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(18 Novembre 2008) Enzo Apicella

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Articolo 18: le ragioni di un sì, le ragioni di una lotta.

(9 Giugno 2003)

Il 15 e il 16 giugno si vota il referendum sulla estensione dell'articolo 18 ai lavoratori delle piccole imprese. Si tratta di una possibilità da non lasciarsi sfuggire e da non confondere con altri appuntamenti alle urne. Niente a che vedere, ad esempio, con le ultime elezioni amministrative, segnate dal confronto tra schieramenti dai programmi simili. Ora, a fare la differenza è sicuramente il contenuto della nuova consultazione, concreto e legato al vissuto di milioni di persone. Ma l'importanza del referendum si lega anche ad una peculiare concatenazione di eventi. Quella che ha visto lorsignori chiedere l'eliminazione diretta dell'articolo 18, del diritto ad essere riassunti in caso di licenziamento senza giusta causa. In sostanza, il padronato ha fatto capire di non accontentarsi più di aggirare questa ed altre garanzie contenute nello Statuto dei lavoratori con la creazione di forme contrattuali "atipiche". Ovviamente tale presa di posizione ha portato ad una decisa reazione. Il 23 marzo del 2002 Roma è stata attraversata da un corteo enorme, indetto dalla Cgil ma contraddistinto da un diffuso rifiuto della precarietà, ben al di là delle posizioni ufficiali della storica organizzazione dei lavoratori. A tale corteo, poi, sono seguite varie manifestazioni del sindacalismo di base, che hanno visto sendere in piazza, per la prima volta in modo significativo, le nuove figure sociali, gli interinali, i co.co.co.

Insomma, le tensioni non sono mancate e non mancano. Attualmente una forte spinta alla lotta viene dai metalmeccanici alle prese con un contratto-bidone firmato da Fim e Uilm e diverse esperienze conflittuali si producono in tutta la penisola. In una situazione simile, in caso di vittoria dei sì al referendum, la volontà popolare dovrà essere rispettata. Questo è il punto e non le virtù di uno strumento, quello referendario, che preso per sé non è la meraviglia di cui si dice. Più che un momento di democrazia diretta, infatti, esso è l'ultimo residuo di una piena democrazia rappresentativa. Non si dimentichi che la fase attuale è caratterizzata dal maggioritario e dal configurarsi di poli elettorali omogenei, che difendono i medesimi interessi. Da ciò deriva he i settori sociali più colpiti dalla precarizzazione del lavoro e della vita in atto, non sono rappresentati in Parlamento. E che le loro istanze possono raggiungere tale istituzione solo attraverso il referendum. Cioè attraverso un atto di negazione, che si riduce all'abrogazione di una norma che i legislatori rimpiazzeranno mediando tra interessi diversi.

Tuttavia, se nel paese c'è mobilitazione attorno agli obiettivi referendari, a deputati e senatori può risultare difficile ignorare la spinta che viene dal basso. Il che, rapportato alla consultazione del 15 e 16 giugno, vuol dire che il tentativo di contenere la portata di una vittoria del sì dovrà confrontarsi con la piazza. E che, difeso nei posti di lavoro e nei cortei, l'eventuale esito positivo del referendum potrebbe costituire una solida base da cui far ripartire la lotta. Non più solo in difesa dell'articolo 18 dove esso è oggi in vigore. E neanche solo per la sua introduzione e concreta applicazione in quelle piccole imprese il cui boom demografico, negli anni '90, è stato determinato proprio dalla volontà di eludere la garanzia in questione. C'è dell'altro. Una vittoria del sì continuamente rilanciata, aprirebbe la possibilità di difendere con più forza anche chi -si pensi ai "lavoratori atipici"- non è direttamente toccato dal referendum.

Ma perchè si proceda in questa direzione, segnata dalla mobilitazione permanente, è necessario partire da una precisa riflessione sugli ultimi anni. Ossia, sul tentativo di smembrarci, di separarci con il decentramento produttivo e con quella riforma del mercato del lavoro che moltiplica all'infinito le tipologie contrattuali. Ora, l'esperienza quotidiana ci ha fatto capire che la singola conquista, da parte di uno qualsiasi dei settori sotto attacco, rafforza la posizione di tutti. Ed è d'altronde muovendo da questa consapevolezza che possiamo usare l'imminente referendum. Ma tale acquisizione deve rimandare anche ad altro. Alla capacità di contrastare collettivamente qualsiasi offensiva padronale, considerandola sempre -al di là del numero di lavoratori colpiti- come una offensiva di portata generale. Al sentirci, finalmente, come un'unica classe, variegata ma accomunata da una condizione di sfruttamento nel segno della precarietà. Una classe che, superata la frammentazione che le è imposta, potrà esprimere in modo diretto e autonomo le proprie istanze e i propri bisogni. Liberando quelle energie che le rappresentanze parlamentari, in fondo, hanno sempre imbrigliato.

CORRISPONDENZE METROPOLITANE
Collettivo di controinformazione e di inchiesta (Roma)

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