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    (Capitale e lavoro)

    Marchionne e Fiat: truffa e schiavitù

    (1 Agosto 2010)

    anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.cobas.it


    Confederazione Cobas

    01/08/2010 14:40

    La Fiat, annunciando investimenti per 20 miliardi di euro, oltretutto senza indicarne i tempi e senza darne la minima garanzia, e presentando l’accordo su Pomigliano come finalizzato al rilancio della produzione, ha semplicemente messo in scena una manovra truffaldina, perché l’attualità e la prospettiva del mercato dell’auto tutto fanno presagire fuori che in quattro e quattr’otto, come dice Marchionne, la domanda di auto possa assorbire il raddoppio (previsto nei presunti piani del Lingotto) di quelle oggi prodotte.

    Intanto (grazie al fatto che gli operai, anche se in termini ridotti, ricevono la retribuzione non dalla Fiat, ma dalla CIG), aumentano gli utili e i profitti della Fiat, mentre le sue fabbriche vengono delocalizzate in paesi come la Serbia, dove il costo del lavoro è un terzo di quello italiano.

    Marchionne e la Fiat stanno predisponendo le condizioni giuridiche per prendersi tutto e altrettanto stanno facendo altri gruppi e aziende, che si preparano alla disdetta dei contratti e ad accordi separati coi soliti sindacati-fantocci (Cisl, Uil, Fismic, Ugl).

    La cessione dell’attuale azienda Fiat di Pomigliano a una “nuova” società -detta “newco”- naturalmente controllata dalla Fiat; l’uso delle deroghe aziendali, previste dal CCNL metalmeccanici siglato a ottobre 2009 dai soliti fantocci, per potere applicare l’accordo-diktat di giugno; la disdetta dello stesso CCNL, tanto per rincarare la dose; la riassunzione dei lavoratori, meglio, di parte dei lavoratori, secondo le norme e le condizioni lavorative-capestro previste dal diktat: tutto questo non è una eccezione nel quadro delle relazioni sindacali, ma diventerà, e sta diventando, la regola, con la sua estensione non solo al resto del gruppo Fiat, ma a tutta l’industria metalmeccanica e manifatturiera e, in generale, a tutto il lavoro sotto padrone.

    È debole la posizione di chi, come la Fiom, pensa che la riposta da dare ai padroni consista semplicemente nella difesa del contratto nazionale, della legge e della Costituzione.

    Non che questa strada non debba essere percorsa, attivando ricorsi in tutte le sedi istituzionali competenti e, in particolare, in quelle giudiziarie, ma a quasi un anno dal contratto separato dei metalmeccanici contro il quale si era enfatizzato di ricorrere ai tribunali, quella strada non è stata nemmeno intrapresa. E, in ogni caso, una cosa del genere sa tanto di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati.

    Questo perché, aldilà delle legittime petizioni di principio (del resto facilmente schiacciabili dallo stato dei rapporti i forza), qui stiamo parlando di questioni sociali, dove quello che conta è l’iniziativa tempestiva di mobilitazione, di lotta, di conflitto, di sciopero, di manifestazione, e la loro generalizzazione.

    O si comincia a fare questo, subito, o si ritorna indietro, all’ottocento.

    Cobas Lavoro Privato

    LA FIAT DI MARCHIONNE: IL NUOVO CAPITALISMO EVERSIVO

    La FIAT di Marchionne ha compiuto il "Grande Strappo": la vicenda di Pomigliano, che può essere compresa solamente in un'ottica più generale di cui fa parte la chiusura di Termini Imerese e l'attacco a Mirafiori, presenta una tale violenza che non è paragonabile a nessun'altro attacco ai diritti dei lavoratori neppure dell'epoca di Valletta. Innanzitutto, occorre individuare una differenza sostanziale con il passato: gli attacchi padronali della FIAT hanno sempre giocato sul ruolo nazionale che l'azienda ha assunto nel corso del '900, mentre adesso sembra indifferente alle sorti non solo sociali ed economiche legate al territorio nazionale, ma anche politiche.

    Sicuramente, il ruolo che la FIAT sta assumendo rispetto al contratto nazionale e alle relazioni sindacali è quello di spingere per una nuova stagione in cui il compromesso sociale, la contrattazione nazionale ed aziendale e la mediazione politico-sindacale sono svelte alle radici. Tuttavia, Marchionne sta giocando una partita internazionale, globale, che non solo supera i limiti nazionali italiani, ma anche quelli continentali europei; per questo la decisione di ingnorare il contratto nazionale a Pomigliano e la minaccia di spostare nuove produzioni in Serbia rispetto a Mirafiori sono scelte di strategia aziendale a carattere eversivo, in quanto incalza la politica ignorando qualunque vincolo politico-istituzionale e impone la visione ideologica dell'iperliberismo economico proprio della competizione globalizzata.

    La FIAT di Marchionne non faticherà a trovare sostenitori politici bipartisan e seguaci in aziende ed associazioni padronali territoriali (ci sono già esempi in tale direzione: la OMSA e la Indesit, ma anche associazioni industriali provinciali che hanno dichiarato di non volere applicare più i contratti nazionali); questa operazione non va a colpire quindi solamente i lavoratori aggredendoli nei loro diritti, ma sta attuando una strategia eversiva sul piano più generale, anche politico-istituzionale: si intende cioè affermare la supremazia economico-industriale su qualunque vincolo politico-sociale, ignorando leggi e contratti, sindacati e accordi, trasformando il compromesso sociale fondato sulla trattativa tra parti (anche nella sua versione più blanda e concertativa) in un orpello da abbattere.

    La politica dovrà limitarsi a ratificare, come già preannunciato da Sacconi, il superamento dell’articolo 41 della Costituzione che “limita” la libertà di impresa in un quadro di equilibrio sociale e di interesse generale nazionale. Stracciare questa prospettiva rende superflua qualunque dimensione di salvaguardia nazionale, elimina qualsiasi riferimento concreto agli interessi nazionali e determina il condizionamento delle scelte occupazionali e produttive ai “capricci” del mercato, della speculazione e dei profitti.

    La strategia di Marchionne è quella di eliminare qualsiasi vincolo territoriale e nazionale, oltreché contrattuale e sindacale, agli investimenti FIAT: d’ora in avanti non si potrà/dovrà più parlare di FIAT in termini di azienda italiana, ma di una vera e propria transnazionale (cose che peraltro è già da tempo).

    Restano i lauti finanziamenti dello stato italiano, elargiti da governi amici di destra e di centro-sinistra, alle imprese “italiane” (FIAT in primis) che si sono attenute al principio del “prendi i soldi e scappa”.

    Sarebbe l’ora di rovesciare questa politica filopadronale e che i lavoratori unissero le forze per battere la concertazione e l’appoggio bipartisan al padronato eversivo.

    CONFEDERAZIONE COBAS

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    www.cobas.it

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