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(23 Maggio 2011) Enzo Apicella
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Il referendum non basta

(12 Giugno 2011)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.webalice.it/mario.gangarossa

Sono ormai decenni che il capitalismo, per difendere i profitti, tra le altre cose ha esasperato l’aspetto predatorio-speculativo insito nella sua natura, accentuando la mercificazione di ogni aspetto della vita — anche a discapito delle più banali forme di convivenza — e portando il pianeta pericolosamente vicino alla catastrofe ambientale generalizzata. L’ideologia borghese nella versione “neoliberista” continua a riproporre questa strada come unico modo per uscire dalla crisi; il riformismo, invece, persiste nell’illusione di un capitalismo diverso, addomesticato e rispettoso della “gente”.

Il Riformismo, nelle sue molteplici e variopinte forme, non sarebbe un’efficace strategia politica nelle mani della borghesia se non fosse in grado di ridistribuire saltuariamente qualche briciola e prospettare seducenti alternative al progressivo imbarbarimento capitalistico. Da sempre è compito dei rivoluzionari smascherare queste manovre ideologiche denunciando la totale complementarietà delle varianti di destra e di sinistra della gestione capitalistica dell’economia e della società. A chi agita le parole d’ordine di democrazia, uguaglianza e giustizia, abbiamo sempre fatto notare come questi alti ideali, se inseriti in una cornice capitalistica, non rappresentino altro che la sedimentazione della disuguaglianza sostanziale, figlia della disuguaglianza economica e materiale.

La democrazia rappresentativa è semplicemente una forma più evoluta ed efficiente di imposizione del dominio di classe rispetto alle esperienze totalitarie… tra l’altro sempre riproponibili qualora ce ne fosse bisogno! Il discorso non cambia nel caso degli istituti di democrazia diretta come il referendum abrogativo, nuovamente al centro del dibattito politico di queste settimane.

Questa volta “il popolo sovrano” è chiamato ad esprimersi su temi quali la costruzione di centrali nucleari, la gestione dell’acqua, i meccanismi di remunerazione del capitale investito nel servizio idrico e il cosiddetto “legittimo impedimento”. Nelle parole dei promotori dell’iniziativa referendaria ci troveremmo di fronte a scelte epocali, che segneranno in maniera indelebile il futuro dell’Italia: “Dimostra loro che lo Stato siamo noi. Salvaguarda l’acqua pubblica, la salute, la giustizia”, “Perché l’acqua non possa berla solo chi può permettersi di pagarla”, “Per un paese dove la legge sia davvero uguale per tutti”, “Per cancellare l’incubo nucleare”.(1)

In questi slogan c’è tutta l’essenza del Riformismo: l’intervento solo sul lato distributivo dell’economia (senza neanche menzionare la possibilità di intaccare le logiche della produzione) e lo spostamento dell’attenzione su atteggiamenti soggettivi, psicologici, eticamente censurabili, che costituirebbero il motivo per cui “le cose vanno così male”. Certo, il livello della combriccola attualmente al timone in Italia è talmente infimo che i vari Grillo, Travaglio e Di Pietro hanno buon gioco nel denunciarne l’imbarazzante inadeguatezza. Ma non proponendo un modello di produzione alternativo a quello capitalistico, questi personaggi finiscono in ultima analisi col rafforzare il modello esistente, che si regge proprio su questo genere di illusioni di cambiamento all’interno del sistema.

L’istituto del referendum abrogativo è un piccolo capolavoro in questo senso: a fronte dell’indubbia importanza dei temi trattati, la reale capacità di intervento è adeguatamente limitata da strumenti preventivi (il giudizio della Corte Costituzionale e della Cassazione e la limitazione del campo di applicazione a determinate materie)(2) e successivi al voto (“La legge determina le modalità *di attuazione del referendum*”).(3) Inoltre se fosse possibile appellarsi ad un minimo di consapevolezza e memoria storica, si potrebbero citare i casi dei referendum sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, presto reintrodotto come “rimborso elettorale”,(4) o del Ministero dell’Agricoltura, ricomparso immediatamente dopo la consultazione referendaria con il nome di “Ministero per il Coordinamento delle Politiche Agricole”.

In altre parole non esiste alcuna garanzia, neanche all’interno della legalità capitalistica, che la decisione partorita dalle urne sia effettivamente rispettata. Il caso delle centrali atomiche è emblematico: sullo stesso tema si votò già nel 1987, con risultato plebiscitario contro l’energia nucleare. Tra l’altro in quel caso, a conferma della malleabilità dell’istituto del referendum, fu opportunamente lasciata fuori dal ventaglio dei quesiti proposti la questione dell’acquisto dell’energia nucleare dall’estero: è per questo che ancora oggi l’Italia può comprare energia nucleare dalla Francia.

Come se non bastasse, l’accettazione di buon grado da parte della quasi totalità della popolazione dell’idea di un’ulteriore votazione sullo stesso tema consacra una nuova vulnerabilità dello strumento del referendum: l’effetto limitato nel tempo. Quanto dovrebbe essere esattamente questo lasso di tempo è una regola non scritta: nel caso dell’energia nucleare si è trattato di 24 anni, ma per il finanziamento pubblico ai partiti di circa 3 anni e per il Ministero dell’Agricoltura di 6 mesi! In ogni caso siamo sicuri che la classe dominante abbia tutti gli strumenti culturali e ideologici per modellare questo “periodo refrattario” a seconda delle proprie necessità. Non è difficile immaginare come, in presenza di eventuali future esigenze economiche legate all’alta profittabilità dell’energia nucleare (oggi inesistenti… e forse è per questo che si può votare su questo tema!) udiremo le sirene di bollette più basse, nuovi posti di lavoro, nuovi standard di sicurezza e ci verrà propinata la visione di un’Italia paese zimbello d’Europa, che non approfitta dei vantaggi della “nuova tecnologia”, subendone comunque i rischi in quanto circondata da paesi nuclearisti. E, senza la maturazione di una coscienza di classe anticapitalistica, il popolo seguirà docilmente la volontà dei propri capi di turno.

