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Italiana Nucleare

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(28 Marzo 2011) Enzo Apicella

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Una lettera aperta dei comitati antinucleari

(24 Giugno 2010)

In risposta a quegli scienziati, intellettuali, imprenditori e parlamentari che hanno scritto una lettera a Bersani chiedendogli che il PD non chiuda le porte all'energia nucleare, e tra i cui firmatari figurano: Umberto Veronesi, Giorgio Salvini, Margherita Hack, Carlo Bernardini.



L’interesse suscitato dalla lettera in questione, già pubblicata da diversi giornali, non risiede tanto nelle argomentazioni addotte a sostegno del nucleare, quanto nel fatto che i promotori si ammantino di una duplice veste: quella di parlare a nome della scienza, ma anche della sinistra. Certo, da cotanta schiera di accademici ci si sarebbe aspettato qualcosa di più che non le solite cose già propagandate dal Governo e dalla Confindustria, segno che il rigore intellettuale e scientifico a cui costoro si appellano è a senso unico e si dimentica, allorquando pone l’accento sulla questione energetica, di fornire con chiarezza tutti i dati che la riguardano ed in particolare quelli attinenti all’energia nucleare.


Questi dati, numeri e percentuali riportati nella lettera dimostrano per lo più un’inesattezza e non conoscenza della materia. Si sa l’ignoranza, intesa come non conoscenza, di fatto è molto diffusa, ma se questa vien fuori da chi si professa parte dell’INTELLIGHENZIA nazionale allora vien spontanea la domanda: È IGNORANZA O QUALCOS’ALTRO?!!

Si sostiene nella lettera che: “importiamo più dell’80 per cento dell’energia primaria di cui abbiamo bisogno, principalmente, da Paesi geopoliticamente problematici. Produciamo l’energia elettrica per il 70 per cento con combustibili fossili. Circa il 15 la importiamo dall’estero e prevalentemente di origine nucleare. Se non la importassimo la nostra dipendenza dai combustibili fossili (gas e carbone in primo luogo) salirebbe oltre l’80 per cento..…Risultato: emissioni di CO2 e di inquinanti atmosferici molto alte, costo delle importazioni molto elevate e continuamente esposto al rischio “prezzo del petrolio”, sicurezza energetica in discussione, come si è visto qualche anno fa con la crisi fra Russia e Ucraina, prezzi dell’energia elettrica mediamente più elevati del 30 per cento rispetto agli altri Paesi, in particolar modo europei… l’energia nucleare, quasi ovunque, nel mondo industrializzato, è vista come un’insostituibile opportunità che contribuisce alla riduzione del peso delle fonti fossili… l’energia nucleare ha il vantaggio di non emettere gas serra e dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che paesi come la Francia ed il Giappone e altri Paesi sono stati molto più aggressivi nel ricorrere all’energia nucleare e con molto più successo senza alcun incidente… le tecnologie nucleari sono, ormai, essenziali e diffuse nel campo sanitario, industriale e della ricerca. Il tema dello smaltimento, del deposito e della sicurezza di tutti i rifiuti nucleari, ad esempio, ci riguarda indipendentemente dalla scelta di costruire nuove centrali… riteniamo innaturale e incomprensibile ogni chiusura preventiva su un tema che riguarda scelte strategiche di politica energetica, innovazione tecnologica e sviluppo industriale…”

Il solito trucco per mascherare BUGIE E FALSITÀ: distorsione ed omissione di dati per rendere più digeribile il ricatto energetico ed occupazionale. Tentare in tutti i modi possibili di convincere la gente che alla fine il nucleare è bello, pulito, sicuro, economico, non fa danni, conviene!!!

In realtà di quel 80% di energia primaria importato in Italia, solo l’11% è destinato alla produzione di energia elettrica, mentre industria e trasporti da sole consumano oltre il 50%: se avessimo già in funzione tutte le centrali nucleari che il governo dice di voler costruire risparmieremmo il 2,5%. Un pò poco per un programma tanto complicato e costoso come quello nucleare, visto che il grosso dei consumi (industria e trasporti) non ne verrebbe intaccato anche perché, diversamente dai vituperati (giustamente!) combustibili fossili che hanno molteplici applicazioni, con l’uranio non si fanno camminare le automobili, nè gli aerei: con l’uranio si può produrre solo energia elettrica o fabbricare bombe, e le due cose spesso sono intimamente connesse.

