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Ventiquattro ore senza di noi

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(1 Marzo 2010) Enzo Apicella
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'Sparategli!', viaggio nel Terzo mondo d'Italia

(4 Agosto 2011)

Intervista a Jacopo Storni, autore del libro-inchiesta che racconta chi sono e come vivono "i nuovi schiavi" del nostro Paese


C'è Jasmin, la minorenne nigeriana portata a battere lungo i marciapiedi di Castel Volturno e marchiata a fuoco dalla sua "madame"; c'é Mihaela arrivata dalla Romania per lavorare nelle serre del Siracusano e rimasta intrappolata nello squallore dei "festini agricoli"; c'è Tsara, bimba tretlapegica che vive al Triboniano, enorme baraccopoli del nordovest di Milano, Navtaj, l'indiano al quale dei ragazzini diedero fuoco per noia alla stazione di Ostia. E poi ci sono quelli di cui non sapremo mai nulla, le tante vittime dei viaggi della speranza sepolte in fondo al Mediterraneo. Sono i tanti fili di una sola storia di disperazione, miseria e disumanità raccontata in Sparategli! Nuovi schiavi d'Italia da Jacopo Storni, giornalista di Redattore Sociale e del Corriere Fiorentino (Editori Riuniti, con prefazione di Ettore Mo). Non l'ennesimo libro sul dramma del caporalato o sullo sfruttamento della prostituzione ma una ricognizione complessiva delle molte e moderne forme di schiavitù ignorate o tollerate nel nostro Paese. Da Milano a Vittoria, da Firenze alla Capitanata, Storni entra con tatto nelle storie dei "nuovi schiavi" e dà un nome e un volto a quelli che altrimenti rimarrebbero solo statistiche. Peacereporter ne ha parlato con l'autore.




Una cosa che colpisce del libro è l'esaustività della trattazione. Di inchieste e reportage su diverse emergenze sociali ce ne sono molti però fa una certa impressione imbattersi in un'analisi che le raccoglie tutte, fatta di tante testimonianze dirette. Cosa l'ha spinta a lavorare a quello che di fatto è un viaggio nel dolore?

Un primo stimolo è arrivato proprio dalla consapevolezza che, nonostante ci fossero tanti libri sull'immigrazione, sulle condizioni in cui si lavora nelle campagne del Mezzogiorno o nei cantieri edili, non c'era una ricognizione delle condizioni più atroci, disumane e nascoste riguardante tutta Italia e tutti i tipi di schiavitù; qualcosa che raccontasse anche quelli che vivono nelle baraccopoli, le vittime degli atti di razzismo, quelli che vivono sulla strada come le prostitute, i mendicanti e i clochard. E poi ci sono i detenuti e i morti tra i lavoratori in nero. Vedevo la mancanza di una mappatura geografica e tematica delle disumanità che vivono gli immigrati. E un po', naturalmente, ha pesato anche la mia formazione. Sono sempre stato interessato al tema del Terzo mondo, del sottosviluppo,della povertà e delle questioni relative all'Africa subsahariana però mi sono detto che forse avrei dovuto guardarmi prima in casa e cercare il "Terzo mondo d'Italia", che poi è il titolo che avevo proposto in origine ma che forse non era abbastanza forte. In Italia ci sono fette agghiaccianti di Terzo mondo, persone che vivono come si può vivere in una favela brasiliana o in uno slum keniano, però alle porte di Milano, Firenze e Roma; gente schiavizzata, torturata, che vive per strada nella più totale miseria. Ho quindi pensato che, invece di cercare di salvare l'umanità dall'altra parte del pianeta, fosse giusto raccontare "il nostro Terzo mondo".





Ha scelto un titolo molto forte.

Non è stata una scelta mia. Io avevo in testa qualcosa come "Il Terzo mondo d'Italia". Quando la casa editrice mi ha proposto questo titolo sono rimasto di sasso. Mi sembrava molto forte, ero perplesso. Poi, dopo che mi sono preso del tempo per riflettere, mi sono reso conto che era un titolo perfetto perché sintetizzava da una parte quello che a volte dicono espressamente alcuni politici. Ma è anche una sintesi del contesto che emerge, che si nota come sfondo delle storie raccontate nel libro, quello di un Paese sempre più intollerante, ignorante, diffidente. Sparategli vuol dire tante cose, non è solo riferito allo sparare col fucile.





