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Erdogan fra abbracci e supremazia

(20 Settembre 2011)

Erdogan

Sebbene qualche blogger di casa gli abbia consigliato di dismettere i Rey-ban che gli dipingono un volto più da mafioso che da premier il viaggio maghrebino di Erdogan ha riscosso molto successo e sul fronte del desiderio di supremazia regionale è stato valutato positivamente da più d’un osservatore. Qualcuno ha addirittura lanciato un parallelo con l’icona di Gamal Nasser, che al carisma univa anche il rilancio programmatico-ideologico del panarabismo. Da un quarantennio l’area calda e agitata del Medio Oriente manca di statisti di peso. Dopo il presidente egiziano c’era stato il Gheddafi della rivoluzione verde, oggi finito fuggiasco e latitante sotto i colpi della guerra della Nato. E Yasser Arafat, padre e poi padrone delle speranze palestinesi. Però un leader popolare lontano dal fondamentalismo qaedista o dalle svolte dittatoriali alla Saddam, l’Islam sunnita non lo incontra da tempo. Certo l’antico pararabismo nasceva come reazione agli influssi tardo imperiali ottomani, tantoché arabi e turchi oltre alla preghiera del venerdì e alla comune discendenza religiosa non hanno mai riscontrato un gran feeling. Né hanno avuto grandi occasioni per riparare alle fratture della rivolta d’inizio secolo con cui talune tribù beduine per opporsi a sultani e ‘Giovani turchi’ finirono per cadere nella rete intessuta dalla spia Edward Lawrence (d’Arabia) a favore dell’imperialismo britannico.

La forza del modello erdoganiano sta dunque nell’aprire nuove frontiere e prospettive. Nei Paesi recentemente visitati il premier turco ha riscontrato un comune denominatore negli onori ricevuti dalle nuove leadership locali e nella calda accoglienza delle piazze, operando distinguo a seconda delle particolarità di ciascuna situazione. Nell’Egitto in cui l’Islam politico dei Fratelli Musulmani è tornato a essere un riferimento e un interlocutore di primo piano Erdogan in molti passaggi dei suoi discorsi pubblici ha evidenziato l’importanza d’inseguire un sistema di potere partecipato. Ha mescolato frasi a effetto dal sapore populistico “in Medio Oriente il cuore dei rivoluzionari cambia” e “lasciate che ciascuno costruisca il proprio partito”, con altre esplicitamente rivolte alla componente islamista“la politica è il più naturale diritto di ogni musulmano”. Gli stimoli e i messaggi lanciati a quest’organizzazione si riassumono nel concetto “il popolo sta cercando una transizione da forme di governo autocratiche a un sistema democratico e noi dobbiamo aiutarlo”. Riferimento diretto al modello di Stato che Erdogan ha confezionato in casa “una coabitazione fra Islam e democrazia” e che intende esportare insieme ai tanti accordi commerciali avviati col popoloso e bisognoso Egitto dei militari.

Le reazioni dei Fratelli Musulmani hanno seguìto i pensieri delle varie componenti interne. Così il morbido Mohamed Badie ha definito il progetto turco utile alle nazioni dell’area. Invece Essam Al-Erian, un islamico che ha conosciuto la durezza delle prigioni di Mubarak, ha storto il naso di fronte al secolarismo ostentato dal premier ospite e ha chiosato: “Gli Stati Arabi non necessitano di progetti esterni. Dopo le rivoluzioni la via da intraprendere sarà certamente democratica ma non penso che dovremmo guardare a un unico disegno politico nella regione”. Forse la promessa erdoganiana dell’aiuto a chi lo chiede viene chiaramente interpretata come una mossa da imperialismo, neanche tanto micro, di ritorno. Tutto questo nonostante negli ultimi tempi lo staff diretto dall’infaticabile ministro degli esteri Devutoglu sia impegnato a cancellare il marchio di neo-ottomanesimo con cui s’era indicata la sua politica estera, definizione che suscita rimembranze di dominio e oppressione verso lo stesso mondo arabo. Il tema del secolarismo è ricomparso durante i discorsi nella laica Tunisia e poi a Tripoli. Ovunque, ma con maggiore enfasi nella Libia divisa ancora dagli scontri in atto, Erdogan ha ribadito il desiderio di chiudere l’epoca delle autarchie che opprimono i popoli. Nel mirino Assad che coi massacri “ha perso ogni legittimazione”.

Il piano di lavoro per i prossimi mesi già stilato dal Davutoglu mira a sostenere “società nuove e aperte dove la diversità etnica e religiosa non siano fonti di discriminazione ma vedano una convivenza armoniosa a fianco di dignità, libertà e prosperità”. Leggendo un così limpido programma che, fra l’altro si propone nel biennio 2015-16 di ospitare sul Bosforo le assisi del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, c’è chi pensa all’irrisolta questione curda. Come conciliarle ?

19 settembre 2011

Enrico Campofreda

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