E a proposito di energia elettrica bisognerebbe spiegare -se veramente si ha a cuore il rigore intellettuale e scientifico- che l’Italia non ha proprio bisogno di comprarla avendo 97.000 MW di centrali elettriche funzionanti a fronte di una richiesta massima sulla rete di 56.000 MW: cioè a dire che il nostro sistema elettrico ha un margine di sovra potenza doppio rispetto a Francia e Germania e il più alto in assoluto di tutti i Paesi europei e, nonostante potrebbe fornire energia ad una seconda Italia, importiamo energia elettrica e nessuno che ne dia una spiegazione esauriente. Anzi, come fanno gli stessi firmatari della lettera a Bersani, si dà credito al teorema secondo cui i prezzi dell’elettricità in Italia sono i più alti d’Europa perché dipendiamo troppo dai combustibili fossili, mentre in paesi come la Francia (con alta produzione elettro-nucleare) l’energia costa meno.

Anche per questo aspetto l’omissione di dati (ovvero la disinformazione) è sconcertante: in primo luogo occorre far osservare che di per sè il nucleare non genera automaticamente tariffe più basse; infatti paesi come Spagna e Germania che di nucleare ne hanno appena il 15%, hanno tariffe elettriche del tutto simili alla Francia. In secondo luogo bisognerebbe spiegare perché se il costo di produzione dell’energia in Italia è così alto, si continuano a costruire centrali elettriche (oltre 20.000 MW negli ultimi sette anni!) e altrettanti sono in fase di autorizzazione. Forse che le imprese elettriche italiane sono fondazioni di beneficienza senza fini di lucro? I bilanci del settore ci dicono il contrario, e cioè che pur in presenza di alti costi di produzione e di una capacità di offerta enormemente superiore alla domanda, le società elettriche fanno fior di profitti, anche le più piccole. Delle due ipotesi solo una è vera: o questa situazione è frutto di un miracolo (e noi non ci crediamo) oppure siamo in presenza di un meccanismo truffaldino che ha le sue origini nella privatizzazione del settore elettrico e nella struttura del meccanismo tariffario vigente, il quale premia oltre misura gli operatori del settore nel valutare gli ammortamenti degli impianti, i costi di esercizio e manutenzione, e nell’aver introdotto tariffe binomie, Cip 6, oneri generali di sistema, oneri nucleari ed altre voci di costo che gravano tutte sui consumatori utenti e danno, alla fine, quel prezzo italiano superiore del 30% alla media europea. Nel 1996 fu detto agli italiani che la privatizzazione del settore elettrico (che porta la firma di Bersani) avrebbe portato ad una riduzione delle tariffe grazie alla concorrenza, ma è successo esattamente il contrario e con l’introduzione del nucleare le tariffe aumenteranno ancora, non fosse altro perché il governo ha già introdotto con la legge 99/2009 un Cip 6 per l’energia prodotta da centrali nucleari.

