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Dignità operaia

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Saluto della Segretaria Generale del CC del KKE, Aleka Papariga, all’incontro con i delegati del Congresso della Federazione Sindacale Mondiale

Occorre un movimento sindacale che lotti per ribaltare i rapporti di forza, per rovesciare il potere dei monopoli

(19 Aprile 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in it.kke.gr

08/04/2011

Il 7 aprile, gli oltre 800 delegati del 16° Congresso della Federazione Sindacale Mondiale che si svolge in questi giorni ad Atene, hanno visitato il quartier generale del CC del KKE.

Un evento di notevole portata internazionalista ha preso corpo nella sede del Partito, vibrante dei canti rivoluzionari dei lavoratori di tutto il mondo.

La Segretaria Generale del CC del KKE, Aleka Papariga, ha parlato ai delegati e ha sottolineato tra l’altro: “Riteniamo che nelle condizioni di crisi il partito comunista e il movimento sindacale debbano ingaggiare una lotta molto complessa. Da un lato devono porre le priorità e creare le condizioni per unire i lavoratori sulla base dei problemi quotidiani acuiti dalla crisi, così da indurre all’azione ampie masse della classe lavoratrice, soprattutto i gruppi giovanili che a livello politico sono relativamente immaturi e sono stati educati in una fase di arretramento del movimento operaio rivoluzionario. Nel contempo i fronti di lotta dei vari ambiti e luoghi di lavoro dovranno essere uniti in un unico movimento di lotta per il ribaltamento dei rapporti di forza e il rovesciamento del potere dei monopoli, nella direzione della prospettiva socialista”.
Nel seguito il testo integrale del saluto della Segretaria Generale del CC del KKE: E’ con grande gioia che vi diamo il benvenuto nella sede del Comitato Centrale del KKE. Attendiamo con grande interesse e speranza le risoluzioni finali del vostro Congresso, in un momento in cui i popoli hanno bisogno di un sostegno forte, stabile e costante, una fonte di ispirazione e di fiducia per la loro lotta difficile e tortuosa.

La crisi economica del capitalismo è in pieno svolgimento. E’ iniziata, come di consueto, in un solo paese – nel caso specifico gli Stati Uniti – per colpire successivamente diversi paesi nella UE e molti altri paesi.

Gli istituti economici dell’imperialismo e i più seri analisti hanno rilevato che con la ripresa, quando gradualmente coinvolgerà i vari paesi, sarà accompagnata da livelli elevati e crescenti di disoccupazione e di inflazione. Noi aggiungiamo ciò che pur essendo noto viene generalmente sottaciuto, ossia che la concorrenza interimperialista nelle condizioni di libera circolazione del capitale, è molto probabile modifichi significativamente la piramide imperialista, investendo i livelli intermedi e plausibilmente anche i più bassi. Pertanto, sia nel periodo di crisi come in quello di ripresa, irromperanno instabilità politica e aspri conflitti militari in diversi paesi, per la ri-partizione del “bottino”.
La guerra contro la Libia ne è un sintomo tipico e sicuramente non l’ultimo, simile ad altri sviluppi rilevati in una serie di paesi arabi, mentre l’Africa è diventata una grande arena per la competizione interimperialista.

E’ inevitabile, a nostro parere, che oggi sia una priorità assoluta esplicitare strategia e tattica del movimento dei lavoratori, per sopportare la pressione del periodo di crisi, passare alla fase di contrattacco e compiere un serio passo in avanti, un piccolo o grande balzo, per iniziare a modificare a nostro vantaggio il saldo negativo del rapporto di forze degli ultimi 20 anni.

Parliamo di esplicitazione come partito, perché la crisi ci ha trovati preparati ideologicamente e politicamente, con un nuovo programma e una strategia adeguata alle condizioni attuali, e anche con un forte radicamento nella classe operaia e tra gli strati popolari poveri del nostro paese.

Ciò che ci ha aiutato, a nostro parere, ad arrivare preparati sono le analisi elaborate sullo sviluppo del capitalismo greco nella fase di integrazione alla UE, l’acuta politica delle alleanze che poggia sulla struttura sociale di classe del paese e il lavoro compiuto negli ultimi diciotto anni per trarre conclusioni scientifiche sulla costruzione del socialismo nel 20° secolo e sulle cause della vittoria della controrivoluzione, soprattutto quelle interne che riguardano essenzialmente il partito.

Riteniamo che nelle condizioni di crisi il partito comunista e il movimento sindacale debbano ingaggiare una lotta molto complessa. Da un lato devono porre le priorità e creare le condizioni per unire i lavoratori sulla base dei problemi quotidiani acuiti dalla crisi, così da indurre all’azione ampie masse della classe lavoratrice, soprattutto i gruppi giovanili che a livello politico sono relativamente immaturi e sono stati educati in una fase di arretramento del movimento operaio rivoluzionario. Nel contempo i fronti di lotta dei vari ambiti e luoghi di lavoro dovranno essere uniti in un unico movimento di lotta per il ribaltamento dei rapporti di forza e il rovesciamento del potere dei monopoli, nella direzione della prospettiva socialista.

Naturalmente questa non è cosa facile, perché in condizioni di crisi il radicalismo si scontra con la violenza di Stato e l’intimidazione ideologica, oltre che contro la diffusione sistematica di visioni riformiste e opportuniste che confondono, indeboliscono, frammentano e assimilano la coscienza.