Per tutti questi motivi, ciò che dovremmo fare ogni volta che viene rispolverato il referendum e la relativa retorica sulla democrazia diretta è cogliere la possibilità di approfondire i temi proposti e dimostrare l’illusorietà di un “capitalismo buono” nel quale anche i più poveri abbiano comunque l’acqua, agli imprenditori non siano garantiti “profitti eccessivi”, la legge sia uguale per tutti e l’energia sia pulita e senza rischi. Senza dimenticare che un programma rivoluzionario deve avere necessariamente un orizzonte storico e non si deve ridurre a differire nel tempo problemi contingenti e circoscritti. A proposito di sicurezza infatti, statistiche alla mano è molto più pericoloso fare l’operaio che avere un reattore in giardino! E quanto a disastri energetico-ambientali, non servì una centrale nucleare per uccidere 2.000 persone nella valle del Vajont.

Tutti i tentativi di salvare il capitalismo rilanciandolo in una veste più umana o ecocompatibile devono essere denunciati per quello che sono: estremi tentativi di conservazione di un sistema che è la causa stessa dei problemi che si vorrebbero risolvere. Senza la ripresa della lotta di classe, unica vera forma di opposizione a tutte le politiche borghesi, i “poveri” finiranno col non poter bere l’acqua a causa dei loro bassi salari o per i tagli sui servizi sociali e sulle pensioni, al di là della gestione più o meno privatistica dell’erogazione del servizio idrico. Ed è proprio sui temi del lavoro (Pacchetto Treu) e della previdenza (Riforma Dini) — senza tralasciare l’istruzione e le missioni di guerra all’estero — che i riformisti, oggi entusiasti sostenitori dei referendum, hanno mostrato il loro vero volto.

Chi ci legge capisce che, in sé, non ci interessa la questione votare o meno; dunque non è su questo che vogliamo portare l’attenzione. Vogliamo invece denunciare l’inganno, l’illusione che c’è dietro alla pratica referendaria in generale. Dire questo, inoltre, non significa non apprezzare lo spirito di tanti — giovani, precari, lavoratori, pensionati — che disprezzano quanto sta producendo la logica del profitto, che sentono la necessità di difendersi nell’immediato dai disastri ambientali e vedono magari anche in questi quesiti referendari un modo per incidere sulla realtà. Il nostro intervento su questa questione non è una campagna – nel nostro piccolo – per il non voto ma, al di là se deciderete di votare o meno, il nostro è innanzitutto un invito alla riflessione.

Un invito a riflettere sull’uso propagandistico che viene fatto dai politicanti dei vari partiti che siedono, o vogliono sedere, in parlamento o nelle altre istituzioni. Non possiamo non sottolineare, per esempio, la presenza massiccia (e il ruolo di controllo…) nei “comitati promotori” di dirigenti sindacali e dei soliti professionisti della politica. Anche questa volta il lavoro di costoro è basato sull’inganno, a partire da quel carattere di assoluto, “epocale” appunto, che intendono dare ai quesiti referendari di carattere ambientale. Per esempio: il processo di privatizzazione della gestione delle risorse idriche è iniziato in Italia almeno da quindici anni, con tanto di leggi locali e nazionali che il referendum non andrebbe a toccare. Di questo si parla poco o niente, per la necessità di preservare le alleanze politiche ed elettorali della cosiddetta “sinistra radicale” con chi quelle “vecchie” leggi le ha scritte e approvate.

Così come vi invitiamo a riflettere sul fatto che la porcata del nucleare è solo parte di un problema più complesso, legato alla gestione delle risorse energetiche. Ma soprattutto vi invitiamo a riflettere sul fatto che non si vive di sola acqua… che è tutto questo sistema economico e sociale ad essere basato sulla logica del profitto. Le leggi stesse vengono fatte per i banchieri, gli industriali e i padroni di ogni genere, per la loro esigenza di profitto. Da anni e anni vengono approvate, in Italia e in qualsiasi altra parte del mondo, norme barbare sull’immigrazione e sulla precarietà lavorativa, tagli allo “stato sociale” ecc. ecc. Perché i “comitati promotori” non hanno raccolto le firme anche per abrogare queste altre leggi? Domanda retorica: non solo molti non ne avrebbero avuto nemmeno l’intenzione ma ad ogni modo la corte costituzionale non li avrebbe mai fatti passare.

Il problema è il profitto, vero, ma questo non vale solo per l’acqua o le fonti di energia. Il problema sono le leggi, vero, ma tutte le leggi. Il problema è questo sistema economico e sociale. Un sistema da abbattere, superare, contro il quale bisogna battersi apertamente tutti i giorni, con l’arma del reale protagonismo della classe lavoratrice, di tutti i proletari. Voterete o meno, il nostro invito è a riflettere su tutto questo.

1 giugno 2011

1. Slogan assortiti del Movimento 5 stelle e dell’Italia dei valori.

2. Sono escluse le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

3. Art. 75 della Costituzione.

4. Il comitato promotore del referendum del 1993 tentò un ricorso, respinto dalla Corte Costituzionale.

Battaglia Comunista

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