Quanto al capitolo importazioni di energia elettrica stupisce la credulità con cui si avalla ancora la leggenda per cui dobbiamo essere grati alla Francia che, avendo le centrali nucleari, ci consente di importare energia. In realtà queste importazioni dall’estero (specie dalla Francia) sono iniziate in maniera massiccia (tra l’8 e il 15%) circa 30 anni fa, mentre fino a quel momento gli scambi di energia con gli altri paesi erano in sostanziale pareggio. Era successo che all’inizio degli anni ’80 l’EDF (ente elettrico francese) aveva messo in funzione un cospicuo numero di centrali nucleari che con la loro produzione superavano abbondantemente (per un certo numero di ore al giorno) la richiesta di energia interna. Questa situazione si è mantenuta nel tempo tanto che ancora oggi con 63.000 MW di potenza nucleare installata la Francia ha un ingombrante surplus di produzione di energia dal momento che le centrali nucleari, a differenza di quelle termoelettriche, non possono modulare il carico per motivi intrinsecamente legati alla fissione nucleare e dunque generano energia anche quando non servirebbe e ciò è causa di forti squilibri e diseconomie. Agli inizi degli anni ’80 fu proprio l’EDF a proporre all’Enel, alla Atel (Svizzera) alla RWE (Germania) di comprare il surplus di energia prodotto dai suoi impianti nucleari a prezzi stracciati, altrimenti avrebbe dovuto spegnerli con grave pregiudizio. Da allora questa situazione non è cambiata ed oggi la Francia continua a svendere il suo surplus oltre che all’Italia e alla Germania, anche all’Inghilterra, salvo poi essere costretta a importare nelle ore di punta (a prezzi altissimi) energia termoelettrica perché con le nucleari non riesce a seguire i picchi di energia. Possibile che Chicco Testa (firmatario della lettera a Bersani) che è stato presidente dell’Enel non sappia queste cose? Possibile che eminenti fisici come Salvini, la Hack e soprattutto Carlo Bernardini non sappiano che se si diminuisce la potenza di un reattore si produce Xeno che ne impedisce per parecchie ore la risalita e che questo aspetto è un grosso handicap nell’esercizio delle centrali nucleari?

Ora finchè le importazioni di energia sotto costo erano gestite in regime di servizio pubblico con tariffe uniche per tutto il territorio nazionale il beneficio era palpabile per tutti, ma ora che siamo in regime di libero mercato succede che quel 15% di energia importata e venduta in Italia sotto costo determina tariffe sensibilmente più basse (a parte l’utenza domestica) al Nord, mentre al Sud l’energia elettrica costa il 15-20% in più (con punte del 35% in Sicilia). Ma le distorsioni non finiscono qui perché mentre il Nord (che ha il 50% della potenza installata in tutta Italia) grazie alle importazioni tiene fermi i suoi impianti limitandone l’usura e riducendo le emissioni inquinanti (il Veneto ha meno potenza installata che nel 1997, ma consuma il 30% di energia in più), al Sud gli impianti girano a pieno ritmo e l’energia si esporta: la Calabria esporta il 78% dell’energia che produce e la Puglia l’86% senza alcun beneficio di ritorno, ma anzi tenendosi l’inquinamento e lo sconquasso territoriale laddove -come in Puglia- in pochi anni saranno installate oltre 3.000 pale eoliche in terra e a mare.

Le sanno queste cose i parlamentari che hanno sottoscritto la lettera a Bersani, o hanno messo la loro firma solo per non essere scortesi con chi gliela chiedeva? E ora che le sanno, che effetto gli fanno le parole di un loro sodale nella campagna pro nucleare, l’onorevole Zaia, quando ha dichiarato che in tema di energia il Veneto ha già dato e che quindi le centrali nucleari si facciano altrove e presumibilmente al Sud?

Come dicevamo all’inizio per essere rigorosi bisogna fornire con chiarezza tutti i dati e non solo quelli che suffragano la propria tesi. Ciò vale ad esempio quando si vuole fare intendere che la tecnologia nucleare ci renderebbe in qualche modo indipendenti dal dover importare energia da paesi “geopoliticamente problematici”, perché si omette di dire all’opinione pubblica che il mercato mondiale dell’uranio è accentrato per l’85% nelle mani di 7 società e che per di più i servizi di arricchimento dell’uranio sono controllati per il 95% da quattro colossi mondiali: per un paese che non possiede uranio come l’Italia ciò vuol dire porsi alle dipendenze di un cartello internazionale che è in grado di condizionare l’intero settore nucleare mondiale. Si dirà: ma anche la Francia non ha uranio eppure è la nazione più nuclearizzata. E allora parliamone sul serio della Francia-nucleare, lasciando le polemiche d’accatto sulle masserie fosforescenti a chi le provoca e a chi le raccoglie, ma riferendoci al bollettino ufficiale Eurostat 2009 da cui risultano i seguenti dati riferiti all’anno 2007.

