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Il neoliberismo in salsa europea - I parametri di Maastricht

di Andrea Ricci (responsabile Dipartimento Economia PRC)

(29 Agosto 2003)

IL MARCHIO DI MAASTRICHT SULL’EUROPA.

La lunga strada che ha portato all’euro ha avuto come sua tappa fondamentale il Trattato di Maastricht, firmato nell’omonima cittadina olandese il 7 febbraio 1992 ed entrato in vigore, dopo la ratifica dei Parlamenti nazionali, il 1° novembre 1993. In esso venne definita l’architettura istituzionale della futura Unione Economica e Monetaria (UEM) e i tempi, le modalità e le condizioni per la sua costituzione. I contenuti dell’accordo di Maastricht hanno determinato, in larga misura, i caratteri della transizione alla moneta unica e, ancora adesso, rappresentano il cardine della costruzione europea.
La straordinaria importanza del Trattato di Maastricht non risiede soltanto nei meccanismi giuridico-istituzionali in esso sanciti, ma anche nella definizione del modello sociale europeo e dei suoi principi ispiratori. Da questo punto di vista, Maastricht è paragonabile, per importanza e concreta influenza, ad una carta costituzionale. I risultati della Convenzione europea, che ha il compito di definire un progetto di Costituzione formale dell’Unione, dimostrano che è ancora Maastricht a rappresentare il quadro strategico entro cui si muove il processo di integrazione europea. Ciò è particolarmente vero per la politica economica. Strumenti e contenuti della politica monetaria e della politica di bilancio in Europa sono ancora, nelle loro linee di fondo, quelli definiti, più di undici anni fa, nella piccola cittadina dei Paesi Bassi. I successivi accordi sulla conduzione della politica economica europea, compreso il Patto di Stabilità e Crescita, rappresentano la prosecuzione e la specifica articolazione delle strategie allora definite per costituire l’UEM. Per questo è lecito affermare che ancora oggi il marchio, il logo, il simbolo dell’Unione Europea rimane quello del Trattato di Maastricht.

IL TRATTATO DI MAASTRICHT: IL QUADRO ISTITUZIONALE DELLA POLITICA ECONOMICA EUROPEA.

