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(21 Settembre 2012) Enzo Apicella

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Il monopoli abruzzese

(9 Giugno 2013)

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Ormai il futuro dell’Abruzzo è chiaro: da Regione verde d’Europa, a regione petrolizzata. È del 14 febbraio scorso il Protocollo inviato dal Ministero dell’Ambiente che da il via libera alla realizzazione della piattaforma petrolifera Ombrina Mare, ennesimo atto ambienticida in Abruzzo. Infatti, come si legge nel documento, “la Commissione VIA e VAS ha concluso la propria istruttoria tecnica con parere favorevole”, analogamente a quanto fece già nel 2010 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, relativa al progetto di coltivazione del giacimento di idrocarburi a meno di 5 miglia dalla costa; Ombrina Mare appunto. La vicenda parte nel 2008 quando la Medoilgas Italia S.p.A., società del gruppo inglese Mediterranean Oil e Gas (MOG), presenta al Ministero dello Sviluppo Economico istanza di concessione di coltivazione in mare su una superficie totale pari a 144,7 Kmq (Bologna ha una superficie totale di 140,73 Kmq), ricevendo un primo parere positivo il 23 giugno 2009. Nel 2010 però, successivamente all’entrata in vigore del Decreto Legislativo 128/10, il Ministero dell’Ambiente esprime parere negativo in quanto Ombrina Mare rientra all’interno delle aree di interdizione individuate dallo stesso Decreto approvato a seguito del disastro ambientale avvenuto nel Golfo del Messico in cui fu coinvolta la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon. Due anni dopo, nonostante precedentemente Ombrina Mare sia stata considerata chiaramente incompatibile con il luogo interessato, infatti dovrebbe sorgere nei mari delle riserve naturali di Punta Aderci, Acquabella, Ripari di Giobbe e dei SIC (Siti di Importanza Comunitaria) come Punta Aderci, Punta Penna, Lecceta, Foce del fiume Sangro e Fosso delle Farfalle, il governo dei professoroni decide di regalare uno dei più caratteristici tratti costieri abruzzesi alla MOG. Il tutto è reso possibile da un’oculata previsione normativa fortemente voluta dall’ex ministro dell’ambiente Clini: l’art. 35 della Legge 134/12, che converte il cosiddetto Decreto Sviluppo 83/12, va a fare salvi tutti quei procedimenti autorizzatori e concessori in corso prima dell’entrata in vigore del Decreto Legislativo 128/10, così anche il progetto Ombrina Mare. Non destano stupore i sotterfugi del governo se si da un’occhiata alla lettera di ringraziamenti inviata il 27 giugno 2012 al ministro Clini da Sergio Morandi in qualità di amministratore delegato della Medoilgas Italia S.p.A.: dopo aver ricordato i “danni elevatissimi che, nell’assenza di correttivi legislativi, la nostra azienda è destinata a subire, sono stati già esposti e qualificati agli uffici del suo ministero in occasione di precedenti incontri”, Morandi si genuflette e coglie l’occasione per “esprimere un doveroso apprezzamento per il prezioso contributo apportato […] al fine di porre riparo ad una situazione insostenibile”.
Oltre il favoreggiamento delle lobbies petrolifere da parte del governo nazionale, c’è da combattere anche l’interesse della giunta regionale abruzzese. Gianni Chiodi, governatore regionale, dopo mesi e mesi di silenzi e di “detto e non detto”, ha tolto la maschera quando ha negato di avere ricevuto la richiesta di parere di competenza da parte del Ministero dell’Ambiente così come previsto dall’iter procedurale. Peccato però che oltre ad essere smentito dai documenti, è lo stesso Chiodi a confermare la sua più totale bugiarderia e incompetenza sul tema: una prima richiesta di parere su Ombrina Mare risulta essere stata protocollata in data 11 luglio 2012, e il 22 novembre successivo, è stata poi inviata una seconda lettera di richiesta di parere indirizzata agli enti locali interessati, e per presa conoscenza alla Regione stessa; inoltre, a quest’ultima lettera, è stata allegata quella inviata a luglio. Al povero Chiodi a questo punto non resta che recarsi di persona al Ministero dell’Ambiente per far pervenire il suo parere negativo che, a questo punto, risulta in ritardo con i tempi ma, fatto certamente più consistente ed inquietante, conferma di avere ricevuto le comunicazioni suddette: infatti, qualora queste non fossero pervenute a destinazione, il governatore avrebbe dovuto e potuto sollevare la nullità dell’iter procedurale. Ma così non è stato.
