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La Cina è vicina

La Cina è vicina

(17 Agosto 2010) Enzo Apicella
Il prodotto interno lordo cinese ha superato quello del Giappone, ed è secondo solo a quello degli Usa

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Il soggetto e la crisi.

L'editoriale del nuovo numero di Contropiano

(7 Dicembre 2011)

Contropiano dicembre 2011

Contropiano rivista, affiancando il quotidiano on line, vuole contribuire alla ricostruzione di un alfabeto comune della sinistra marxista e alla promozione di un dibattito franco e rigoroso, perché lo strumento dell’analisi teorica è fondamentale non solo per la comprensione della fase ma anche per la formazione (quindi la qualità) di una soggettività organizzata che sia all’altezza dei punti che la realtà pone all’ordine del giorno. Oggi con ancora più forza. L’attuale caduta del saggio medio di profitto mostra la correttezza scientifica dell’analisi marxiana e marxista e fa comprendere le ragioni di un rinato interesse che da più parti emerge verso i fondamenti teorici che ne costituiscono l’ossatura. Questi segnali non vanno sottovalutati. Non si tratta di dare insegnamenti su come dev’essere il mondo (la realtà ha già compiuto il suo processo di formazione) ma di contribuire alla conoscenza del momento oggettivo dello sviluppo storico per dominarlo.
La crisi non è finita e, se ne abbiamo compreso la natura strutturale e sistemica, non potrà che durare a lungo dandoci modo d’intervenire su di essa e orientare il piano inclinato dell’oggettività attraverso una nuova soggettività. La riflessione sul partito e sulle forme dell’organizzazione ne è una proposizione subordinata ma anche, allo stesso tempo, una precondizione per l’incisività.
Siamo davanti a praterie sconfinate perché da qualche tempo abbandonate: e, allora, pur senza eclettismo, che cento fiori sboccino, che cento scuole competano.

Quest’obiettivo non è una novità assoluta: Contropiano giornale nasce nel 1993 quando in Italia si susseguono i ‘governi di Maastricht’ (quelli di Amato e Ciampi) e le terapie d’urto antipopolari e antidemocratiche fondate sia sulle privatizzazioni/flessibilità sia sulla modifica del sistema elettorale in senso maggioritario. E in quella stagione così nuova e tormentata, in Italia come nel mondo, il giornale ha considerato asse privilegiato di ricerca e di dibattito la difesa di un punto di vista comunista. Il comunismo, per i marxisti però, non è una semplice opzione etica o politica che affiora tra le maglie della realtà; non è neanche un ideale regolativo. Esso è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti e, quindi, la difesa di questo punto di vista coincide con la ripresa di alcune categorie scientifiche e chiavi d’interpretazioni (che riteniamo ancora oggi fondanti) quali l’imperialismo e la centralità del conflitto capitale-lavoro nella nuova composizione di classe che è emersa dalla grande ristrutturazione/destrutturazione industriale degli anni Ottanta. Movimento reale è ciò che accade oggi nella realtà sociale italiana e, più in generale, europea: nel mondo del lavoro, nella scomposizione di classe, nelle evoluzioni delle organizzazioni sindacali e nelle differenti e diffuse vertenze in atto. Essere marxisti e comunisti vuol dire prestare attenzione alle modificazioni del reale ma anche cercarne le possibili prospettive di affermazione.
Contropiano giornale che, in tempi non sospetti ha anche denunciato il nuovo ruolo internazionale dell’Italia nel processo di formazione del polo imperialista europeo e nella competizione interimperialista con gli Stati Uniti, dal 2002 è diventato un sito internet. Oggi è un quotidiano telematico e in poco tempo ha raggiunto un’ottima posizione in rete.