Il metodo adottato a Maastricht per arrivare all’unificazione monetaria europea fu basato su due principi fondamentali, quello della gradualità e quello della convergenza tra le diverse economie nazionali.
Il primo principio della gradualità consisteva nell’articolazione in tre fasi del processo di istituzione dell’UEM: la prima fase, destinata a concludersi entro il 1993, prevedeva la completa e integrale libertà di circolazione dei capitali tra i Paesi membri e il divieto di finanziare i deficit dei bilanci pubblici attraverso l’emissione monetaria; la seconda fase, il cui inizio era previsto il 1° gennaio 1994, definiva il processo di istituzione del Sistema Europeo di Banche Centrali (SEBC) e dell’Istituto Monetario Europeo (IME), che doveva essere accompagnato dall’acquisizione di uno statuto di piena indipendenza e di totale autonomia delle Banche Centrali nazionali nella determinazione della politica monetaria; la terza ed ultima fase, da avviarsi entro il 1° gennaio 1999, era quella della costituzione vera e propria dell’UEM, con la fissazione di parità irrevocabili dei tassi di cambio e con l’entrata in attività della Banca Centrale Europea, in qualità di unica autorità di politica monetaria. Al compimento di questa terza fase, la sovranità monetaria sarebbe già passata dai livelli nazionali al livello comune europeo. Pertanto, la quarta tappa, quella dell’entrata in circolazione dell’euro come moneta corrente in sostituzione delle monete nazionali, avvenuta nei primi mesi del 2002, avrebbe rappresentato un passo dall’alto valore simbolico, ma secondario dal punto di vista della politica monetaria.
Nulla di cogente veniva stabilito, invece, in merito al coordinamento e alla gestione unitaria delle politiche fiscali. L’unico strumento di politica macroeconomica a livello di Unione era così rappresentato dalla politica monetaria. Tuttavia, la definizione, nell’articolo 105 del Trattato, della stabilità dei prezzi come obiettivo principale della BCE escludeva ogni ruolo attivo della politica monetaria sull’economia reale. In questo quadro le politiche fiscali nazionali dovevano limitarsi ad ammortizzare e ad assecondare nei singoli Paesi i diversi impatti della politica monetaria antinflazionistica e degli eventuali shock economici asimmetrici, cioè delle variazioni delle attività economiche specifiche di ogni Paese. Ciò doveva avvenire attraverso l’adozione di regole rigide di politica fiscale, essenzialmente basate sul funzionamento degli stabilizzatori automatici, cioè di quelle voci di entrata e di spesa del bilancio pubblico, sensibili all’andamento della congiuntura economica, che agiscono in senso anticiclico. Ad esempio, quando la produzione si riduce, diminuiscono le tasse versate e aumentano le spese sociali (sussidi di disoccupazione, ammortizzatori sociali ecc.); in questo modo il bilancio pubblico contribuisce automaticamente al sostegno della domanda. Viceversa accade quando la produzione aumenta. Veniva invece rigettato ogni ruolo attivo e discrezionale della politica fiscale.
Il Trattato prevedeva, inoltre, specifiche procedure di controllo sulla politica fiscale dei Paesi membri dell’Unione, affidate alla Commissione europea. In caso di deficit considerato eccessivo la Commissione poteva raccomandare al Consiglio europeo, formato dai capi di Stato e di Governo, di assumere, a maggioranza qualificata, l’adozione delle misure necessarie per imporre al Paese inadempiente la disciplina fiscale. Le procedure di controllo fiscale, previste dal Trattato di Maastricht, erano tuttavia ancora abbastanza generiche e soggette ad ampia discrezionalità politica. Fu solo con il Patto di Stabilità e Crescita che tali procedure verranno codificate dettagliatamente, fino ad assumere carattere automatico
Liberalizzazione dei movimenti di capitale, autonomia e indipendenza delle Banche centrali dal potere politico, lotta all’inflazione, copertura integrale dei deficit pubblici attraverso il ricorso ai mercati finanziari, centralizzazione della politica monetaria e conduzione nazionale decentrata della politica fiscale: erano dunque questi i pilastri del processo di istituzione dell’UEM. Le fasi, solo apparentemente tecniche, attraverso cui si doveva giungere all’unificazione monetaria erano, in realtà, il frutto di una precisa strategia politica: l’UEM doveva nascere sulla base di un solido quadro istituzionale forgiato sulla base del neoliberismo e del monetarismo. Attraverso la definizione di regole istituzionali di comportamento per le autorità di politica monetaria e di politica fiscale, la politica macroeconomica risultava inerte e passiva rispetto all’andamento dei mercati e veniva così svuotata di ogni capacità di orientare e indirizzare lo sviluppo economico verso obiettivi collettivi. La politica monetaria e la politica fiscale venivano ricoperte di un alone tecnicistico, che nascondeva gli obiettivi propriamente politici perseguiti.
Era il trionfo della logica delle compatibilità: le decisioni in materia di politica economica erano a priori determinate da norme giuridiche di carattere costituzionale, assoggettate al rispetto di vincoli esterni arbitrariamente formulati in modo da assecondare l'andamento spontaneo delle forze di mercato. In tal modo, le diverse opzioni e i differenti orientamenti politici dei Governi e dei Parlamenti ben poco potevano incidere sulla struttura economica e sociale. La logica della compatibilità economica portava con sé quindi anche la logica dell’alternanza politica. La competizione tra differenti schieramenti politici per il governo dei Paesi doveva avvenire all’interno di un quadro economico-sociale immodificabile, definito per via tecnica e istituzionale secondo i principi del neoliberismo e del monetarismo. La struttura istituzionale dell’UEM può dirsi, per questa ragione, figlia legittima del pensiero unico della globalizzazione neoliberista.

I PARAMETRI DI MAASTRICHT.