La Francia ha una dipendenza energetica da tutte le fonti assai inferiore a quella dell’Italia (50,4% contro l’85,3%), ma questo è un artificio statistico in quanto non si conteggia come energia primaria l’energia contenuta nell’uranio (che viene importato per migliaia di tonnellate). Infatti appena si esaminano i dati disaggregati per fonte si scopre che la Francia dipende: per il 96,5% dalle importazioni gas (l’Italia per l’87%); per il 98,7% dal petrolio (Italia 92,5%). Inoltre nonostante la massiccia presenza del nucleare, le emissioni totali in Francia sono di poco inferiori a quelle dell’Italia ( 5.413 Mt contro 5.679 Mt) e lo stesso vale per quelle pro capite (8,6 t contro 9,7 t); ma la cosa che dovrebbe far più riflettere è che l’efficienza termica degli impianti di generazione elettrica francesi occupa il penultimo posto nella graduatoria dei 27 paesi considerati (l’ultima è Malta) con il 33,5% di rendimento mentre l’Italia è decima con il 51,8%. Se poi consideriamo l’altissimo consumo pro capite della Francia (6.718 kWh contro 5.223 dell’Italia) ci si rende conto che il pessimo rendimento degli impianti nucleari, in Francia è divenuto sistema in quanto il surplus di energia che essi producono, ha indotto i francesi a riscaldare le proprie case con l’elettricità, a scaldarci l’acqua e a cucinarci, cioè ad aggiungere spreco su spreco e, come sanno certamente gli scienziati che hanno scritto a Bersani, non c’è peggior modo di usare l’energia elettrica che quello di produrci calore. Senza contare che in Francia la commistione esistente tra impianti militari e civili che si occupano di ritrattamento del combustibile e di arricchimento dell’uranio è così stretta che è anche difficile stabilire quanta parte del costo del kWh elettrico vada ascritto alle spese militari della Force de Frappe, ovvero al mantenimento di navi e sommergibili atomici oltre che alla produzione di testate nucleari.

Del resto su tutta la materia dei costi del nucleare grava l’opacità delle stime che non tengono mai in debito conto i costi differiti di questa tecnologia, specie per ciò che riguarda lo smantellamento degli impianti e la sistemazione delle scorie radioattive: basti pensare che lo scorso anno le rispettive Corti dei Conti di Stati Uniti, Francia e Inghilterra hanno riaggiornato le stime di costo per la sistemazione dei rifiuti nucleari nei rispettivi paesi fornendo queste cifre: USA 96,2 Miliardi di $; Francia 65 Miliardi di Euro; Inghilterra 85 Miliardi di sterline.

Per ciò che riguarda la sicurezza, nella lettera si sottolinea che: “ il track record di sicurezza degli impianti nucleari non ha paragoni con quello di ogni altra filiera energetica.” e ciò, statisticamente, è vero ma si sottace che se si dovesse verificare un incidente grave gli effetti sarebbero ben più gravi di quelli di una centrale convenzionale, visto che più che un incidente sarebbe una vera e propria catastrofe come è successo a Chernobyl. E se ci rifacciamo al rigore intellettuale e scientifico, non possiamo seguitare ad accettare la tesi ufficiale che indica in poche centinaia di morti le conseguenze di Chernobyl, perché il rapporto finale dell’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) fu rivisto e modificato dall’IAEA che è comunque un organismo di parte perché tra le sue finalità c’è la promozione dell’energia nucleare a scopi pacifici, tanto è vero che sono stati ignorati a tutt’oggi i numerosi studi e denunce di organizzazioni sanitarie russe, ucraine e bielorusse che dimostrano come i decessi ascrivibili all’incidente siano decine di migliaia e le patologie centinaia di migliaia.