Torniamo alla rivista: perché centrare l’analisi sull’Europa in questo primo numero?
Perché la generale crisi del modo di produzione capitalista determina qui e ora domande particolari e prospetta scenari inediti nella storia dell’umanità. Il conflitto sociale, che da qualche anno attraversa l’intero continente, ci interroga di continuo sulla relazione che intercorre tra il suo divenire molteplice e le forme dell’agire politico. L’esperienza storica insegna che non c’è effettivo avanzamento senza un’organizzazione capace, appunto, di dargli forma.
Il caso della Grecia è, da questo punto di vista, una vera cartina di tornasole: la lunga catena di agitazioni, scioperi e lotte guidate da organizzazioni sindacali risolute (come il Pame) e politiche (tra cui un partito comunista forte perché non ha aderito a suo tempo all’eurocomunismo), il KKE, non hanno comunque realizzato nessuna svolta nel paese. E questo non solo per il potere di ricatto dell’Unione Europea o per gli evidenti interessi tedeschi sul debito pubblico greco, ma anche a causa dell’irrisolto nodo politico di come dare sbocco ai movimenti sociali: non siamo prossimi a un salto rivoluzionario e, quindi, bisogna attrezzarsi per capire come fare.

Già nell’irrazionalismo del periodo imperialistico classico si esprimeva la lotta di classe (dall’alto) di quel tempo. La borghesia reazionaria europea si apprestava così, sul piano del pensiero del mondo, ad affrontare i principali problemi posti dopo la vittoria del proletariato parigino con la Comune del 1871. Il pensiero del mondo è sempre stato un campo di battaglia: lotta di classe nella teoria. Nietzsche che esaltava l’estetica dell’«eroe» pensava, infatti, alla realtà come a una «scena»: un palcoscenico dove rappresentare la tragedia immutabile dell’esistenza. E invece, non è dell’«autentica produttività» (cioè di una presunta novità con cui liquidare il patrimonio storico delle lotte come fossero ferri vecchi) che egli auspica di cui abbiamo bisogno, ma della tenacia e della pazienza per riannodare e attualizzare le fila di un pensiero irriducibile a forme addomesticate. Solo così – infatti - sarà ben scavato, vecchia talpa. Si: perché i tempi dell’oggi (come quelli di ieri e di domani) non sono quelli dell’immediatezza ma quelli mediati dalla ragione nei processi reali. Il conflitto sociale, come mostra la storia, quando non è mediato evoca la fascinazione dello scontro, ma si risolve in un’estetica incapace di conseguire la vittoria nella contesa in atto. «Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario»– sosteneva Lenin - e questo non può che essere il nostro punto di partenza. Ecco perché da una corretta analisi del ruolo dell’Unione Europea deriva un discrimine non secondario rispetto alle scelte che ci attendono.

All’indomani della prima guerra mondiale maturava, in Europa, una “filosofia della crisi” derivata dal fallimento dell’ambizione di realizzare, attraverso il supposto telos della propria razionalità, la felicità umana. Dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa si trova privata ancor più chiaramente del suo tradizionale ruolo di motore propulsivo della storia. Negli anni Cinquanta, attraverso il Mec e poi la Cee, prende avvio un’Europa che aggregava man mano le nazioni del blocco occidentale in base ad interessi economici e geostrategici dipendenti dall’imperialismo USA: si trattava di organismi sovranazionali che configuravano, però, niente più che un’Europa dei governi nazionali. L’elezione del parlamento di Strasburgo attenuava solo parzialmente tale costruzione fittizia; furono l’integrazione monetaria e del mercato del lavoro, l’unificazione della Germania e l’Euro a porre le fondamenta di una nuova (e diversa) rivendicazione di unità e identità europea funzionali al nuovo ruolo (anche imperialista) che il mutato scenario internazionale rendeva possibile dopo il crollo del campo socialista e la consequenziale fine dell’ipoteca di subalternità agli Stati Uniti d’America.