Questa impostazione istituzionale trovava immediata e concreta conferma nell’applicazione del secondo principio di base adottato per giungere all’UEM, quello della convergenza delle singole economie nazionali. Sul piano delle condizioni economiche e finanziarie, che ciascun Paese doveva rispettare per essere ammesso all’UEM, il Trattato di Maastricht prevedeva cinque criteri di convergenza, tre di carattere monetario e due di carattere fiscale:
1) il tasso di inflazione non doveva superare per più dell’1,5% il tasso medio di inflazione registrato dai tre Paesi con inflazione più bassa;
2) i tassi di interesse a lungo termine non dovevano superare per più del 2% quelli medi dei tre Paesi con maggiore stabilità dei prezzi;
3) il tasso di cambio delle monete nazionali doveva restare, nei due anni precedenti l’avvio dell’UEM, all’interno dei margini normali di fluttuazione del Sistema Monetario Europeo (SME). Quando il Trattato fu firmato i margini normali di fluttuazione nello SME erano dell’1,25% sopra e sotto la parità. In seguito alla crisi valutaria del 1992-93, che colpì particolarmente la lira e la sterlina, i margini furono ampliati al 15%, di fatto eliminando così gran parte della cogenza del parametro del tasso di cambio;
4) il deficit del bilancio pubblico non doveva superare il 3% del Prodotto Interno Lordo, salvo casi eccezionali, transitori e comunque non eccedenti significativamente il valore di riferimento. Il saldo preso a riferimento è quello della pubblica amministrazione nel suo complesso, comprensivo dello Stato, delle Regioni, delle autonomie locali, degli istituti di previdenza e di tutti gli altri soggetti pubblici che producono servizi non di mercato. Nella classificazione dell’European System of Economic Accounts il saldo è calcolato come la differenza tra tutte le spese correnti e in conto capitale e tutte le entrate di qualsiasi natura. Sono, invece, escluse dal conteggio tutte le transazioni di carattere finanziario (acquisto e vendita di attività finanziarie);
5) il debito pubblico non doveva superare il 60% del PIL. Questo parametro venne successivamente interpretato in senso tendenziale, cioè i Paesi con un elevato debito pubblico, come l’Italia e il Belgio, dovevano procedere sistematicamente ad una progressiva e rapida riduzione dello stock di debito.
La convergenza macroeconomica stabilita con i parametri di Maastricht doveva così realizzarsi verso quelle economie più “virtuose” sul piano della stabilità monetaria e delle finanze pubbliche. In realtà, quindi, più che di convergenza, doveva parlarsi di aggiustamento di tutti i Paesi verso il modello tedesco pre-unificazione, indipendentemente dalle condizioni strutturali delle singole economie. Infatti, le soglie relative al tasso di inflazione e al tasso di interesse risultavano determinate da Paesi appartenenti all’area del marco tedesco (Germania, Olanda, Lussemburgo, Austria). La soglia relativa al rapporto deficit/PIL derivava dall’idea che le sole spese pubbliche finanziabili attraverso il ricorso all’indebitamento fossero quelle d’investimento, che storicamente, nei principali Paesi europei, si erano collocate intorno al 3%. Era questo, inoltre, il livello attorno a cui oscillava il deficit federale tedesco. La soglia del debito, infine, rispondeva alla media degli stock di debito pubblico dei Paesi membri (vedi tabella 1).
Come si può osservare, la determinazione quantitativa dei parametri di Maastricht era fortemente empirica, discrezionale e, per certi aspetti, arbitraria, priva, com’era, di qualunque teoria esplicativa di carattere economico. Erano i rapporti di forza e le finalità politiche, più che le analisi economiche, ad esserne alla base. Naturalmente, invece, i parametri di Maastricht vennero giustificati sulla base di ragioni puramente tecniche ed economiche. Queste motivazioni tecnico-economiche divennero una sorta di luogo comune nell’opinione pubblica e servirono ai singoli Governi nazionali per nascondere i reali scopi politico-sociali che venivano perseguiti attraverso la costituzione dell’UEM.
La decisione in merito all’entrata dei singoli Paesi nell’UEM fu adottata nel corso della riunione del Consiglio Europeo del 3 maggio 1998, sulla base del Rapporto sulla Convergenza stilato dall’IME il 25 marzo dello stesso anno. Svezia, Regno Unito e Danimarca rifiutarono di aderire all’UEM e mantennero le proprie monete nazionali, mentre la Grecia, nonostante i poderosi sforzi di aggiustamento, in un primo tempo non venne ammessa, perché ancora lontana dal raggiungimento dei parametri relativi a inflazione e tassi di interesse. In definitiva, dei cinque parametri, soltanto tre (inflazione, tassi di interesse e deficit pubblico) furono applicati rigidamente, mentre gli altri due (tasso di cambio e debito pubblico) furono interpretati in modo flessibile e tendenziale. Al di là, quindi, del dettato formale del Trattato, la scelta sui Paesi che potevano, fin da subito, accedere all’UEM assunse connotati fortemente politici, ad ulteriore dimostrazione del carattere strumentale dei parametri di Maastricht, in quanto funzionali all’adesione ad un modello sociale neoliberista.

