dunque, perché buttare là, in un angolo, quasi a nasconderla, l’ipotesi di costituire i lavoratori della INNSE in cooperativa e affidare alla loro gestione la fabbrica requisita? Che senso ha il richiamo alle recenti esperienze argentine se non si indica la strada per fare qui quelle cose? Perché non tirar fuori le tantissime esperienze – numerosissime – che in questi anni hanno praticato questa strada con successo o hanno tentato e se non sono riusciti spesso è perché lasciati colpevolmente soli? Perché non obbligare il sindacato a gestire questa linea di condotta e la Lega delle cooperative (un tempo bandiera e strumento glorioso dei lavoratori, prima che diventasse una holding finanziaria e una lobby politica) a sostenerla tecnicamente ed economicamente? Né le cooperative, né l’autogestione di una struttura produttiva sono il socialismo. E neppure vi hanno molto a che fare finché le leggi che governano l’economia e la politica saranno quelle ferree del modo di produzione e di scambio del capitale. Ma sono non soltanto la soluzione concreta a problemi come quelli che oggi vivono i lavoratori della INNSE e di tantissime altre fabbriche senza andare a elemosinare soluzioni inaffidabili da imprenditori privati, ma sono anche un modo per porre nuovamente la presenza stabile della proprietà pubblica nell’economia (con tutte le implicazioni positive che essa comporta), per ridare protagonismo economico e politico alla classe senza improbabili e inaffidabili mediazioni a burocrazie incapaci, politiche o sindacali che siano. Sono, inoltre, una formidabile scuola di appropriazione delle leggi e dei meccanismi dell’economia capitalistica, sul campo, in grado di formare quadri non soltanto capaci di appropriarsene e di gestirle, ma anche, nel tempo, quando saranno mature le condizioni, di sovvertirle consapevolmente e di trasformarle in leggi e meccanismi al servizio della società e non del profitto privato.

Se non valorizzato in tal modo, il richiamo alle esperienze cooperative e di autogestione resta soltanto una operazione mediatica, per mostrare di essere “vicini” alla classe, per accaparrarsene le simpatie, ma non per scatenarne tutta la straordinaria e creativa forza. Diventa, anzi, un cavallo di Troia, una bella intenzione che serve soltanto a mascherare la soluzione più semplice volta soltanto a cambiare la mano del padrone che tiene il cappio stretto intorno alla gola dei lavoratori.

Prendiamo una delle tante esperienze già realizzate. Prendiamone una che ha condotto la sua lotta per anni – nel più completo isolamento e nella totale indifferenza di partiti e sindacati (scontando, anzi, l’ostilità non soltanto dei padroni organizzati e delle istituzioni “democratiche”, ma non di rado anche quella del sindacato confederale), che ha vinto a dispetto di tutti, che ha stabilizzato e consolidato quella vittoria e – senza alcun aiuto né delle istituzioni, né delle strutture economiche che furono della classe – oggi opera regolarmente.

Parlo della Cooperativa Cantieri Megaride del porto di Napoli. L’inizio della storia è come tanti, di lotta contro la chiusura della fabbrica. Gli operai – moltissimi iscritti al PRC con un proprio circolo di fabbrica – conducono la loro lotta con una coesione e una testardaggine straordinarie, senza un filo d’aiuto del loro partito, né a livello locale né nazionale, spesso contro le stesse direzioni del sindacato, con l’ostilità conclamata del padronato e delle istituzioni (forze dell’“ordine” comprese, ovviamente). Vanno avanti per anni, in solitudine assoluta, si inventano le soluzioni ai problemi, fanno sacrifici incredibili, ma non mollano. Alla fine la spuntano: si costituiscono in cooperativa, rilevano la fabbrica, si organizzano, imparano a “stare sul mercato”, si reinventano come “managers”, si dotano di nuovi impianti, si attrezzano sul piano tecnico e progettuale, superano le difficoltà che autorità, banche e imprese private continuamente frappongono, resistono e crescono. Il tutto in un comparto “difficile” come quello della cantieristica navale. Sono anni ormai che questa esperienza esiste, come altre, del resto, molte altre, sparse in tutta Italia, che nessuno ha contribuito a far nascere e a consolidarsi e che non casualmente nessuno si cura di far conoscere. Forse proprio perché, pur non essendo certamente isole di socialismo, sono la dimostrazione concreta che quella strada è praticabile e che, pur soggette alle spietate leggi del sistema e del potere del capitale, si può riuscire a operare e a strutturarsi in modo diverso: sulla base di una reale democrazia operaia, senza sperequazioni salariali, senza gerarchie interne, senza appropriazione di profitto, conservando e sviluppando professionalità come patrimonio collettivo, formando ex novo – nella consapevolezza e nella responsabilità – quadri produttivi, tecnici, gestionali. È, con ogni probabilità, questo un passaggio obbligato, prima o poi, per una classe operaia che vuole eliminare e soppiantare i “padroni”, che deve imparare e farsi classe dirigente.

A dispetto del disastro soggettivo in cui i comunisti vivono senza un vero partito comunista, ma grazie all’acutizzarsi oggettivo, crescente e senza speranze della crisi strutturale del capitale, il momento del salto di qualità in cui la classe lavoratrice dovrà assumere un ruolo dirigente anche nell’economia e, dunque, anche nella gestione delle imprese non è all’ordine del giorno, ma neppure è lontano anni luce. E non sarebbe male se, intanto, si accumulassero conoscenze ed esperienze.

Sarebbe, allora, il tempo che chi vuole dirigere il processo di liberazione del lavoro salariato dallo sfruttamento del capitale, la smettesse con reticenze e mezze proposte, che si spingesse oltre l’orizzonte dell’esistente, desse effettiva fiducia alla classe e operasse come i comunisti debbono cercare sempre di operare. E senza vuoti e demagogici richiami ad esperienze accattivanti ma lontane, come quelle argentine, senza dare patente di “serietà” e affidabilità a questo o quell’imprenditore privato che perseguirà sempre e soltanto il proprio profitto, senza riporre alcuna fiducia in istituzioni, autorità e strutture di uno Stato che – forse lo abbiamo definitivamente dimenticato – resta di classe e a difesa esclusiva degli interessi della classe dominante, chiunque lo gestisca, il Berluska o il D’Alema di turno.

8 agosto 2009

Sergio Manes

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