La contemporanea ‘unificazione’ europea attorno alle politiche monetarie ha, adesso, reso evidente il doppio binario sul quale si sta viaggiando. Due binari che non supportano la stessa velocità. La costruzione economica dell’Europa, sotto la spinta della globalizzazione capitalistica, ha determinato un vuoto politico sempre più marcato che sembra aver invertito il senso di marcia della storia moderna. Gli Stati-territoriali (spesso nella forma ambigua dello Stato-nazione) sono cresciuti nel loro ruolo e, quindi nel loro peso politico, quasi incessantemente fin tutto il Novecento; questo non vuol dire, però, che abbiano poi perso potere. Oggi, infatti, la loro capacità di controllare (quasi avessero realizzato il Panopticon di J. Bentham) è più forte che mai. Gli Stati, com’è sotto gli occhi di tutti, non si sono disintegrati, hanno parzialmente alienato un surplus o un residuo di sovranità: quelli che si candidano alla guida del nuovo polo imperialistico europeo, infatti, alienano il surplus funzionale alla creazione della nuova entità statale, mentre gli altri, che ne costituiscono il serbatoio iniziale, alienano invece il loro residuo di sovranità.

In altri luoghi del pianeta, come in Afghanistan o in Iraq e nell’attuale Libia, possiamo dire che l’istituzione statale nell’accezione moderna del termine non esiste più, avendo ceduto interamente la sovranità nazionale o territoriale ad altri. Ma in Europa questa è una tendenza, non è, cioè, un fatto. La domanda, dunque, può essere la seguente: non è un fatto generalizzato perché si tratta di un processo ancora da compiersi o perché la sovranità (cioè la direzione politico-statale dei processi anche economici) è ineliminabile? Molti elementi possono confermare che sia formalmente che sostanzialmente la sovranità politica della scelta non è aggirabile. Un ipotetico governo nazionale, politicamente forte e con un adeguato sostegno popolare, è automaticamente sovrano. Tant’è che l’Unione Europea, per affrontare la crisi sistemica in cui versa il modo di produzione capitalistico, spinge l’acceleratore della costruzione politica dell’Europa, affinché quel vuoto iniziale sia colmato al più presto, acquisendo così piena sovranità in un super-stato che, moderno Impero d’Occidente, possa reggere la competizione interimperialista e le sfide lanciate da altri Stati (i BRICS). L’alienazione di sovranità non è, quindi, annichilimento della forma-stato: lascia agire la contraddizione, cioè la dialettica del reale.

Ecco perché l’idea della fuoriuscita delle economie nazionali degli Stati più deboli (i cosiddetti PIIGS) dall’Euro e dai vincoli posti dall’Unione Economica e Monetaria della UE, non può essere il semplice ritorno alle monete preesistenti ma la creazione di un’area monetaria concorrente alla nuova Europa carolingia (grazie al risveglio dei maiali di cui parla L. Vasapollo), capace così di tenere insieme una parte dell’Europa con la sponda sud del Mediterraneo e di rilanciare necessariamente sul piano della politica e anche delle istituzioni e dei governi. Solo stati-territoriali governati da una politica che incarni questo disegno strategico possono effettivamente sorreggere tale aspirazione. In un’ottica internazionalista questo disegno deve anche poter contare, all’occasione, su un consapevole movimento di classe capace di condizionare qualsiasi governo e imprimere questa direzione al più complessivo movimento sociale e guadagnare, così, un più vantaggioso rapporto di forza.
Strettamente connesso alla definizione della sovranità è, dunque, il nodo cruciale della transizione e della presa del potere. È estranea sì alla tradizione politica dei comunisti l’aprioristica esclusione delle alleanze, ma è fondamentale l’orizzonte di senso politico entro cui collocare eventuali convergenze con forze riformiste. Nella chiarezza di una posizione distinta, perché autonoma e indipendente, si può pensare a un percorso comune per un progetto politico di governo della crisi come primo momento di una transizione possibile a un diverso modo di produzione. Non nel senso ovviamente della gestione della crisi sotto i vincoli e le compatibilità dettati dall’Unione, ma di governo come leva politica necessaria. Se questo spazio politico esiste, va coltivato e non per costruire (almeno non solo) la rappresentanza politica della sinistra, quanto invece quella del blocco sociale.