Tuttavia, non esiste altra alternativa alla strategia di rottura e rovesciamento.
Ciò che oggi è evidente, e che costituisce un elemento relativamente nuovo, è che il sistema capitalistico a livello nazionale, regionale e internazionale ha uno spazio di manovra molto limitato nella gestione della crisi rispetto al passato, a causa della concorrenza, la sempre maggiore anarchia della libera circolazione dei capitali, l’aumento del numero dei centri imperialisti che lottano per nuova spartizione dei mercati, ecc.
I limiti storici del sistema capitalistico si sono fatti più evidenti oggi che durante la crisi del 1929-1933 o anche degli anni Settanta.

Le lotte che si limitano ad alcune rivendicazioni frammentate, che mirano a smussare le conseguenze della crisi, non sono efficaci: i governi mostrano resistenza, azzardano qualche rischio, ma non possono fare le concessioni del passato.

Non intendiamo dire che a priori si pongano limiti alla lotta di classe, ma la realtà dimostra che un movimento può fiaccarsi facilmente, può essere assimilato o infranto se è limitato strategicamente alla lotta per alcune rivendicazioni difensive, in un periodo in cui qualunque conquista raggiunta o concessa viene abolita. In questo modo il movimento sindacale rischia di essere svilito e screditato fino a perdere il suo carattere di lotta e degenerarsi completamente, come purtroppo è successo negli Stati Uniti. Anche in una serie di paesi europei è stato pienamente assimilato e disarmato. La questione del potere politico per la classe operaia e i suoi alleati deve essere ripresa dallo stesso movimento dei lavoratori, non in modo volontaristico o come slogan, ma in modo pianificato, tenendo conto dell’esperienza delle masse. Oggi è vero che la classe operaia, la maggior parte possibile, deve essere convinta della propria esperienza. Ma perché questa esperienza venga trasformata in maturità politica necessita la giusta strategia e tattica rivoluzionaria, altrimenti l’esperienza delle masse viene forgiata non solo in base ai loro problemi, ma dalla spazzatura dell’ideologia borghese e del riformismo e dell’opportunismo. Il sistema capitalista non può essere riformato o ammodernato in favore dei lavoratori. Nessuna versione alternativa della gestione del sistema può negare la barbarie dello sfruttamento di classe. Il sistema capitalista è in grado di formare governi di alleanza con le forze riformiste e opportuniste e con formazioni ecologiste, ma ciò non cambia la sostanza di un governo borghese che sostiene il sistema capitalista con fermezza e coerenza.

Un problema cruciale è la posizione del movimento comunista e del movimento del lavoro in relazione alla guerra imperialista e rispetto qualsiasi forma di intervento.
La distinzione tra guerra giusta e ingiusta è più che mai dirimente. Non è questione di preferenze ma di carattere oggettivo perché l’imperialismo e la guerra sono del tutto complementari.

Abbiamo detto No dal primo momento alla guerra imperialista nei Balcani, in Medio Oriente, in Africa, in Asia, indipendentemente dal nostro disaccordo con i regimi e i governi di ciascun paese. Il No alla guerra in Iraq non significa naturalmente tolleranza per Saddam, né il No alla guerra in Libia ha nulla a che fare con l’appoggio o la tolleranza per Gheddafi.

I popoli hanno quale prima responsabilità nei propri paesi, guidati dalla classe operaia, di imporre il rovesciamento del rapporto di forze e realizzare un cambiamento radicale, senza protezioni e interventi imperialisti. La necessità che esista un’unita solidarietà internazionale della classe operaia con i popoli che soffrono è cosa differente.
Siamo del parere che la più ampia coscienza debba essere sollecitata nei popoli più audacemente e apertamente, con azioni concrete, in modo da rafforzare la consapevolezza politica che nessun popolo dovrebbe allinearsi alla classe borghese del suo paese nella concorrenza interimperialista, nel tentativo di strappare una parte del bottino derivante dallo sfruttamento di classe e dall’oppressione imperialista.

La guerra imperialista ha un carattere oggettivo. Con l’attuale equilibrio di forze, è difficile evitarla, ma ciò non significa, naturalmente, che non ci debba essere uno sforzo sistematico popolare per fermarla. E’ possibile che da qualche parte, viste le condizioni date, ci possa essere un qualche risultato. Tuttavia, quando una guerra imperialista scoppia, si pone oggettivamente la questione non solo per il partito comunista, ma per il movimento sindacale e operaio, nella misura in cui ha mantenuto o sviluppato un orientamento di classe, di trasformare la lotta contro l’occupazione o contro la partecipazione a una guerra in una lotta per il potere, in relazione ai presupposti per il passaggio immediato al socialismo. In ogni caso il movimento anti-guerra non deve concentrarsi solo sull’aspetto umanitario, e men che meno deve condurre una lotta che ignori temporaneamente la lotta di classe in nome della fine della guerra. La classe borghese ha da tempo dimostrato che di fronte a una sollevazione popolare preferisce la protezione politica di un alleato imperialista, preferisce collaborare con l’aggressore, invece di salvaguardare l’integrità e la sovranità del suo paese.

Riteniamo sia una nostra responsabilità, con tutti coloro che dimostrano simpatia per i principi della lotta di classe, in particolare con i comunisti eletti negli organi della FSM e dei sindacati, contribuire al rafforzamento dell’organizzazione attraverso l’affiliazione di nuove organizzazioni, di nuovi paesi, in modo che possa diventare una forza globale di lotta e di speranza.

Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Partito Comunista di Grecia (KKE)

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