Al di là del concetto probabilistico di sicurezza, una centrale nucleare contempla comunque il cosiddetto rischio accettabile, cioè il prezzo da pagare in termini di ambiente e malattie, visto che la soglia radioattiva su cui si basa questo rischio accettabile non è mai uguale a zero. Del resto ci sono numerosi studi, nonostante l’ostruzionismo della scienza e della medicina, che testimoniano l’aumento di frequenza di tumori, leucemie, malformazioni nelle popolazioni e nell’ambiente circostante una centrale nucleare: tutto questo sicuramente lo sanno (o dovrebbero saperlo) proprio gli eminenti firmatari della lettera su menzionata. Anzi, perseverando nella disinformazione questi asseriscono che attualmente non vi sono incidenti nelle centrali nucleari!! E tutti gli incidenti che continuamente avvengono per esempio in Spagna, Giappone e Francia cosa sono? L’autorità per la sicurezza nucleare francese (ASN) dice che ci sono sul proprio territorio almeno 100 incidenti l’anno, cercando tra l’altro sempre di minimizzarli per non creare eccessivi allarmismi. A tutt’oggi le centrali nucleari di nuova generazione non esistono e i fantomatici reattori di IV generazione sono solo dei prototipi in fase di studio.

Il problema delle scorie infine viene completamente omesso dai grandi firmatari della lettera. Si fa un piccolo riferimento allo smaltimento dei rifiuti radioattivi in campo sanitario-scientifico indipendentemente dall’uso di centrali nucleari. Ancora una volta, menzogna o qualcos’altro. Chi sottoscrive quella lettera dovrebbe sapere bene la differenza tra i due tipi di rifiuti. Un conto sono le scorie radioattive di una centrale nucleare che sono radioattive per centinaia di migliaia di anni, un conto i residui ospedalieri o dell’industria che possono essere smaltiti in alcuni decenni. E non è un caso che quello ancora irrisolto -scientificamente e tecnologicamente- è il problema delle scorie delle centrali nucleari (non esistono ancora siti geologici sul pianeta per lo stoccaggio definito di scorie e rifiuti radioattivi di III categoria), a meno che non si voglia sposare la posizione di chi sostiene che “ci penseranno le generazioni future, mica possiamo fare tutto noi!”. Con buona pace del rigore intellettuale e scientifico.

Poi c’è l’imbroglio tutto italiano: il decreto sulle scelte dei siti nonché per lo stoccaggio delle scorie. E di questo i parlamentari firmatari sono coscienti, incoscienti o che cosa?!!! In questo modo si tenta di aggirare la normativa IAEA e delle due Convenzioni Internazionali (Sicurezza nucleare del 1994 e sul Combustibile rifiuti del 1997). Con il comma 2, lettera i) art. 25 della legge 99/2009 (rilancio del nucleare) verrebbe stabilito che i reattori già licenziati in Paesi con cui l’Italia ha accordi bilaterali (Francia - Usa) sono sostanzialmente approvati automaticamente anche nel nostro Paese, saltando in questo modo i compiti della nostra agenzia nucleare, vista la scarsità di mezzi e personale qualificati di cui questa è composta. La stessa agenzia nucleare (attraverso l’art. 13 comma 4 Dlgs 31/2010) avrebbe solo 12 mesi per svolgere e completare l’istruttoria tecnica del progetto, per rilasciare l’autorizzazione alla costruzione e l’esercizio di una centrale nucleare, quando, invece, negli Usa la NRC (a cui nessuno si sogna di dare limitazioni di tempo e di alcun tipo) impiega mediamente 3 anni per terminare la stessa istruttoria. Questa stessa procedura autorizzativa nel decreto è estesa anche al deposito nazionale delle scorie quando in altri paesi ha richiesto fino a 10 anni. Lo stesso Dlgs all’art. 1 comma 1, lettera a) stabilisce che l’autorizzazione all’esercizio di una centrale nucleare vale anche come autorizzazione all’esercizio di depositi per il combustibile irraggiato e per i rifiuti, in difformità alle due convenzioni internazionali sopra richiamate.

Si vuole assolutamente convincere la gente che una centrale nucleare non è inquinante, è pulita, è carbon free. Già il suo inquinante specifico (le radiazioni ionizzanti), di per sé è più che preoccupante. I professoroni della medicina firmatari della lettera dovrebbero ben sapere che gli effetti stocastici da contaminazione radioattiva non si annullano nemmeno per dosi radioattive anche molto basse (vi è assenza di soglia). Perciò il rischio di aumento di frequenza di leucemie, di tumori, danni genetici sia nelle persone esposte che nei loro discendenti non si annulla mai, nemmeno per piccolissime dosi radioattive.