Che cosa rende, però, riformista una forza politica? Decenni di sbornia ideologica, somministrata all’intero corpo sociale dal pensiero dominante della borghesia, hanno fatto sì che riforma divenisse sinonimo di cambiamento ma senza porre nessuna attenzione sulla rotta: il cambiamento, al contrario, non è mai neutro, esso ha sempre un verso e una direzione, dunque un contenuto di classe. Una riforma invece è tale solo quando determina, sebbene gradualmente e con guida anche non ferma, un effettivo passo avanti nella partecipazione più vasta di masse popolari che divengono così sempre più artefici del proprio destino. Furono riforme vere, in Italia, l’istituzione dell’Enel e della Scuola Media Unificata nel 1962 o lo Statuto dei lavoratori nel 1970 e, poi sino al ’78, i Decreti Delegati e la nuova Sanità pubblica. Non si può, allora, considerare riforme l’attuale smantellamento del livello di garanzie e di civiltà raggiunto nel suo complesso. Dietro il paravento di ‘riforme necessarie’ si è perpetrata una profonda ristrutturazione (controriforma) che ha lentamente ma costantemente eroso, nel corso degli ultimi vent’anni, le condizioni materiali e intellettuali d’esistenza dei lavoratori. Come le guerre sono preparate e anticipate dall’offensiva culturale volta a dipingere come pericoloso nemico l’obiettivo stabilito in precedenza, allo stesso modo si è tentato di far introiettare le parole d’ordine della necessità delle ‘riforme’.
La formazione di un pensiero critico e militante, che è il prodotto più salutare e lungimirante di un dibattito innescato dall’approfondimento dell’analisi, si conferma quindi l’unico strumento attraverso cui smascherare il falso riformismo dei conservatori e, a volte, dei reazionari.

Ancora: dopo cento anni la Libia è stata oggetto di una nuova aggressione coloniale ma proprio davanti ad uno dei casi in cui la guerra è più sfacciatamente volta all’accaparramento di risorse e a riposizionamenti geostrategici, il movimento contro la guerra ha segnato il passo e si è mostrato permeabile all’ideologia neocoloniale francese e inglese. Anche questo è un esempio di come la mancanza di una forza comunista organizzata e di un pensiero marxista capace di fare egemonia coincida con il generale arretramento delle più profonde aspirazioni di progresso dell’umanità.
Per leggere adeguatamente la realtà bisogna però essere attrezzati e il ruolo principale di una rivista che vuole essere anche strumento di formazione non è quello di prospettare un campionario di risposte già pronte, ma quello di fornire la ‘cassetta degli attrezzi’, di mettere, cioè, tutta l’organizzazione in condizione di rispondere alle sfide che deve affrontare. Sapere è potere. Un potere d’intervento sulla realtà che va recuperato.

Contropiano, rivista promossa dalla Rete dei Comunisti, non deve e non può essere strumento di propaganda di una linea; deve invece mostrare lo sforzo di elaborazione di una linea e anche il frutto di questo lavoro. Un lavoro che consenta di guardare dall’alto quei singoli accadimenti che sono, però, inseriti in una totalità concreta, la cui interezza è irriducibile alle parti che la compongono. Come raggiungere quest’obiettivo? Le pagine che animeranno la rivista non possono essere il ricettacolo di qualsiasi punto di vista, devono al contrario essere intese come un mezzo per comporre una sintesi alta: il chiarimento puntuale dell’uso scientifico di una categoria o l’esplicitazione dello spazio semantico del lessico utilizzato costituiscono la malta di questa edificazione. Gramsci era convinto che nell’operare pratico di ogni uomo fosse implicitamente contenuta una concezione del mondo e che quindi attività pratica e intellettuale fossero inseparabili. Non solo: che proprio questa condizione chiede un’elaborazione teorica sempre più consapevole. Temi, questi, dall’importanza degli intellettuali organici e di quello collettivo alla battaglia delle idee per la conquista dell’egemonia, che sono ancora tutti qui davanti a noi. È questa la battaglia cui vogliamo garantire il nostro apporto.

Contropiano

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