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Il ratto d'Europa

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(10 Aprile 2011) Enzo Apicella

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    Il modello Erdogan alla verifica dell’urna

    (6 Giugno 2011)

    Erdogan

    Il timore di attentati e i siparietti sessuali di certi politici, che pure si sono guadagnati le aperture dei quotidiani locali e l’attenzione della stampa internazionale, non oscurano più profonde considerazioni sulla prossima tornata elettorale turca. Gli attuali sondaggi danno il premier uscente Erdogan attorno al 43%, dunque sotto lo stratosferico 51% sognato fino a poche settimane fa dagli attivisti dell’Akp. Eppure la certezza del terzo mandato consecutivo resterebbe intonsa perché l’ex sindaco di Istanbul supererebbe di molto il 30% di cui è accreditato il mite Kilicdaroglu, vero ossimoro della tradizione kemalista del Partito Repubblicano. Se il leader del Chp, che incarna un nuovo volto del laicismo di Stato, dovrà ancora mostrare l’intero bagaglio di potenzialità, Recep Tayyip Erdogan nella brillante carriera che lo ha reso politico di levatura mondiale annovera frecce diverse dal kemalismo. Non tutte lusinghiere comunque assolutamente efficaci. Lui ha l’intuito politico del mestierante, il supporto teorico dell’intellettuale-ministro Ahmet Davutoglu (eminenza grigia dell’Akp) e, secondo alcuni, una buona dose d’opportunismo. In questa chiave i suoi detrattori, non necessariamente laicisti, leggono la svolta islamica moderata degli ultimi anni. Quando l’Unione Europea ha serrato le porte alla Turchia l’Akp ha definitivamente fatto leva su quello che appare lo strumento politico-ideologico migliore per cercare l’egemonia nel Grande Medio Oriente in concorrenza o in coabitazione con l’Iran degli ayatollah e del petrolio. Eppure il realismo del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo è qualcosa che va oltre la propaganda e, sebbene raccolga finora i consensi solo di una parte (un terzo) del popolo turco, appare il disegno politico più consono a interpretare la trasformazione in atto della società anatolica e l’evoluzione dello stesso quadro geopolitico regionale. Ecco qualche esempio che si riflette sulla sfida elettorale.

    Molto si parla del ruolo e del voto delle minoranze, curda, alevita, rom presenti nel Paese. Partendo dal sentire di tali minoranze l’attuale governo ha compiuto passi finora insperabili nel considerare l’identità etnica, l’appartenza culturale e religiosa che invece il kemalismo storico non distingueva. Ha evitato anche l’etichettatura che lo stesso Occidente, nel voler denunciare i trascorsi genocidi, dà alle minoranze definendole tali. Chiedete a un curdo o a un alevita se si compiace del concetto di minoranza e riceverete un orgoglioso diniego. I recenti riconoscimenti che l’Esecutivo ha rivolto al ceppo religioso alevita in una nazione dove prevale la componente sunnita indica una maggiore attenzione verso comunità che fanno della conservazione identitaria la principale ragione d’essere. Allargando lo sguardo all’esperienza religiosa e a filosofie di vita complesse il percorso politico dell’Islam rilanciato dall’Akp ritrova quel legame col modello ottomano che poneva in stretta relazione Stato e religione. C’è chi la definisce opportunista, chi coraggiosa, di fatto la scelta di guardare e ascoltare la molteplicità della società turca è un passo di assoluta novità che finora ha pagato elettoralmente e potrà continuare a farlo. Certo all’etnia curda Erdogan offre integrazioni non concessioni, più volte ha parlato di cittadini curdi della Turchia che non è proprio ciò che i politici del Bdp agognano. Ma quella che è stata definita “un’inclusione passiva” che aggira le richieste di emancipazione del fronte curdo è comunque una posizione che spariglia gli avversari. Sia il Partito curdo cui un politico turco porge per la prima volta la mano, sia i repubblicani che dopo aver abbandonato la neanche tanto lontana pratica dei pogrom propongono non molto più che retorica patriottica. Uno come Ochalan, che non crede né a Erdogan né a Kilicdaroglu, ha fatto sapere dal carcere di Imrali che se l’establishment non affronterà seriamente la questione dell’autonomia curda la Turchia sarà investita da un ampio fronte di rivolte. Una minaccia che pone problemi ma unifica i turchi perché contro il terrorismo islamisti e laicisti fanno pesare la comune repressione.

    Sul fronte femminile permettere alle universitarie di frequentare le lezioni velate, nonostante nelle aule spicchi l’immagine del padre della patria che tanto aveva fatto per deottomanizzare il Paese, può sembrare una contraddizione. Tante giovani urbanizzate ci vedono un modo per conciliare e far convivere mondi, non certo lo spettro del fondamentalismo. Non la pensano così le cittadine di mezza età e i laici nazionalisti più tradizionali come il Mhp - di cui si prevede che raggiungano la quota del 10% necessaria per l’ingresso in Parlamento ma non oltre - che temono l’islamizzazione forzata a colpi di divieti crescenti posti ai costumi d’ogni genere, dal sesso all’alcool. Desterebbero maggiori preoccupazioni altri vizi che la politica e ogni versante della società, laico e religioso, manifestano nei confronti della donna. Bassissima, come certo Occidente di cui noi facciamo parte, la percentuale femminile investita di cariche politiche: in Parlamento ci sono 48 deputate su 541 presenze, mentre i sindaci donna sono solo 27 su quasi 3000 (lo 0,9%). Il 12 giugno l’Akp non ha stabilito nessuna quota rosa e propone il 14% di candidate, il Chp ha riservato alle donne il 25% dei posti presentandone 109, l’Mhp non ha stabilito quote e lancia 56 candidate, solo il partito filo curdo Bdp ha riservato al femminile il 40% dei posti nelle liste e ne presenta 13. Ma se si tratta il tema dei servizi alla famiglia come gli asili nido, cui i datori di lavoro dovrebbero contribuire per una quota di lavoratrici pari a 100, si scopre che tante aziende si fermano all’assunzione di 99 donne pur di evitare a provvedere alla struttura per i figli delle dipendenti. Per non parlare della violenza sulle donne e della piaga del delitto d’onore ancora diffusissime nella famiglia media e corroborate non solo dalla fede islamica, ma da uno schema patriarcale che mantiene bloccato ogni sud del mondo.

    4 giugno 2011

    Enrico Campofreda

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