Tabella 1: i parametri di Maastricht all’inizio e alla fine del periodo di transizione verso l’UEM

-InflazioneTassi di interesseDeficit/PIL**Debito/PIL
Stati membri 199119971991199719911998***19911998***
Belgio3,21,49,35,76,51,7129,4118,1
Germania3,01,48,55,63,32,541,561,2
Grecia19,55,224,1*9,811,52,292,3107,7
Spagna5,91,812,46,34,92,245,867,4
Francia3,21,29,05,52,22,935,858,1
Irlanda3,21,29,26,22,3+1,195,059,5
Italia6,41,813,36,710,22,5101,4118,1
Lussemburgo3,11,46,5*5,6+1,9+1,04,27,1
Olanda3,11,88,75,52,91,678,870,0
Austria3,31,18,65,62,62,358,764,7
Portogallo11,41,814,56,26,72,271,160,0
Finlandia4,31,311,75,91,5+0,323,053,6
Parametro4,42,710,77,83,03,060,060,0

*Per la Grecia il dato si riferisce al 1992, per il Lussemburgo al 1993;**Il segno + indica un avanzo
***Per queste due variabili, la decisione sull’entrata nell’UEM è stata presa sulla base della stima dell’IME formulata in occasione della presentazione del Rapporto sulla convergenza del 25-3-1998, da cui sono tratti i dati riportati in tabella.


LE MOTIVAZIONI ECONOMICHE DEI CRITERI DI CONVERGENZA.

La definizione di criteri di convergenza come condizione preliminare all’unificazione monetaria europea era, pressoché universalmente, riconosciuta come indispensabile. Le ragioni di questa necessità sono molteplici e complesse.
In primo luogo, il controllo della quantità di moneta e dei tassi di interesse è uno strumento fondamentale di politica economica, che ciascun Paese, dotato di sovranità monetaria, può utilizzare per far fronte a particolari e specifiche situazioni congiunturali interne. Emblematico a questo proposito è il comportamento della Federal Reserve statunitense che, sotto la direzione di Alan Greenspan, ha mostrato uno straordinario dinamismo nell’adeguare le condizioni monetarie alla congiuntura, attraverso continue e ripetute variazioni dei tassi di interesse. La politica monetaria, attraverso i tassi di interesse, influenza il livello nominale e reale della domanda interna. Con l’unificazione monetaria europea, i Paesi, rinunciando alla sovranità monetaria nazionale, si spogliano della possibilità di utilizzare autonomamente la politica monetaria come strumento di politica economica. Essa diventa unica e uguale per tutti i Paesi appartenenti all’UEM e non può essere più adattata alle esigenze specifiche di ogni singolo Paese. Se le economie dei Paesi membri dell’Unione presentano marcate divergenze strutturali, l’unificazione monetaria può produrre un’accentuazione degli squilibri territoriali, aggravare i problemi macroeconomici nazionali e mettere così a repentaglio la coesione politica dell’Unione. La convergenza è dunque un prerequisito per una corretta gestione della politica monetaria comune.
In secondo luogo, l’unificazione monetaria elimina un altro strumento di politica economica a disposizione delle autorità nazionali, la manovra sul tasso di cambio. Con la moneta unica esiste un unico tasso di cambio della moneta dell’Unione nei confronti delle monete del Resto del mondo e scompaiono i tassi di cambio tra le monete dei Paesi membri dell’Unione. Il livello del tasso di cambio influenza le esportazioni e le importazioni di ogni Paese e il grado di competitività internazionale della produzione nazionale. Attraverso la modifica del tasso di cambio, cioè con la svalutazione o la rivalutazione della propria moneta, ciascun Paese, dotato di sovranità monetaria, può influenzare il livello della domanda interna ed estera e l’andamento della propria bilancia dei pagamenti internazionali. Se i Paesi dell’Unione si trovano in situazioni economiche divergenti, un unico tasso di cambio può impedire l’aggiustamento verso l’equilibrio macroeconomico e avere pesanti effetti negativi sulle strutture produttive nazionali. Se il grado di competitività internazionale dei Paesi membri è fortemente divergente, la fissazione di un unico tasso di cambio genera un equilibrio economicamente insoddisfacente per tutti o per alcuni di essi. L’esperienza storica dell’unificazione monetaria italiana, negli anni immediatamente successivi all’Unità, è un caso emblematico di innesco di un processo circolare e cumulativo di ulteriore differenziazione tra le aree industrialmente sviluppate del Nord e quelle del Sud, anche a seguito della determinazione di un unico tasso di cambio. La convergenza è dunque un prerequisito per una corretta fissazione del tasso di cambio col Resto del Mondo.
In terzo luogo, la politica fiscale, cioè la manovra sulle entrate e sulle spese pubbliche, e la politica monetaria si influenzano reciprocamente. Ad esempio, una politica monetaria restrittiva, cioè con alti tassi di interesse, rende più oneroso il servizio del debito pubblico e aumenta così la spesa pubblica per interessi. Oppure, viceversa, un alto deficit pubblico fa alzare i tassi di interesse perché aumenta l’offerta di titoli sui mercati finanziari. Attraverso questa via la politica fiscale di un Paese può, ad esempio, determinare un aumento dei tassi di interesse nell’intera Unione, generando esternalità negative per tutti gli altri Paesi. Tra politica monetaria e politica fiscale è necessario che sussista un coordinamento, altrimenti gli obiettivi perseguiti dall’una possono essere inficiati dalla conduzione dell’altra. Se all’interno di un’unione monetaria ci sono tante politiche fiscali nazionali, tra loro non coordinate e divergenti, e un’unica politica monetaria, il rischio di incongruenze e di incoerenze nella politica economica all’interno dell’Unione è molto alto e può produrre pesanti effetti negativi sull’equilibrio macroeconomico e sulla crescita. La convergenza è dunque un prerequisito per un efficace coordinamento tra la politica monetaria comune e le politiche fiscali nazionali.