Nei confronti degli inquinanti atmosferici e della CO2, anche qui l’ennesima bugia poco intelligente dell’intellighenzia firmataria. È vero che da un camino di una centrale nucleare esce essenzialmente vapore acqueo e non CO2, ma se si calcola l’ammontare di CO2 dell’intero ciclo, allora le cose evidentemente non stanno proprio così. La reazione a catena nel nocciolo non produce e non emette gas ad effetto serra, ma tutti i processi a monte e a valle ne producono: estrazione, trasporto e lavorazione del combustibile, arricchimento dell’uranio, costruzione della centrale, trattamento e sistemazione dei rifiuti, decommissioning. Per la valutazione complessiva delle emissioni risulta cruciale la considerazione della concentrazione di uranio nel minerale dei giacimenti che vengono sfruttati, che si rapporta anche alla valutazione delle riserve di uranio sul pianeta (riserve che risaputamente si stanno esaurendo). Un conto è avere un giacimento dello 0.1% e un altro è averne uno dello 0.04% di uranio. Già per concentrazioni inferiori allo 0.1% le emissioni di gas serra aumentano vertiginosamente, fino a raggiungere e superare quelle di un impianto a gas. Ma per concentrazioni ancora più basse (0.03-0.04% di uranio) non solo l’energia necessaria ai processi di estrazione e lavorazione dell’uranio supera quella ottenibile dal suo impiego nei reattori, ma l’emissione di gas serra passa dal 25% (non zero) rispetto a quelle di una centrale a ciclo combinato a gas, fino a valori che superano abbondantemente qualsiasi tipo di centrale a carburanti fossili: altro che carbon-free e emissione di CO2 zero!!!

E questo è quanto ci sentivamo di rispondere a coloro che hanno sottoscritto la lettera a Bersani. Ma per noi gli interrogativi non si esauriscono qui, perché capiamo che la questione nucleare, che è solo una parte della grande questione energetica, non è affatto una scelta tecnica dettata dalla contingenza del momento, ma rimanda a considerazioni politiche che non possono essere lasciate fuori dal dibattito. E allora se la scelta nucleare non è né economica, né politicamente valida, né pulita, se il nucleare non rappresenta un’alternativa reale al petrolio, se il problema delle scorie radioattive non è stato e né sarà mai risolto, a chi giova la politica della scelta nucleare? Quali sono gli interessi della logica nucleare? Perché rispunta proprio in un periodo storico come quello attuale?

La profonda crisi economica, le variazioni ormai incontrollate dei mercati mondiali poco sostenibili e gestibili dal sistema, i riassesti politico-militare di intere aree geografiche che vanno dall’Occidente all’Oriente sono i contenitori entro cui cercare le risposte per analizzare una scelta, come quella nucleare, apparentemente folle e scellerata. Partendo dall’attuale modello di “sviluppo” sociale le considerazioni politiche possono sintetizzarsi in tre punti:

1) lo sfruttamento intensivo e centralizzato delle fonti d’energia esauribili che ha generato violenti squilibri ambientali;

2) l’aspetto militare che è simbolo, ma al tempo stesso strumento di potere e quindi di asservimento di intere aree geografiche;

3) l’aspetto speculativo-finanziario, che rimane sempre il motore principale di questo sistema, per la sua logica di mercato e di profitto.

Per quanto riguarda il primo punto (sfruttamento intensivo), non si può essere contro gli sprechi di energia senza considerare in valore assoluto la società degli sprechi.

Non basta solo parlare di energie alternative, perché la vera soluzione sta nella riduzione netta del consumo di energia: la stragrande quantità d’energia la consuma l’industria e i trasporti per alimentare una società volutamente sempre più consumistica, piena di sprechi e di futilità. Questo eterno apparente contraddittorio (produzione, uso e consumo di energia) nonostante sia sotto gli occhi di tutti, può essere risolto soltanto con l’abbandono della concezione sviluppista, industrialista e consumistica che è alla base del capitalismo. Il cammino verso un modello sociale territorialmente decentrato ed improntato al risparmio energetico, nonché all’uso oculato di energie rinnovabili, cozza però con gli interessi reali del capitale, che non intende affatto mettere in discussione l’attuale modello di sviluppo, ma solo riproporlo di volta in volta con le sue chimere di benessere.

