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TSIPRAS, MESSINA, PODEMOS: MODELLI INSERVIBILI

Quando l'unità di intenti non si costruisce sull'onda delle candidature

(21 Novembre 2015)

I limiti di un'estensione del metodo delle liste civiche sono sotto gli occhi di tutti. Ma la celebrazione post-ideologica è a sua volta una (pericolosa) ideologia

mario tronti

Mario Tronti

I tagli alla spesa sociale e la stretta sui più elementari diritti di libertà, nell'ultimo quinquennio, hanno palesato l'esigenza di forze politiche coerentemente a Sinistra e in decisa opposizione alle proposte normative risultate prevalenti. Un'istanza del genere è apparsa a volte del tutto spontanea e persino incontenibile: più forte dei contenitori che dovevano servire a canalizzarla, più forte della rappresentazione mediatica che dopo la tragedia della crisi è pronta a sostituire la farsa della ripresa. Senonché il dibattito politico, di contenuto, di organizzazione, di radicamento, sta deragliando seguendo i modelli a breve termine, purtroppo incapaci di proiettare una seria proposta di alternativa. La Sinistra italiana è stata (e non occasionalmente ancora è) ostaggio del "papa straniero": cercare in un modello politico, sociale, economico, giuridico, "altro", l'antidoto alla propria marginalità. Sicché è stato il turno del modello Tsipras, non fosse che esso sembra essersi rivelato la continuazione del PASOK (e della storia della sinistra social-democratica) con altri mezzi. Più enfasi sulla comunicazione orizzontale e sulle libertà politiche che non sulla forma partito. Più attenzione a rappresentarsi in opposizione alle politiche europee, che non a impostare i termini reali del conflitto sociale in Grecia. Adozione di riforme, forse meno onnivore e draconiane di quelle teorizzate a Bruxelles e a Berlino, ma sempre ben dentro un solco di compatibilità tracciato da altri. Lo si è visto alle ultime elezioni politiche: la vittoria di Tsipras è stata sconfitta delle ali più radicali (quelle aprioristicamente votate alla reiterazione del modello marxista-leninista e quelle più critiche sul piano di recupero del debito). Nonché travaso complessivo dell'elettorato e della funzione storica della social-democrazia all'interno del nuovo governo. In Italia è parso che un ruolo utile potesse averlo il laboratorio di Messina. Lo ha senz'altro svolto. Nella tradizione del Sud clientelare, che in base alle circostanze storiche e ai rapporti di forza si lega a filo doppio o al riformismo della spesa pubblica o al conservatorismo filogovernativo, la prevalenza di una lista civica slegata dalle consuete logiche territoriali è fatto importante. Ma attenzione alle ingenuità del modello "di esportazione": la valorizzazione dei conflitti locali non può passare per il tentativo di clonare esperienze territoriali in contesti diversi, se prima non si chiarisce esaustivamente quale sia il contenuto e il metodo del lavoro politico. Altrimenti, una lista civica in sé e per sé non è meglio nè peggio di quello che combatte: è lo strumento occasionale della rappresentanza politica di fronti elettorali disorganici. Coi meriti (e soprattutto i limiti) che sono ben noti: sintesi inavvedute tra estremi, poca visione di radicamento concreto e dal basso delle rivendicazioni effettuate, lacune persino nella pratica del governo comune, quotidiano.
Adesso sembra essere il turno del modello Podemos: intellettualità "contro", attenzione ai nuovi diritti e alla questione sociale. Anche qui: la nascita di un altro ideologicamente poco connotabile non sembra venire "ex se" da una coscienza collettiva, da un'elaborazione incessante e conflittuale, ma dal vuoto di potere del PSOE. L'alternativa tra conservatorismo e riformismo, quando il secondo va in crisi, non riesce ad essere declinata come alternativa tra dominio e libertà. Diventa troppo spesso lotta contingente tra un blocco già costituito e un "cartello" che, come vestito di Carnevale, unisce alla buona tutti i pezzi che sono rimasti sottovalutati e sottorappresentati dal blocco costituito.
Può essere davvero questo lo sbocco a cui dobbiamo guardare? Due questioni sembrano preliminari e non c'è molta riflessione a volerle presidiare. Primo: questa Europa, si è detto, non va bene. Nelle politiche migratorie, nelle lotte sociali, nella stessa governance dell'integrazione. Ma è un ossimoro pericoloso riformare questa Europa con più Europa: la premessa deve essere molto più netta. Istituzioni giuridiche, politiche ed economiche di questa Europa hanno fallito: se Europa deve essere, sia Europa da costruire daccapo, non con dosi di manutenzione sporadica di sfasci indicibili. Altrimenti, è serpente che si morde la coda. Altro grande assente sembra essere il tema dell'eguaglianza, ma non dal punto di vista redistributivo, costituzionale, pubblicistico. Eguaglianza nell'eguale libertà dei rapporti umani. Riconoscimento dell'altro, nella costellazione post-1989, è stato principio consolatorio. Serve un sistema di relazioni innanzitutto inter-soggettive e inter-individuali fuori dalla logica della libera intrapresa basata su competizione, scadimento della forza lavoro, raggiro sistematico delle autonomie private e collettive. Mario Tronti lo ha scritto, pur se a modo suo, nell'ultimo lavoro: "Dello Spirito Libero". Le forme della rivendicazione saranno senz'altro opinabili (ad esempio, saldando a senso unico spiritualità e religiosità, che potrebbe, invece, essere rapporto molto più proficuo, anche per leggere la nuova mappa dei conflitti globali), ma un punto è chiaro, come era chiaro il disegno dietro lo storico "Operai e Capitale". Non c'è tanto un cambio di paradigma, quanto una scomposizione interna della soggettività di classe: ieri l'operaio massa a sovrastare l'antico spazio d'azione di politica sindacale dell'operaio specializzato. Oggi, un'infelicità diffusa data dall'afasia che colpisce le vittime di ingiustizia: incapaci di trarre dal veleno dell'iniquità sociale, il nettare di una visione di campo largo.
Le scorciatoie del "civismo" in nulla insistono su tutto ciò ed è per questo che, passato il vento in poppa dei sondaggi, rischiano di limitarsi ad aride folate nel deserto delle alternative.

Domenico Bilotti

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