LA STRADA PERCORSA A MAASTRICHT E LA POSSIBILE ALTERNATIVA MANCATA.

Se esisteva un largo consenso in merito alla convergenza come requisito indispensabile per procedere all’unificazione monetaria, ben diversa era la situazione sulla definizione di ciò che la convergenza economica doveva significare. Su questo piano non esiste una dottrina economica che tecnicamente possa stabilire, in modo univoco, i contenuti della convergenza. La scelta era tutta e solo politica e derivava dal modello sociale che si voleva realizzare attraverso l’integrazione monetaria. Per schematizzare possiamo individuare due strade alternative.
La prima soluzione consiste nel definire la convergenza necessaria all’integrazione monetaria in termini nominali. In questo caso, gli indicatori di convergenza presi a riferimento riguardano le variabili monetarie (prezzi, tassi di interesse, tassi di cambio) e contabili (bilancio pubblico). La logica che sta dietro questa definizione di convergenza è quella del primato del mercato come meccanismo di allocazione delle risorse: l’unificazione monetaria deve essere preceduta da una omologazione delle condizioni esterne ai mercati (moneta e bilancio pubblico) in modo da porre gli operatori privati dei diversi Paesi nella stessa situazione teorica di competitività. Occorre creare un quadro di eque opportunità per i soggetti economici privati. Sarà poi la libera e spontanea competizione di mercato a definire i risultati di benessere economico e sociale per i diversi Paesi. In questo approccio, le differenze economiche reali saranno dovute all’operare dei mercati e, quindi, risponderanno alla logica di efficienza economica. Naturalmente, accanto alla convergenza nominale, è necessario procedere alla convergenza normativa rispetto alla struttura concorrenziale dei mercati. Convergenza nominale e integrale liberalizzazione dei mercati sono i requisiti dell’integrazione monetaria definiti dall’approccio neoliberista. E’ inutile ricordare che fu proprio questa la strada scelta a Maastricht.
La strada alternativa definisce invece la convergenza in termini reali e non nominali. Per procedere all’unificazione monetaria occorre prima muovere verso una tendenziale omologazione delle variabili economiche reali e strutturali dei diversi Paesi: occupazione, livelli salariali, livelli di protezione sociale, tassi di crescita economica. In assenza di convergenza reale, la convergenza nominale porterà ad una distribuzione iniqua dei vantaggi e dei sacrifici dell’unificazione monetaria, sbilanciata verso le aree e le classi sociali economicamente più forti, e tenderà quindi ad aumentare le disuguaglianze. Il libero gioco spontaneo delle forze di mercato produce meccanismi circolari e cumulativi, che portano a rendere i forti ancora più forti e i deboli ancora più deboli. Per questa ragione, all’unificazione monetaria andrebbe affiancata anche un’unificazione fiscale, in modo da creare quei meccanismi politici di ridistribuzione delle risorse per sostenere l’adeguamento delle economie e dei soggetti sociali strutturalmente più deboli verso i livelli e le condizioni dei più forti. Questo approccio prevede quindi una significativa azione pubblica di intervento, di programmazione e di indirizzo strategico nell’economia, in cui l’obiettivo dell’unificazione monetaria è subordinato a scopi di natura politica e sociale, estranei alla pura logica di mercato. E’ inutile ricordare che questa strada alternativa non solo non fu percorsa nella costituzione dell’UEM, ma non fu nemmeno presa in considerazione dai Governi e dalle principali forze politiche europee di centrodestra e di centrosinistra. Le conseguenze economiche e sociali di questa universale accettazione del neoliberismo sono state pesanti e dolorose, in modo particolare per i lavoratori e per le regioni meno sviluppate d’Europa.