Quanto ci ha lavorato?

Ho cominciato più o meno alla fine del 2009 e quindi in tutto quasi due anni, durante i quali ovviamente ho fatto anche altro. Ogni capitolo è il frutto di un contatto piuttosto prolungato con le persone che si sono raccontate. Non mi piace andare lì un'ora e poi venir via perché così non si entra in contatto con la realtà che si vuole indagare. Qualcuno mi ha detto che ho avuto stomaco ma la verità è che l'hanno loro il coraggio, quelli che vivono in queste realtà. Il giornalista è un po' ipocrita perché può anche passare due notti con i raccoglitori di arance di Rosarno, come ho fatto io – e sono state due notti da incubo – ma poi se ne torna a casa.



Nel libro lei smonta quella che spesso è la nostra scusa autoassolutoria: "Ma tanto qui da noi stanno meglio". Molte delle persone delle quali scrive dicono chiaramente di rimpiangere la miseria, la guerra e tutte le sofferenze del loro Paese d'origine perché qui stanno peggio.

Questo è agghiacciante. C'è una cosa che mi ha colpito molto. A Firenze, che poi è la mia città, sotto un cavalcavia, in una casa squallida e fatiscente, vivono un centinaio di somali, profughi di guerra. Hanno esposto uno striscione che dice: "Siamo scappati dalle bombe ma abbiamo trovato le bombe dell'indifferenza che fanno ancora più male". Parlando con uno di loro, gli ho chiesto di cosa avesse bisogno e lui mi ha risposto che gli servivano cinquecento euro. L'ho guardato perplesso ma lui ha anticipato ogni mia obiezione spiegandomi che gli servivano per comprare un biglietto e tornare in Somalia, che preferiva morire in guerra nella sua terra e tra i suoi cari che di stenti su un marciapiede in un Paese che non è il suo. Anche la guerra è meglio della vita che fa qui.



Alcune storie sono note, come delle condizioni drammatiche in cui vivono e lavorano i raccoglitori di arance nella piana di Gioia Tauro e pomodori in Puglia o i manovali nei cantieri. Altre invece si conoscono meno e potrebbero stupire il lettore. Anche lei ha avuto sorprese e ha scoperto cose che non si aspettava?


Diciamo che quando si va in un posto é sempre una scoperta, perché un conto è leggere qualcosa sul giornale o in un'agenzia, un conto è vivere un'emozione sul luogo. Per quanto riguarda le scoperte, non posso dimenticare la questione dei sikh che vivono come schiavi nella campagna intorno a Sabaudia, né quella più agghiacciante con la quale ho deciso di aprire il libro: la storia delle lavoratrici rumene impiegate nelle serre di Vittoria, provincia di Ragusa, che per arrotondare la misera paga mensile allietano le notti di colui che chiamano il "padrone" con prestazioni sessuali che, anche se consensuali, sono il frutto di una evidente sudditanza psicologica ed economica. Diciamo che, più in generale, ho scoperto situazioni che sono ancora più al limite di quanto si potrebbe immaginare. Perché quando uno si mette a cercare scopre cose peggiori di quelle che raccontano, anzi che non raccontano, i giornali. Scopre situazioni da Medioevo, come quella di Vittoria, nei cui consultori ci sono file di donne, negli ospedali ci sono decine di aborti ogni mese di queste rumene che rimangono incinta. Alla fine, questo viaggio nel Terzo mondo d'Italia, tra campi, cantieri, baracche e marciapiedi diventa anche un viaggio nell'Italia stessa. Se c'è qualcosa che ho scoperto è il degrado morale che avvolge alcune zone del Paese, di tutto il Paese. Don Beniamino Sacco, che è il sacerdote che ha scoperto i festini notturni di Vittoria, parla di regressione al Medioevo.

3/08/2011

Alberto Tundo - Peacereporter

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