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(14 Agosto 2012) Enzo Apicella

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(Lavoratori di troppo)

Novara: licenziamenti alla FARD di Gozzano

(6 Giugno 2005)

Ci risiamo.

La FARD, fabbrica di Gozzano che produce rubinetti, con la scusa della ristrutturazione dovuta alla “forte crisi” del settore, ha in conto la messa in mobilità di 11 operai (6 donne e 5 uomini) che, a quanto pare, dovrebbero diventare 16.

L’azienda che vede occupati attualmente 45 dipendenti, dopo aver usufruito di un lungo periodo di cassa integrazione si appresta a dare il benservito ad 11 operai, con liste di volontari che poi così volontari non sembrerebbero.

Durante l’assemblea sindacale in un clima denso di pathos congiunturale e di fatalismo concorrenziale, si è recitato un copione già visto troppe volte: l’azienda ha ragione, non si discute sui tagli.

Al massimo si controlla la correttezza della scelta dei condannati ed in particolare per quel che riguarda i non volontari.

Risultato: lasciare mano libera ai padroni sui licenziamenti e sostenere l’ideologia padronale sulla natura della crisi (non di lavoro ma di profitti), scaricandone tutti i costi sulle spalle degli operai.

Da questo sindacato non ci aspettiamo che questo e soltanto questo.

La sua funzione neocorporativa (nonché meschina) di notabile aziendale per la gestione sociale della crisi e per il raffreddamento delle conflittualità è ormai consolidato e qualsiasi intervento, anche di delegati combattivi, al di fuori di questo esercizio viene vanificato, isolato, neutralizzato.

Una riflessione è necessaria però farla.

Il risultato di quello che sta avvenendo alla Fard, come in tante altre realtà della zona, porta a dover ragionare su un problema serio: l’allontanamento crescente degli operai dall’idea di organizzazione e l’annullamento di qualsiasi fiducia nel collettivo come risoluzione dei problemi di classe.

L’alternativa molti operai la trovano singolarmente, cercando una nuova ricollocazione e quando la trovano nella maggior parte dei casi ripartono da una condizione di lavoro peggiorativa.

Sempre più si fa largo l’idea del doversi arrangiare da soli, dell’assenza di qualsiasi meccanismo solidaristico di classe, della rassegnazione alla propria condizione di sfruttato salariato, diventando carne da macello per le aziende.

Non vogliono più sentire parlare di sindacato, e quando lo fanno è perchè si rendono conto che il capitale non li lascerà mai tranquilli (in fabbrica, nel quartiere, tra le mura di casa) e mettendo da parte quel po’ di dignità non calpestata che rimane tornano a rivolgersi al sindacato come al “boccone del povero”, il quale sindacato in virtù dell’amicizia che lo lega ai padroni, tra un contratto a termine e un' agenzia interinale sapranno ricollocarli nel circuito dello sfruttamento.

Questa spirale va interrotta.

Dov'è possibile la lotta per il posto di lavoro va condotta fino alla fine, con la doppia funzione di mettere ulteriormente a nudo il collaborazionismo sindacale e puntare sulla crescita organizzativa degli operai inquadrando la singola lotta nello scontro generale tra borghesia e proletariato.

Lavorare sui meccanismi di rottura della disgregazione operaia sul territorio, cercando di far avanzare anche nella sconfitta elementi di coscienza organizzativa, per ricostruire, laddove è necessario anche fuori dalle fabbriche, il terreno in cui l’operaio o l’operaia possano sentirsi parte di una classe e soggetti attivi nei processi politici ricompositivi per il riaccumulo delle forze proletarie sul terreno del superamento della società dei padroni .

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