GLI EFFETTI ECONOMICI E SOCIALI DEI PARAMETRI DI MAASTRICHT.

I criteri adottati a Maastricht sono stati tali da costringere tutti i Paesi ad adottare politiche macroeconomiche fortemente restrittive, che hanno ridotto la domanda interna e rallentato la crescita economica. In particolare, la politica monetaria è stata caratterizzata dal permanere di un livello straordinariamente alto, in una prospettiva storica, dei tassi di interesse reali, superiori al 4% anche nell’anno finale della transizione (vedi, nella tabella 1, la differenza tra il tasso di interesse e il tasso di inflazione). Ancora più marcato in senso restrittivo è stato l’orientamento della politica fiscale. La tabella 2 mostra l’entità enorme dell’aggiustamento fiscale all’interno dell’UEM. La seconda colonna mostra la riduzione effettiva del deficit di bilancio pubblico, mentre la terza colonna indica la riduzione del deficit primario strutturale. Quest’ultimo dato è il più indicativo per valutare appieno l’entità della manovra fiscale attuata. Infatti, esso indica la riduzione del deficit al netto della spesa per interessi, delle misure fiscali una tantum e dell’andamento del ciclo economico. In sostanza, il saldo primario indica la differenza tra le tasse pagate dai cittadini e la quantità di beni e servizi ad essi erogati dallo Stato. Quando il saldo primario migliora vuol dire che lo Stato incamera più entrate fiscali rispetto ai beni e servizi erogati in confronto a quanto avveniva prima.

Tabella 2: Aggiustamento fiscale nel periodo* di Maastricht; dati in percentuale del PIL.

Stati membri dell’UEMVariazione deficit effettivo di bilancio**Variazione deficit primario strutturale**
Belgio-4,2-4,0
Germania-0,4-4,0
Grecia-10,4-13,7
Spagna-1,6-5,8
Francia-2,8-2,9
Irlanda+0,4-2,2
Italia-8,4-10,2
Lussemburgon.d.n.d.
Olanda-2,4-1,7
Austria-2,5-3,0
Portogallo-2,9-2,5
Finlandia-5,0-3,3

*Il periodo di riferimento varia a seconda dei Paesi e si colloca entro gli anni 1991-97. **Il segno meno indica una riduzione del deficit. ***Media non ponderata.
Fonte: Buti-Sapir, La politica economica nell’Unione economica e monetaria europea, Il Mulino, 1999