Per quanto riguarda il secondo punto (aspetto militare), l’Italia tra le potenze mondiali non ha arsenali bellici atomici propri pur ospitando numerose testate nucleari NATO o USA. Attualmente l’Italia non è seconda a nessun altro paese come presenza militare a livello mondiale. Attraverso tutti i governi succedutisi in questo ultimo ventennio, le mire espansionistiche del capitalismo italiano sono ormai evidenti. Con la parvenza degli interessi nazionali vengono giustificati e coperti interventi militari nei paesi dell’Est, dell’Africa, del Medioriente. Spinti da una crisi economica “annunciata”, gli interessi dell’imprenditoria italiana si inseriscono in questo contesto di spartizione dei mercati mondiali. Le invasioni militari dei potenti della Terra si intensificano sempre di più. Da una parte l’invasione economica, il ricatto occupazionale ed alimentare ma, dove tutto questo non basta, l’intervento militare rimane ancora la scelta principale degli interessi capitalistici soprattutto in quelle aree geografiche ricche di combustibile. Il possesso dell’energia diventa così il principale scopo di ogni apparato capitalistico nazionale. Il ritorno della corsa agli armamenti si inquadra in questo percorso come se non bastassero tutte le armi già presenti sul pianeta.

L’Italia, non solo partecipa alla progettazione ed alla costruzione, ma acquisterà anche un certo numero di F35 e di Eurofighter, caccia bombardieri capaci di equipaggiarsi di armamenti atomici, come pochi Stati stanno facendo a livello mondiale: alla faccia della crisi economica e dei Trattati di Non Proliferazione Nucleare. Pensare che l’Italia, attraverso un programma nucleare civile, voglia giungere a dotarsi di un proprio armamento atomico è una follia: ma il non prendere in considerazione una tale ipotesi sarebbe una imperdonabile ingenuità.

Per quanto riguarda il terzo punto (aspetto speculativo-finanziario), una centrale nucleare, comunque la si voglia vedere, rimane in assoluto un affare colossale. Partendo dal presupposto che per costruire una centrale ci vorrebbero 8-10 anni, con un costo dai 5 agli 8 miliardi di euro, si capisce bene come tutto questo rappresenti un boccone molto appetibile. Per il sistema imprenditoriale significa avere e gestire ingenti capitali statali. Dai traffici internazionali (estrazione e trasporto dell’uranio) all’enorme consumo di materiali e risorse (basti pensare all’enorme quantità di cemento e di acciaio necessari per la costruzione delle centrali), la torta-centrale nucleare diventerebbe così un calderone perfetto dentro cui le solite gerarchie imprenditoriali e mafiose alimenterebbero i loro sporchi interessi, magari con la giustificazione della ripresa economica e del ricatto occupazionale. Ancora una volta il dio profitto la fa da padrone, sacrificando come al solito la salute dei cittadini, dei lavoratori e dell’ambiente intero. Alle generazioni future rimarrebbero così tutte queste “grandi opere” che, proprio per la loro incompiutezza e la loro incompatibilità ambientale, rappresenterebbero da una parte mostruosità e rifiuti difficilmente gestibili, dall’altra altre torte, altri cantieri, altre speculazioni.

Questa lettera sarà indirizzata a tutti gli esponenti politici che vogliono dare un contributo oggettivo alla questione nucleare, a tutte le testate giornalistiche che vorranno pubblicarla.

Si prefigge lo scopo di partecipare al confronto sul tema energetico-nucleare, di aumentare la conoscenza e la sensibilità verso la questione, con l’intento di evitare inutili crepe e divisioni, dannosi falsi conflitti tra tutta quella gente che ha già espresso la propria volontà popolare con il referendum dell’87 per dire un secco NO al nucleare.

Comitato cittadino antinucleare maruggio
Coordinamento Provinciale Antinucleare Tarantino
COORDINAMENTO NAZIONALE ANTINUCLEARE, Salute, Ambiente, Energia

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