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Diaz

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(20 Aprile 2012) Enzo Apicella

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(Verità e giustizia per Genova)

Se la polizia di Stato oltrepassa la «linea rossa»

(4 Gennaio 2014)

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Qual­cuno l’ha defi­nita «la retata di capo­danno» e fa impres­sione scor­rere l’elenco delle per­sone costrette agli arre­sti domi­ci­liari: Fran­ce­sco Grat­teri, Gio­vanni Luperi, Spar­taco Mor­tola, rispet­ti­va­mente capo dell’Anticrimine, dell’Ufficio ana­lisi dei Ser­vizi segreti e della Poli­zia postale del Pie­monte. Si aggiun­gono agli altri con­dan­nati per la mat­tanza alla scuola Diaz che il Tri­bu­nale di sor­ve­glianza ha repu­tato imme­ri­to­voli di pas­sare in affi­da­mento ai ser­vizi sociali i pochi mesi di pena che devono ancora scon­tare, una volta sot­tratti dalle con­danne i tre anni di abbuono pre­vi­sti dall’indulto.
E’ il penoso epi­logo di una vicenda gra­vis­sima, che il nostro paese non è riu­scito ad affron­tare e supe­rare in modo degno.

Fini­scono ai domi­ci­liari diri­genti altis­simi della poli­zia di stato, man­te­nuti fino all’ultimo in carica da un potere poli­tico super­fi­ciale e cor­re­spon­sa­bile di una pre­po­tenza isti­tu­zio­nale senza pre­ce­denti. Solo la Cas­sa­zione, con la sen­tenza defi­ni­tiva del 5 luglio 2012, ha dispo­sto la sospen­sione dei con­dan­nati dai pub­blici uffici per 5 anni, senza però riu­scire a scuo­tere il Palazzo dal suo tor­pore, sino­nimo in que­sto caso di com­pli­cità con un ver­tice di poli­zia inca­pace di rico­no­scere i pro­pri gravi errori e di agire in modo da porvi rimedio.

Vedere agli arre­sti diri­genti così impor­tanti, e così tute­lati dal potere poli­tico, aggiunge sale su una ferita aperta. Sono ai domi­ci­liari, seb­bene incen­su­rati, per­ché hanno rifiu­tato di chie­dere scusa per quanto acca­duto alla Diaz, per­ché hanno dimo­strato di non aver capito la gra­vità di quanto acca­duto. In una parola: non hanno accet­tato la sen­tenza di con­danna. Sapere che Grat­teri, Luperi, Cal­da­rozzi e gli altri con­dan­nati sono obbli­gati agli arre­sti domi­ci­liari, non è una buona noti­zia per nes­suno, a comin­ciare dalla poli­zia di stato, che avrebbe invece biso­gno di recu­pe­rare la cre­di­bi­lità per­duta. Non è una buona noti­zia per­ché testi­mo­nia ancora una volta che la lezione di Genova G8 non è stata capita, che è caduto nel vuoto il grido d’allarme arri­vato dai tri­bu­nali con le con­danne di alti diri­genti per la mat­tanza alla Diaz e di decine di agenti e fun­zio­nari per i mal­trat­ta­menti e le tor­ture nella caserma di Bolzaneto.

Il Par­la­mento non si è chie­sto se simili cla­mo­rose con­danne non richie­dano un appro­fon­di­mento, una veri­fica della vita interna ai corpi di poli­zia, dei mec­ca­ni­smi di auto­cor­re­zione e san­zione degli abusi. Si è comin­ciato a discu­tere una legge ad hoc sulla tor­tura il cui con­te­nuto sem­bra pio­vuto da marte, teso com’è a non irri­tare gli «ambienti delle forze dell’ordine», come se a Bol­za­neto non fosse acca­duto niente. Sem­bra che i con­dan­nati nel pro­cesso Diaz, sospesi per 5 anni dai pub­blici uffici, non siano stati nem­meno sot­to­po­sti a prov­ve­di­mento disci­pli­nare, ma è impos­si­bile avere noti­zie pre­cise: la poli­zia di stato non ne dà, come se non fosse cosa di inte­resse pub­blico. Non è così che deve com­por­tarsi un corpo di poli­zia in un paese demo­cra­tico. Le sen­tenze della magi­stra­tura, in casi deli­cati come que­sti, devono essere accolte e com­prese con grande atten­zione e con spi­rito rifor­ma­tore. Sono state invece con­si­de­rate – di fatto – come una fasti­diosa inter­fe­renza. I magi­strati che hanno con­dotto l’inchiesta con rigore esem­plare nono­stante boi­cot­taggi con­ti­nui Enrico Zucca e Fran­ce­sco Car­dona Albini — sono stati con­si­de­rati dei distur­ba­tori, anzi­ché dei fun­zio­nari dello stato da pren­dere ad esempio.

Doman­dia­moci allora che tipo di demo­cra­zia stiamo costruendo (ossia defor­mando) nel nostro paese. Chie­dia­moci se non stiamo per pas­sare quella linea rossa oltre la quale una società è pronta ad accet­tare che i diritti e le libertà civili siano con­si­de­rati poco più che un lusso, imme­ri­te­vole di rigo­rosa tutela.

Lorenzo Guadagnucci, Il Manifesto

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