Una diminuzione del deficit primario strutturale, come quella verificatesi nel periodo 1991-97, si può ottenere attraverso un aumento permanente delle entrate fiscali o attraverso una riduzione permanente della spesa pubblica per consumi collettivi (erogazione ed acquisto di beni e servizi pubblici) o per investimenti. Un esame più analitico dei dati di composizione di bilancio mostra che la parte di gran lunga prevalente dello sforzo di risanamento in quasi tutti i Paesi (ad eccezione di Belgio, Irlanda e Portogallo) è stata giocata dalla riduzione della spesa primaria corrente. Ciò vuol dire che sono stati i tagli all’occupazione e ai salari pubblici e alle spese per il Welfare a sopportare la quasi totalità dell’aggiustamento. La maggiore entità del deficit primario strutturale rispetto al deficit effettivo indica che, mentre la spesa pubblica per i consumi collettivi si riduceva drasticamente, la spesa per interessi continuava a crescere. Poiché, durante gli anni di Maastricht, il saldo primario strutturale è passato da una situazione di deficit ad una situazione di surplus in tutti i Paesi dell’UEM, gli Stati incassano ormai in valore assoluto, sotto forma di tasse, più di quanto spendono per fornire beni e servizi pubblici. La persistenza di deficit effettivi di bilancio nei Paesi europei dipende esclusivamente dal pagamento delle rendite finanziarie sul debito pubblico. I riflessi in termini di distribuzione del reddito sono stati quelli di un enorme trasferimento di ricchezza dai redditi da lavoro ai redditi da capitale.
Passando ad un esame quantitativo dei dati, ci accorgiamo che la dimensione della riduzione di spesa pubblica primaria è stata gigantesca, tenuto conto del limitato periodo di tempo a disposizione. Considerando che all’inizio del periodo la spesa corrente primaria era, in media, nell’ordine del 30% del PIL, in appena un lustro essa si è ridotta di un sesto all’interno dell’UEM. In altri termini, ogni 100 euro di consumi collettivi e di spesa sociale dello Stato, esistenti prima di Maastricht, ne rimanevano, alla fine del processo di aggiustamento nel 1997, solo 83. E’ difficile, di fronte a questi dati, non parlare di una vera e propria opera di devastazione sociale.
Se osserviamo ora i singoli Paesi, scopriamo che per alcuni di essi l’aggiustamento fiscale è stato più massiccio che per altri. In complesso, il deficit dell’UEM nel periodo di Maastricht si riduce del 45%. Tale riduzione è però concentrata in alcuni Paesi, quelli che partivano da una situazione iniziale peggiore. Per uno scherzo della storia, anche la Germania, dopo la repentina unificazione, ha dovuto faticare per rispettare quei parametri, costruiti a propria immagine e somiglianza, dovendo compiere una manovra strutturale dell’ordine del 4% del PIL. Ma è per la Grecia e l’Italia che il rispetto dei vincoli di Maastricht ha assunto proporzioni inaudite, con una riduzione strutturale del bilancio pubblico primario rispettivamente del 13,7% e del 10,2%. Per l’Italia ciò ha significato una riduzione delle spese primarie correnti di ben l’8% del PIL, dal 27,9% nel 1991 al 19,9% del 1998 (dati Banca d’Italia).
E’ evidente come la traduzione in senso monetarista del criterio della convergenza ha imposto a quei Paesi, come l’Italia, che erano ben lontani dalla solidità strutturale del sistema produttivo tedesco e che erano gravati da un elevato debito pubblico, residuo delle politiche passate, un elevato costo in termini reali per soddisfare i parametri di Maastricht. In particolare, i criteri di convergenza obbligavano ad un pesante ridimensionamento dell’intervento pubblico nell’economia, sia in termini di protezione sociale, sia in termini di programmazione ed indirizzo dell’apparato produttivo. I criteri di convergenza si traducevano, quindi, in un indirizzo macroeconomico restrittivo di politica fiscale, nello smantellamento e nella privatizzazione del patrimonio industriale pubblico e in una spinta verso la riduzione del costo del lavoro come elemento principale di competitività del sistema produttivo nazionale. Il declino economico e produttivo dell’Italia di oggi trova, quindi, la sua principale spiegazione nelle scelte che vennero compiute un decennio or sono per arrivare a costituire l’UEM.
La convergenza economica non è stata quindi determinata in modo tale da garantire un graduale avvicinamento delle condizioni economiche reali e strutturali dei diversi Paesi, che partivano da situazioni molto differenziate. Al contrario, essa è stata effettuata in modo tale da adeguare, in tempi brevissimi, esclusivamente le condizioni monetarie e contabili dei diversi Paesi a quelle dei Paesi economicamente più forti e solidi, in particolare a quelle della Germania preunificazione.
Le conseguenze di questo approccio monetarista e neoliberista sono state gravi e profonde sulle società e sulle economie europee. La drastica riduzione dell’intervento pubblico nell’economia e nella ridistribuzione del reddito, particolarmente forte in alcuni Paesi, ha prodotto un aumento significativo delle diseguaglianze. In termini sociali, i parametri di Maastricht hanno imposto una forte riduzione dei livelli di protezione sociale all’interno dei Paesi europei, la conseguente privatizzazione del sistema di Welfare e una consistente ridistribuzione del reddito a vantaggio delle rendite e dei profitti. In termini economici, i parametri di Maastricht hanno bloccato la crescita economica e lo sviluppo, aumentato la disoccupazione strutturale, ridotto il livello dei salari reali e accentuato i divari di sviluppo tra le regioni europee. Gli anni di Maastricht sono stati per l’Europa anni di gelo economico, come mostra la tabella 3. Come si vede dalla tabella, il quinquennio 1992-97 ha fatto registrare un brusco rallentamento dei tassi di crescita economica in Europa, in particolare nei Paesi più grandi, mentre negli USA nello stesso periodo la crescita del PIL accelerava, passando dal precedente 2,2% al 2,7%. La frenata delle economie europee non fu dovuta, dunque, ad un rallentamento della congiuntura internazionale, ma ad un fattore ben preciso: i parametri di Maastricht. Lo stesso fattore ha determinato un aumento strutturale dei tassi di disoccupazione, già elevati negli anni Ottanta, verso livelli a due cifre.
Oltre alla già di per sé eloquente dimensione quantitativa, è da rilevare che l’arresto dello sviluppo economico europeo determinato da Maastricht è avvenuto in un periodo di forte trasformazione del modello produttivo e della divisione internazionale del lavoro, a causa dei processi di innovazione tecnologica e di globalizzazione economica. Il passo di lumaca imposto da Maastricht peserà a lungo sul grado di competitività e di qualificazione produttiva dell’Europa.