Intanto il 13 aprile scorso, a Pescara, con oltre 40.000 partecipanti, si è svolta la più grande manifestazione che l’Abruzzo ricordi. Un corteo partecipato e plurale che testimonia la netta contrarietà della popolazione locale alla petrolizzazione della regione. Purtroppo però, se da una parte la contestazione cresce e non sembra voglia arrestarsi, dall’altra c’è chi festeggia: la Medoilgas Italia S.p.A. stappa spumanti per l’autorizzazione a proseguire con la realizzazione del progetto Ombrina Mare. Un progetto che soltanto a leggere i numeri spaventa. Si prevede il dislocamento di quattro strutture: una piattaforma alta oltre 43 metri e posizionata a 3,2 miglia dalla costa; una nave galleggiante funzionale alla produzione, stoccaggio e scarico, della lunghezza complessiva di 320 m (l’equivalente di quasi quattro campi da calcio); un totale di 43,5 km di condotte sottomarine; minimo 4 e massimo 6 pozzi di estrazione di oltre 2 km di profondità.
In realtà, Ombrina Mare, è solo uno degli ultimi progetti di derivazione petrolifera abruzzese. Infatti, gli ultimi dati emessi dal Ministero per lo Sviluppo Economico risalenti al 13 aprile 2013, dimostrano come in Abruzzo siano vigenti 11 permessi di ricerca e 9 concessioni di coltivazione di idrocarburi su terraferma, per un totale del 32,8% della superficie regionale, posizionandosi così al terzo posto della classifica nera (prima è l’Emilia Romagna con il 41% e seconda la Basilicata con il 35,3% della superficie regionale). Per quel che riguarda invece le attività in mare, sempre dai dati offerti dal Ministero per lo Sviluppo Economico, in Abruzzo risultano essere stati rilasciati 6 permessi di coltivazione e 4 di ricerca, per un totale di 2132,06 kmq.
Giunti a questo punto viene spontaneo chiedersi se davvero l’Abruzzo può vantare ancora la posizione di regione verde d’Europa. E altrettanto spontaneamente viene da rispondere un secco no. La situazione non sembra destinata a cambiare. Infatti, l’idea che i governanti locali hanno costruito del territorio, si basa esclusivamente sulla modificazione ambientale per fini economici e speculativi. Questo è uno dei motivi per cui, ad esempio, la Provincia di Chieti pone in essere comportamenti di opposizione alla realizzazione del Parco Nazionale della Costa Teatina che dovrebbe comprendere tutta la Costa dei Trabocchi, ossia quel caratteristico e unico tratto costiero che coinvolge i territori di Ortona, San Vito Chietino, Rocca San Giovanni, Fossacesia, Torino di Sangro, Casalbordino, Villalfonsina, Vasto e San Salvo. Ed è per lo stesso motivo che la Regione, che ha l’onere di coordinare i lavori di perimetrazione, ha inizialmente proposto un “parco a isole” (così da lasciare ampi spazi alla speculazione edilizia dei palazzinari e mafiosi), poi bocciato dal Ministero, e ancora una volta ha fatto orecchie da mercante ai ripetuti solleciti di proposta di perimetrazione. Naturalmente, ciò che spaventa i palazzi del potere, sono gli ostacoli che il Parco Nazionale della Costa Teatina rappresenterebbe per le politiche di sfruttamento ambientale data la ricca biodiversità floristica e faunistica peculiari del territorio.
Fatto sta che, come ogni governo che si rispetti, la popolazione non viene assolutamente presa in considerazione. Una popolazione consapevole che ha sempre espresso parere negativo alla svendita dell’Abruzzo a petrolieri e speculatori del cemento. Oltre il mero aspetto giuridico, che non può essere preso come punto d’arrivo per il contrasto a tali politiche, c’è necessità di un cambio culturale rispetto alla tutela ambientale. Il popolo abruzzese su questo punto ha da tempo preso coscienza che la deriva anti-ambientale rappresenta un danno irreparabile per il proprio futuro. Per essere incisivo però l’intervento popolare deve abbandonare completamente l’ambito giuridico e istituzionale, e deve fondarsi esclusivamente sull’autorganizzazione e l’autorappresentatività. In ultimo è importante sottolineare come il rischio che sta correndo l’Abruzzo, è in realtà un rischio che va oltre i confini regionali: è un perdita che indistintamente colpisce tutti coloro che sentono l’appartenenza ad un’idea ecologista del globo.

Nicholas Tomeo - Umanità Nova (anno 93, numero 19)

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