Tabella 3: gli effetti economici del Trattato di Maastricht

Stati membri Crescita PILdisoccupazione
87-9292-9781-9091-98
Belgio2,91,39,78,9
Germania3,61,66,08,1
Grecia2,52,06,49,0
Spagna3,71,618,520,8
Francia2,61,59,211,5
Irlanda5,16,314,712,7
Italia2,31,08,810,7
Lussemburgo5,94,82,52,6
Olanda2,82,38,56,0
Austria3,11,63,44,0
Portogallo4,21,87,05,9
Finlandia0,72,05,213,3
UE3,22,29,010,2

Fonte: dati OCSE e Eurostat


DOPO MAASTRICHT, SEMPRE PIÙ MAASTRICHT.

Il 3 maggio 1998, con la riunione del Consiglio europeo che diede formale avvio alla costituzione dell’UEM, il processo di convergenza apertosi a Maastricht sei anni prima si concludeva. Le prime due fasi del processo di integrazione monetaria erano terminate con successo. L’obiettivo era stato raggiunto: l’euro avrebbe sostituito le monete nazionali in 11 Paesi (divenuti poi 12 con la successiva entrata della Grecia). Si apriva ora la terza fase, prevista dal Trattato di Maastricht: una fase completamente nuova e inedita per la politica economica europea.
E’ in questo frangente che in tutti i Paesi europei, governati per la gran parte da coalizioni di centrosinistra, si aprì un forte scontro politico. Da una parte le forze della sinistra alternativa e della sinistra socialdemocratica, che chiedevano l’abbandono del rigore monetario e fiscale degli anni di Maastricht in nome di una nuova politica economica orientata allo sviluppo, alla riconversione ambientale e alla ridistribuzione del reddito. Dall’altra parte, le forze della sinistra liberale e del centro moderato che, in compagnia delle forze conservatrici, sostenevano la necessità di proseguire e addirittura accentuare la strategia di Maastricht per modificare radicalmente il modello sociale europeo e sostituirlo con il modello neoliberista della globalizzazione. Lo scontro assunse dimensioni particolarmente accese in Germania e in Italia. In Germania, dopo un duro confronto all’interno del Governo Schroeder, eletto da pochi mesi, il leader della sinistra socialdemocratica e ministro dell’Economia, Oskar Lafontaine, si dimetteva dall’incarico e annunciava l’abbandono dell’attività politica in segno di dissenso con la strategia economica del cancelliere. In Italia, Rifondazione Comunista, in occasione della Legge Finanziaria per il 1999, ancora basata su una politica di sacrifici per le classi popolari, ritirava l’appoggio esterno al Governo Prodi, determinandone la caduta. Lo scontro sul dopo Maastricht si concluse con l’affermarsi su scala europea della linea neoliberista, alla cui testa si posero le forze della sinistra moderata, anche al prezzo di una drammatica rottura con le forze della sinistra alternativa.
Dopo Maastricht, dunque, di nuovo, sempre di più, Maastricht. Questa recrudescenza del neoliberismo e del monetarismo su scala europea avrà, da allora, un nuovo nome e un nuovo simbolo: il Patto di Stabilità e di Crescita, che ancora oggi continua a pesare come un macigno, dal peso sempre più insopportabile, per le economie e le società europee.


Materiali del Dipartimento Economia
Bollettino di informazioni a cura del Dipartimento Nazionale Economia - Area Lavoro e Diritti Sociali - Partito della Rifondazione Comunista

Numero 8 - Settembre 2003
Web: http://www.rifondazione.it/statosociale/pagine/economiaD.htm
E-mail: andricci@supereva.it

Andrea Ricci
(responsabile Dipartimento Economia PRC)

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